UGO FA COSE – Viola Bruno – RISACCA: Agosto -1

 

«Accadono cose che sono come domande.
Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde»


Alessandro Baricco, Castelli di rabbia


Prima di cominciare…

Ricordate?

Ugo ha iniziato il suo viaggio esattamente un anno fa, a settembre.

Ma già allora mancava qualcosa… Agosto.

Ugo aveva deciso di saltarlo.

Aveva scelto l’assenza: nessuna immagine, nessuna parola. Aveva strappato una pagina al calendario, come chi a nascondino trattiene il fiato per non farsi scoprire.

Non voleva raccontare la storia dei castelli di sabbia.

“Forse si vergognava. Forse l’avrebbe fatto alla fine. Forse mai.”

Saltare agosto era stata la sua prima marachella contro il tempo, una sfida all’attesa.

E adesso che alla fine ci siamo arrivati davvero, ripenso a quel forse.

In questo anno avete conosciuto Ugo un po’ alla volta.

Lo avete visto fare cose, sbagliare, combinare guai. Fare domande senza farle.

E, mese dopo mese, avete imparato a guardare un po’ più in là di ciò che fa.

Per questo adesso possiamo tornare indietro, fino a quella pagina che aveva strappato.

C’erano una spiaggia, alcuni bambini e un castello di sabbia.

In fondo il mare fa così: porta via qualcosa, la tiene con sé per un po' e poi, qualche volta, la restituisce.

Questa è la storia che mancava.

Ma è anche la storia da cui tutto è cominciato. Perché Ugo è nato proprio lì.

Non sulla spiaggia, ma in un abbraccio: il mio.


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Ad agosto mamma doveva lavorare.
Così andavo al mare con la tata.

La tata diceva che ero fortunato perché potevo stare tutto il giorno in spiaggia.

Anche lei stava tutto il giorno in spiaggia.
Però non sembrava così fortunata.

Leggeva.

Ogni tanto alzava gli occhi dal libro e diceva:
«Ugo, non allontanarti.»

Io non mi allontanavo.

 

Poco più in là c'erano quattro bambini.
Stavano costruendo un castello.

Era grande.

Aveva quattro torri, un fossato e una bandiera fatta con uno stecchino e un pezzo di carta.

Una torre era storta. Gliel'ho detto.

Il bambino con la paletta rossa l'ha guardata.

«Non è storta.»

Era storta.

Sono rimasto lì. Loro hanno continuato a costruire.

Ho trovato una conchiglia bianca. Era quasi intera.

L'ho messa davanti all'ingresso del castello.

Una bambina l'ha presa.

«Lì no. Ci passa la strada.»

L'ha appoggiata più in là.

Ho guardato la strada.

Non portava da nessuna parte.

 

Il bambino con la paletta rossa scavava il fossato.

Gli altri portavano secchi pieni d'acqua.

«Manca l'acqua», ho detto.

Nessuno mi ha risposto.

Allora sono andato sulla riva e ho riempito il mio secchiello.

Quando sono tornato, il fossato era già pieno.

Ho tenuto il secchiello in mano per un po'.

Poi ho versato l'acqua sulla sabbia.

 

«Ugo!»

Era la tata.

Ho guardato verso l'ombrellone.

Aveva ancora il libro in mano.

«Non allontanarti.»

Ho fatto no con la testa.

Poi ho guardato il castello. Avevano fatto un'altra torre.

Anche quella era storta.

 

«Vieni, ci serve una mano», ha detto la bambina.

Non a me.

Il bambino con la paletta rossa è corso dall'altra parte del castello.

Io avevo ancora il secchiello vuoto in mano. L'ho lasciato cadere.

Il castello adesso aveva cinque torri.

Ho contato fino a quattro.

Poi ho messo un piede sulla quinta.

 

È venuta giù subito.

La bambina ha gridato.

Il bambino con la paletta rossa mi ha spinto.

«Sei scemo?»

Ho messo il piede su un'altra torre.

Questa volta più forte.

Quello con la paletta mi ha tirato per la maglietta.

La bambina urlava.

Un altro bambino cercava di fermarmi.

Anche la tata ha lasciato il libro ed è corsa verso di noi.

«Ugo!»

Mi guardavano tutti.

Tutti.

La tata mi ha preso per un braccio.

«Ma si può sapere perché l'hai fatto?»

Ho guardato il castello.

Adesso era storto davvero.

Ho alzato le spalle.

 

*

 

Quando sono tornata a casa, sapevo già tutto.

La tata mi aveva telefonato.

Ugo aveva distrutto il castello di alcuni bambini.

