UGO FA COSE – Viola Bruno – RISACCA: Agosto -1
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«Accadono cose che sono come domande.
Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde»
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Prima di cominciare…
Ricordate?
Ugo ha iniziato il suo viaggio esattamente un
anno fa, a settembre.
Ma già allora mancava qualcosa… Agosto.
Ugo aveva deciso di saltarlo.
Aveva scelto l’assenza: nessuna immagine, nessuna parola. Aveva strappato una pagina al calendario, come chi a nascondino trattiene il fiato per non farsi scoprire.
Non voleva raccontare la storia dei castelli di
sabbia.
“Forse si vergognava. Forse l’avrebbe fatto
alla fine. Forse mai.”
Saltare agosto era stata la sua prima marachella contro il tempo, una sfida all’attesa.
E adesso che alla fine ci siamo arrivati
davvero, ripenso a quel forse.
In questo anno avete conosciuto Ugo un po’ alla
volta.
Lo avete visto fare cose, sbagliare, combinare
guai. Fare domande senza farle.
E, mese dopo mese, avete imparato a guardare un po’ più in là di ciò che fa.
Per questo adesso possiamo tornare indietro,
fino a quella pagina che aveva strappato.
C’erano una spiaggia, alcuni bambini e un
castello di sabbia.
In fondo il mare fa così: porta via qualcosa, la tiene con sé per un po' e poi, qualche volta, la restituisce.
Questa è la storia che mancava.
Ma è anche la storia da cui tutto è cominciato.
Perché Ugo è nato proprio lì.
Non sulla spiaggia, ma in un abbraccio: il mio.
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Ad agosto mamma doveva lavorare.
Così andavo al mare con la tata.
La tata diceva che ero fortunato
perché potevo stare tutto il giorno in spiaggia.
Anche lei stava tutto il giorno in
spiaggia.
Però non sembrava così fortunata.
Leggeva.
Ogni tanto alzava gli occhi dal
libro e diceva:
«Ugo, non allontanarti.»
Io non mi allontanavo.
Poco più in là c'erano quattro
bambini.
Stavano costruendo un castello.
Era grande.
Aveva quattro torri, un
fossato e una bandiera fatta con uno stecchino e un pezzo di carta.
Una torre era storta. Gliel'ho
detto.
Il bambino con la paletta
rossa l'ha guardata.
«Non è storta.»
Era storta.
Sono rimasto lì. Loro hanno
continuato a costruire.
Ho trovato una conchiglia
bianca. Era quasi intera.
L'ho messa davanti
all'ingresso del castello.
Una bambina l'ha presa.
«Lì no. Ci passa la strada.»
L'ha appoggiata più in là.
Ho guardato la strada.
Non portava da nessuna parte.
Il bambino con la paletta
rossa scavava il fossato.
Gli altri portavano secchi
pieni d'acqua.
«Manca l'acqua», ho detto.
Nessuno mi ha risposto.
Allora sono andato sulla riva
e ho riempito il mio secchiello.
Quando sono tornato, il
fossato era già pieno.
Ho tenuto il secchiello in
mano per un po'.
Poi ho versato l'acqua sulla
sabbia.
«Ugo!»
Era la tata.
Ho guardato verso
l'ombrellone.
Aveva ancora il libro in
mano.
«Non allontanarti.»
Ho fatto no con la testa.
Poi ho guardato il castello.
Avevano fatto un'altra torre.
Anche quella era storta.
«Vieni, ci serve una mano»,
ha detto la bambina.
Non a me.
Il bambino con la paletta
rossa è corso dall'altra parte del castello.
Io avevo ancora il secchiello
vuoto in mano. L'ho lasciato cadere.
Il castello adesso aveva
cinque torri.
Ho contato fino a quattro.
Poi ho messo un piede sulla
quinta.
È venuta giù subito.
La bambina ha gridato.
Il bambino con la paletta
rossa mi ha spinto.
«Sei scemo?»
Ho messo il piede su un'altra
torre.
Questa volta più forte.
Quello con la paletta mi ha
tirato per la maglietta.
La bambina urlava.
Un altro bambino cercava di
fermarmi.
Anche la tata ha lasciato il
libro ed è corsa verso di noi.
«Ugo!»
Mi guardavano tutti.
Tutti.
La tata mi ha preso per un
braccio.
«Ma si può sapere perché
l'hai fatto?»
Ho guardato il castello.
Adesso era storto davvero.
Ho alzato le spalle.
*
Quando sono tornata a casa, sapevo già tutto.
La tata mi aveva telefonato.
