UGO FA COSE - Viola Bruno – UNA BIGLIA IN TASCA - (GIUGNO -10)
«Il derubato che sorride ruba qualcosa al ladro;
colui che si abbandona a un dolore vano deruba sé stesso.»
William Shakespeare — Otello, I, 3
Avevo una biglia bellissima.
Di quelle con il fuoco dentro.
Verde fuori. Rosso e giallo in mezzo.
Quando la mettevi al sole sembrava viva.
Me l'aveva presa Tommaso.
E fin qui niente.
Le biglie vanno e vengono.
Il problema è che poi aveva detto che era sua.
Io sapevo che era mia.
Lui sapeva che era mia.
Io sapevo che lui sapeva.
Insomma, una faccenda da grandi.
Per tre giorni ci siamo guardati da lontano.
Come fanno i gatti prima di diventare una nuvola di pelo.
Poi stamattina l'ho ritrovata.
Era caduta dietro la rete del campetto.
L'ho raccolta.
Me la sono messa in tasca
e mi sono seduto sul muretto.
Ho pensato a tutte le cose che avrei potuto fare:
Tenermela.
Nasconderla.
Dire che era mia.
Dirgli una bugia.
Dirgliene due.
Perché le idee brutte vengono sempre in compagnia.
Sono rimasto lì quasi tutto il pomeriggio.
Con la biglia in tasca.
Sembrava pesare più di una biglia.
Poi ho visto arrivare Tommaso.
Mi guardava da lontano.
Allora mi sono alzato
E gli sono andato incontro.
Ho aperto la mano.
E gliel'ho data.
Tommaso ha guardato la biglia.
Come si guarda una cosa che non ci si aspettava più.
Non l'ha presa subito.
È rimasto fermo,
con la mano a mezz'aria.
Allora gliel'ho appoggiata io nel palmo.
Piano. Come si fa con gli uccellini feriti.
«È tua?» ha chiesto.
Io ho fatto spallucce.
Perché certe domande arrivano tardi.
Lui ha abbassato gli occhi.
Ha chiuso le dita.
Poi si è seduto sul muretto accanto a me.
Non vicino vicino.
Abbastanza.
«Perché me l'hai data?» ha chiesto.
Ci ho pensato un po'.
«Perché era diventata pesante.»
Tommaso ha guardato la biglia.
«È una biglia.»
«Lo so.»
Siamo rimasti lì.
A guardare il campetto.
Due piccioni.
Una cartaccia.
Un pallone che nessuno veniva a riprendere.
Le solite cose importanti.
*
Ci sono cose così piccole da sparire nel palmo di una mano
e tuttavia capaci di accompagnarci per una vita intera.
Una biglia, per esempio.
O un dolore che, col passare degli anni, ha imparato a somigliarle.
Rotola sotto gli armadi, si perde nell'erba alta,
resta per mesi sul fondo di una tasca
senza che nessuno si accorga della sua presenza.
Così leggera da sembrare immune al peso del mondo.
Eppure accade che, lungo il cammino, vi si depositino parole,
umiliazioni, offese, rabbie mai del tutto consumate dal tempo.
Come polvere sottile che si posa sulle cose e, anno dopo anno,
finisce per cambiarne il colore.
Allora ciò che era nato per stare nel palmo di una mano
comincia lentamente a occupare stanze intere della memoria.
Crescendo si diventa custodi di cose invisibili.
Non si conservano soltanto fotografie, lettere o oggetti.
Si conservano soprattutto parole, silenzi, sguardi, assenze.
Basta poco: una frase ricevuta da bambini, una porta chiusa troppo presto,
una promessa che nessuno ha mantenuto.
Piccole ombre che continuano ad attraversare gli anni:
somigliano a certi laghi che appaiono immobili,
ma che, nel silenzio del fondo, raccolgono sedimenti.
Rabbie ostinate che girano in tondo, dentro di noi, come cani
incapaci di trovare il luogo giusto in cui sdraiarsi.
Così il tempo passa, cambiamo pelle,
eppure qualcosa continua a depositarsi.
