ALLONTANARSI DALLA LINEA GIALLA - Stefania Giammillaro - A ciascuno la sua durata
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| Allontanarsi dalla linea gialla |
Solitamente, per rientrare a
Pisa, dopo aver concluso la mia giornata lavorativa a Firenze, l’alternativa si
staglia su due treni: quello delle 18:28 o quello delle 19.
Una volta, arrivata prima
del previsto in stazione, c’erano ben tre treni, tutti e tre diretti a Pisa
Centrale su cui sarei potuta salire e che sembravano aspettarmi: quello delle
18:16 e i due predetti.
Con la differenza che: il
treno delle 18:16 impiega un’ora e mezza per arrivare a Pisa, quello delle
18:28 un’ora netta e quello delle 19:00, solo 54 minuti.
Stessa percorrenza,
tempistiche diverse: su quale salire?
Torna la questione tempo,
insomma, già trattata per questa rubrica nel contributo del 22/2 scorso e
reperibile al link Il cronòtopo: il tempo è uno spazio,
ma che adesso si colora di accezione e sapore diversi.
Stavolta si parla di come
sentirsi “in tempo” rispetto al “tempo”.
Quanti di noi, almeno una
volta, si sono sentiti “in ritardo” rispetto ai crismi cadenzati dai luoghi
comuni sociali: università – lavoro – matrimonio – figli?
Chi almeno una volta si è
sentito “indietro” o addirittura, ormai senza più possibilità di realizzare i
propri desideri e quindi “realizzarsi” sul piano professionale o personale?
Eppure quei treni erano lì,
fermi a riscaldare i motori, pronti per partire, tutti verso la medesima
destinazione, ma solo su uno di essi potevo salire, solo uno di essi potevo
scegliere.
Che poi, come lo spieghi il
ritardo? Ci fosse una tabella di marcia, un orario prestabilito a monte, tu
sapresti che se non ti sposi entro i trenta non hai altre possibilità oppure
che se intraprendi quella carriera sarà difficile conciliarla con la famiglia
se non dopo i 40.
Quanto dura una scelta?
Quanto dura una vita?
Ecco, la durata.
Secondo il vocabolario
on-line Treccani per durata s’intende: “l’intervallo di tempo in cui si
svolge, dal suo principio alla sua fine, un determinato fatto o fenomeno”.
E tra le varie accezioni c’è anche quella che mutua dalla filosofia di H.
Bergson (1859-1941), (durata reale o pura) secondo cui essa rappresenta la
forma che assume il fluire originario dei nostri stati di coscienza, quando viene
intimamente sentito e riconosciuto, al di là di ogni sovrastruttura
intellettuale o simbolica, come vivente successione, incessantemente in
progresso e quindi sempre nuova e originale, di elementi qualitativi eterogenei
che si compenetrano e si fondono tra loro come le note in una melodia. Questa
concezione è contrapposta all’idea scientifica del tempo, in quanto considerato
astrattamente come una successione di istanti identici, tradotto cioè in
rappresentazioni di natura spaziale per le necessità del ragionamento e della
comunicazione. Per influsso della filosofia bergsoniana, il termine durata è
passato a designare nella critica letteraria il «tempo» interiore di una
narrazione o di un personaggio, la sua «curva» o traiettoria ideale, risultante
dalla successione di tanti singoli atti, fatti, stati d’animo, ecc.
Ebbene, in quella
successione di istanti identici o in quel fluire mutevole e progressivo di
stati di coscienza, ciascuno è chiamato a prendere decisioni importanti che
inevitabilmente incidono, in misura minore/maggiore su quella concatenazione,
ritardando o accelerando la destinazione.
Altra cosa: la destinazione.
Tutti e tre i treni arrivano
a Pisa, tutti noi siamo destinati al fine vita.
Eppure ci ammaliamo di
ritardo.
Sulla durata Peter Handke ha dedicato un’opera
straordinaria, intitolata “Canto alla durata”, Einaudi, 2016. Non si tratta di
un poema nella sua espressione classica, semmai di un’opera che, provenendo dal
continente della prosa, trasporta nella poesia territori e frammenti del suo registro.
Quindi potremmo parlare di un’opera di poesia che incontra la prosa e
soprattutto la filosofia come nucleo centrale ed orizzonte di senso.
Nel cosiddetto proemio o
intenzione, l’autore così si esprime:
È da tanto che voglio
scrivere qualcosa sulla durata,
non un saggio, non un testo
teatrale, non una storia –
la durata induce alla
poesia.
Voglio interrogarmi con un
canto,
voglio ricordare con un
canto
dire e affidare a un canto
cos’è la durata.»
Poi Handke procede a
racchiudere l’esperienza della durata entro confini definitori e di percezione
dell’essere in movimento tra un prima
ed un dopo.
«
O durata, mia quiete!
O
durata, mia sosta!
O
scossa della durata nel tempo
tu
mi circondi con uno spazio descrivibile
e
già descriverlo crea i suoi nuovi spazi!»
Ma
prima dell’approdo definitorio, l’autore giunge ad una consapevolezza altissima
ben precisa che tramuta la durata in un “atto di fedeltà”, un ancoraggio che ti
permette di sentirti “vivo” mentre stai vivendo e magari non te ne rendi conto.
«E qual è la cosa
a cui devo restare fedele?
Essa ti apparirà
nell'affetto
per i vivi
- per uno di loro -
e nella consapevolezza di un
legame
(anche soltanto illusorio).
E questa non è una cosa
grande
particolare, non è insolita,
sovrumana,
non è guerra, non è
allunaggio,
non è una scoperta, un capolavoro
del secolo,
la conquista di una vetta,
un volo da kamikaze:
io la condivido con altri
milioni di persone,
con il mio vicino e allo
stesso tempo
con gli abitanti ai margini
del mondo,
dove grazie a questo fatto
comune
si crea lo stesso centro del
mondo
che è qui accanto a me.»
La durata, insomma, eternizza l’attimo, lo amplifica, lo estende, rende “valore” il tempo e ciò per cui quel tempo è impiegato, ciò a cui si dedica quel tempo e in quel dedicarsi ed impegnarsi si crea “un fatto comune” che pone ogni essere vivente allo stesso centro del mondo.
La
domanda dovrebbe essere “come”, non “quando”.
La
risposta dovrebbe essere “mettendoci sempre tutto se stesso” o semplicemente “amando”
o ancora “sinceramente”.
Quella
volta salii sul treno delle 18:28 perché mi sembrava un giusto compromesso tra
l’attesa in stazione e il tempo impiegato per arrivare a Pisa, dove ci fu ad
accogliermi un bellissimo tramonto che se fossi giunta prima o dopo, avrei,
comunque, perso.
***
Cinque mesi lontano da casa
è un guasto nel petto,
una lungimirante apoteosi senza brevetto
di pilota o genio
Arrendersi così all'inghippo
dell'ironia
mentre pensieri macinano
misteri
del riconoscersi nello
stesso volto
come se ci fossimo salutati
ieri
(Da
Allontanarsi dalla linea gialla – silloge inedita di S. Giammillaro)


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