Ugo aveva distrutto il castello di alcuni
bambini.
Non per sbaglio. Prima una torre. Poi un'altra.
Quando sono entrata nella sua camera era seduto
per terra.
«Mi vuoi raccontare cos'è successo?»
Ha scosso la testa.
«La tata mi ha detto che hai distrutto un
castello.»
«Due torri.»
«Ugo.»
«Erano cinque.»
Ho aspettato.
«Non si rompono le cose degli altri.»
«Lo so.»
«E allora perché l'hai fatto?»
Ha alzato le spalle.
Ero stanca.
Avevo lavorato tutto il giorno e avrei voluto
una risposta semplice.
Una di quelle che fanno credere a una madre di
sapere cosa fare dopo.
«Eri arrabbiato?»
«No.»
«Avevi litigato con quei bambini?»
«No.»
«Ti avevano fatto qualcosa?»
«No.»
«E allora?»
Ugo si è messo a tirare un filo del tappeto.
«La torre era storta.»
Ho chiuso gli occhi.
«Ugo, non mi interessa la torre.»
«A me sì.»
Sono rimasta in silenzio.
«E poi avevano fatto un fossato.»
«Ho capito.»
«No.»
L'ho guardato.
«Cosa non ho capito?»
Ha continuato a tirare il filo.
«Niente.»
Avrei potuto insistere.
Invece mi sono seduta per terra.
Dopo un po' Ugo ha detto:
«Quello con la paletta rossa era bravo a
scavare»
«Ah»
«Faceva tutto il giro senza rompere le torri»
Un altro po' di silenzio.
«E la bambina aveva trovato uno stecchino per la
bandiera»
Li conosceva tutti. Non i nomi.
Sapeva chi aveva la paletta rossa, chi aveva
fatto il fossato, chi aveva messo la bandiera.
«Sei stato tanto a guardarli?»
Ugo ha alzato le spalle.
Poi ha detto:
«Mamma?»
«Dimmi»
«Domani lavori?»
L'ho guardato.
Avevo continuato a chiedergli perché avesse
distrutto quel castello.
Forse era la domanda sbagliata.
Avevo cercato una ragione nel momento in cui Ugo
aveva alzato il piede.
Ma forse avrei dovuto guardare quello che era
successo prima.
Un bambino sotto un ombrellone. Una tata con un
libro.
Poco più in là, altri bambini che costruivano qualcosa insieme.
Nessuno lo aveva mandato via.
Nessuno gli aveva detto che non poteva giocare.
Ma nessuno gli aveva detto neanche: «vieni»
Forse Ugo non sapeva di sentirsi solo.
A sei anni certe cose non hanno ancora un nome.
A volte hanno un piede.
E quel piede finisce nel posto sbagliato.
Questo non rendeva meno sbagliato quello che
aveva fatto.
Il castello era degli altri, e gli altri avevano
tutto il diritto di essere arrabbiati.
Ma quella sera ho pensato che fermare un gesto e
cercare di capirlo sono due cose diverse.
E ho pensato a quante volte facciamo la stessa
cosa anche noi.
Non con un castello di sabbia.
Noi grandi abbiamo modi più complicati per fare
rumore quando vorremmo soltanto che qualcuno si accorgesse di noi.
Li chiamiamo rabbia, orgoglio, indifferenza. Qualche
volta perfino silenzio.
Ugo aveva usato un piede.
Forse perché a sei anni si hanno meno parole
dietro cui nascondersi.
Era ancora seduto sul pavimento.
Tirava un filo del tappeto.
Gli ho preso la mano. «Quello lascialo stare»
Mi sono seduta accanto a lui.
Poi l'ho abbracciato.
È rimasto fermo per un po'.
«Mamma?»
«Sì?»
«Domani posso portare il secchiello grande?»
«Quello blu?»
Ha fatto sì con la testa.
«Va bene.»
Non gli ho chiesto a cosa gli servisse.
Forse, per quella sera, avevo fatto abbastanza
domande.
*
Chi è Ugo?
https://finestrelama.blogspot.com/2025/07/0-ugo-fa-cose-viola-bruno-calendario.html
N.B: l’immagine
di Ugo è stata generata con intelligenza artificiale. Il bambino rappresentato
non esiste, non corrisponde a persone reali, vive o esistite, ed è utilizzato a
scopo illustrativo, narrativo e simbolico.
Se riconoscerete
questo bambino, se vi sembrerà di averlo già visto,
è solo perché in
realtà Ugo… esiste dentro ognuno di noi.


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