Finché un giorno non si ricorda più nemmeno la forma della ferita.
Se ne ricorda soltanto il peso, il segno, il dolore.
Ed è così che si genera un equivoco ancestrale.
Ci sono biglie che attraversano una vita intera.
Seguono i traslochi, i cambi di stagione, le metamorfosi silenziose
con cui gli anni riscrivono un volto, una voce, un carattere.
Le si porta così a lungo da dimenticare il momento esatto
in cui sono entrate nelle nostre tasche.
Poco alla volta si accomodano nel passo, nel respiro,
perfino nel modo di guardare il mondo.
E ciò che un tempo era soltanto una ferita
finisce per confondersi con la trama stessa della propria storia.
Si comincia allora a credere che quel peso ci appartenga.
Che dica qualcosa di essenziale su di noi.
Che sia diventato carattere, destino, identità.
Eppure una ferita può abitare una vita senza avere il diritto di governarla.
Arriva qualche volta un giorno raro, in cui iniziamo ad accorgerci
che quella biglia non ci stava proteggendo dal dolore: era essa stessa il dolore.
E che ciò che per anni avevamo scambiato per una parte di noi
era soltanto una presenza rimasta lì troppo a lungo.
E insieme nasce una verità che cambia il paesaggio:
chi ci aveva consegnato quella biglia ne portava già altre nelle tasche,
così antiche da averne dimenticato l'origine,
talmente a lungo trasportate da non sentirne più il peso.
Le ferite non assolvono. Possono aiutare a comprendere.
Talvolta perfino a intravedere il dolore che ha preceduto il nostro.
Ma comprendere non è giustificare.
Arriva infatti un momento in cui non è più possibile continuare il viaggio ad occhi chiusi.
Bisogna mettere una mano in tasca,
tirare fuori ciò che si sta portando da anni. Guardarlo. Riconoscerne il peso.
Accettarne la presenza senza confonderla con sé stessi.
E poi decidere che cosa farne.
È così che si interrompono le storie antiche.
Non quando il male viene dimenticato.
Non quando viene negato.
Ma quando smette di ricevere il permesso di proseguire.
Molti continuano il viaggio senza accorgersi di nulla.
Passano quelle biglie ad altri come si tramandano certe eredità:
senza averle mai aperte davvero, senza averne mai interrogato il contenuto.
Così il dolore continua la propria staffetta.
Etty Hillesum scriveva che ogni atomo di odio aggiunto al mondo lo rende più inospitale.
Forse aveva intuito proprio questo: che il male cresce per accumulo.
Tasca dopo tasca, vita dopo vita.
Eppure qualcuno trova il coraggio di fermarsi.
Di prendere tra le mani ciò che sta trasportando.
Di guardarlo finalmente in piena luce e decidere che quel viaggio finirà lì.
Perché chi restituisce il male continua la storia.
Chi lo trattiene la prolunga.
Ma chi lo lascia andare cambia il finale.
Si crede che la compassione sia un dono fatto a chi ci ha ferito.
Qualche volta è semplicemente la porta da cui si esce.
È il modo in cui si restituisce libertà a sé stessi.
È il sorriso del derubato.
Forse è questo che ho visto oggi.
Non una biglia che passa da una mano all'altra.
Ma una storia che si ferma.
Forse la pace comincia proprio così:
con una mano che si apre
e una tasca che finalmente si svuota.
Musica: Tabarly – Yann Tiersen
https://youtu.be/Zf1Ks_UKs5Q?si=oLO6kWFtOS7fPBiK
*
Chi è Ugo?
https://finestrelama.blogspot.com/2025/07/0-ugo-fa-cose-viola-bruno-calendario.html
N.B: l’immagine di Ugo è stata generata con intelligenza artificiale. Il bambino rappresentato non esiste, non corrisponde a persone reali, vive o esistite, ed è utilizzato a scopo illustrativo, narrativo e simbolico.
Se riconoscerete questo bambino, se vi sembrerà di averlo già visto,
è solo perché in realtà Ugo… esiste dentro ognuno di noi.


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