Non per sbaglio. Prima una torre. Poi un'altra.

Quando sono entrata nella sua camera era seduto per terra.

«Mi vuoi raccontare cos'è successo?»

Ha scosso la testa.

«La tata mi ha detto che hai distrutto un castello.»

«Due torri.»

«Ugo.»

«Erano cinque.»

Ho aspettato.

«Non si rompono le cose degli altri.»

«Lo so.»

«E allora perché l'hai fatto?»

Ha alzato le spalle.

 

Ero stanca.

Avevo lavorato tutto il giorno e avrei voluto una risposta semplice.

Una di quelle che fanno credere a una madre di sapere cosa fare dopo.

 

«Eri arrabbiato?»

«No.»

«Avevi litigato con quei bambini?»

«No.»

«Ti avevano fatto qualcosa?»

«No.»

«E allora?»

Ugo si è messo a tirare un filo del tappeto.

«La torre era storta.»

Ho chiuso gli occhi.

«Ugo, non mi interessa la torre.»

«A me sì.»

Sono rimasta in silenzio.

«E poi avevano fatto un fossato.»

«Ho capito.»

«No.»

L'ho guardato.

«Cosa non ho capito?»

Ha continuato a tirare il filo.

«Niente.»

 

Avrei potuto insistere.

Invece mi sono seduta per terra.

Dopo un po' Ugo ha detto:

«Quello con la paletta rossa era bravo a scavare»

«Ah»

«Faceva tutto il giro senza rompere le torri»

Un altro po' di silenzio.

«E la bambina aveva trovato uno stecchino per la bandiera»

 

Li conosceva tutti. Non i nomi.

Sapeva chi aveva la paletta rossa, chi aveva fatto il fossato, chi aveva messo la bandiera.

«Sei stato tanto a guardarli?»

Ugo ha alzato le spalle.

Poi ha detto:

«Mamma?»

«Dimmi»

«Domani lavori?»

 

L'ho guardato.

 

Avevo continuato a chiedergli perché avesse distrutto quel castello.

Forse era la domanda sbagliata.

 

Avevo cercato una ragione nel momento in cui Ugo aveva alzato il piede.

Ma forse avrei dovuto guardare quello che era successo prima.

Un bambino sotto un ombrellone. Una tata con un libro.
Poco più in là, altri bambini che costruivano qualcosa insieme.

Nessuno lo aveva mandato via.
Nessuno gli aveva detto che non poteva giocare.

Ma nessuno gli aveva detto neanche: «vieni»

Forse Ugo non sapeva di sentirsi solo.

A sei anni certe cose non hanno ancora un nome.

A volte hanno un piede.

E quel piede finisce nel posto sbagliato.

Questo non rendeva meno sbagliato quello che aveva fatto.

Il castello era degli altri, e gli altri avevano tutto il diritto di essere arrabbiati.

Ma quella sera ho pensato che fermare un gesto e cercare di capirlo sono due cose diverse.

E ho pensato a quante volte facciamo la stessa cosa anche noi.

Non con un castello di sabbia.

Noi grandi abbiamo modi più complicati per fare rumore quando vorremmo soltanto che qualcuno si accorgesse di noi.

Li chiamiamo rabbia, orgoglio, indifferenza. Qualche volta perfino silenzio.

Ugo aveva usato un piede.

Forse perché a sei anni si hanno meno parole dietro cui nascondersi.

 

Era ancora seduto sul pavimento.

Tirava un filo del tappeto.

Gli ho preso la mano. «Quello lascialo stare»

Mi sono seduta accanto a lui.

Poi l'ho abbracciato.

È rimasto fermo per un po'.

«Mamma?»

«Sì?»

«Domani posso portare il secchiello grande?»

«Quello blu?»

Ha fatto sì con la testa.

«Va bene.»

Non gli ho chiesto a cosa gli servisse.

Forse, per quella sera, avevo fatto abbastanza domande.

 

*

Musica: Le Valse d’Amélie  – Yann Tiersen

 https://www.youtube.com/watch?v=07xTvC5a9YQ


 

Chi è Ugo?
https://finestrelama.blogspot.com/2025/07/0-ugo-fa-cose-viola-bruno-calendario.html

 

N.B: l’immagine di Ugo è stata generata con intelligenza artificiale. Il bambino rappresentato non esiste, non corrisponde a persone reali, vive o esistite, ed è utilizzato a scopo illustrativo, narrativo e simbolico.

Se riconoscerete questo bambino, se vi sembrerà di averlo già visto,

è solo perché in realtà Ugo… esiste dentro ognuno di noi.

 


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