Allontanarsi dalla linea gialla – Stefania Giammillaro - Il cronòtopo: il tempo è uno spazio
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| Allontanarsi dalla linea gialla |
Il tempo è argomento che ha interessato sin dagli albori dell’umanità, quantomeno dell’umanità “sapiens”, le più acute menti soprattutto in ambito filosofico – scientifico.
Si deve a Sant’Agostino l’acquisizione di un’idea di tempo lineare su base orizzontale che avrebbe scardinato l’opposta concezione circolare in voga precedentemente.
Spesso si associa la nozione di “spazio” a quella di “tempo” o come ascritti a sfere della realtà diverse, dove la prima sta ad indicare solitamente il “luogo”; oppure abbinate come nella locuzione “spazio di tempo” per riferirsi ad un intervallo, una distanza, uno iato o un delta.
In fisica, ad esempio, per spaziotempo, o cronòtopo, si intende la struttura quadridimensionale dell'universo.
Si tratta di un concetto fisico introdotto dalla teoria della relatività ristretta di Einstein, che combina le classiche nozioni distinte di spazio e di tempo in un'unica entità composta da quattro dimensioni: le tre spaziali (lunghezza, larghezza e profondità) e quella temporale. In questa visione lo spaziotempo è lo "scenario" in cui si svolgono gli eventi e anche la dimensione tempo è relativa, ovvero misurabile con valori diversi in differenti sistemi di riferimento.
Peraltro, il concetto di cronòtopo è proposto anche all'interno della narratologia, in particolare dal filosofo e critico letterario russo Michail Michajlovič Bachtin (Orël, 17 novembre 1895 – Mosca, 7 marzo 1975), per il quale la categoria tempo all'interno del romanzo riveste un ruolo di estrema centralità. In tale contesto il cronòtopo viene a indicare «l'interconnessione dei rapporti temporali e spaziali all'interno di un testo letterario» (Cfr. Antonio Pioletti, La porta dei cronotopi, Catanzaro, Rubbettino, 2015).
Ebbene, io credo, anzi, sono fermamente convinta che il treno costituisca la migliore e vera testimonianza in concreto della sopradetta dimensione quadrimensionale dove ricorrono i requisiti di larghezza, lunghezza, profondità e tempo.
Se vi dicessi, insomma, che può esemplificarsi l’immagine di un cronòtopo in una macchia d’olio che densa si estende modificando margini e latitudine?
Considerate che ogni minuto di tempo, ogni secondo di tempo trascorso sul treno è occupato da un preciso spazio all’interno del treno e in relazione al luogo che in quel minuto o secondo il treno attraversa.
Non può esserci distinzione né divaricazione: io arrivo alla stazione di Pontedera solitamente 15 minuti prima di arrivare alla stazione di Pisa Centrale e in quei quindici minuti occupo uno spazio sul mio sedile, ho la visuale dei sedili circostanti e attraverso le frazioni, i comuni che si trovano tra Pisa e Pontedera: Cascina, S. Frediano A Settimo, Navacchio.
Lo spazio all’interno del treno, poi, riveste un’importanza fondamentale, una scelta ponderata e strategica di non poco momento.
All’inizio optavo per i quattro sedili perché più spaziosi, perché potevi scegliere in quale direzione sederti; tuttavia sono quelli che vengono occupati prima da chi sale dopo e così le gambe si investono, lo spazio, dapprima comodo, si accorcia sempre più.
Lo spazio dei quattro sedili permette un’apparente distanza tra i viaggiatori. Apparenza che viene irrimediabilmente confutata, non appena vengono occupati, quando ormai è troppo tardi per cambiare idea, specie nelle fasce orarie più affollate dove già si urla al miracolo se si trova un posticino dove sedersi.
I sedili doppi, invece, richiedono un maggiore contatto.
Ci sono persone che quotidianamente sono disposte a navigare lungo tutti i vagoni del treno, pur di non sedersi accanto a un doppio sedile già in parte occupato, o meglio, occupato al 50%.
Si ha all’apparenza meno spazio di autonomia e se occupi i due sedili per prima, puoi auspicare di trascorrere nella tua beata solitudine (quasi) l’intero viaggio, eccetto per le ultime fermate, quando il treno è del tutto pieno e si grida al miracolo di cui supra.
Il treno è la dimostrazione di uno spaziotempo che riveste uno studio sociologico.
Se occupi il sedile accanto con cinque/dieci borse è molto probabile che qualcuno ti chieda se “per caso” quel posto sia libero, costringendoti a prendere una laurea honoris causa in architettura per collocare nelle vicinanze i tuoi bagagli. Di contro, se una persona occupa un solo posto in un quattro sedili, ma è in lacrime, è quasi scontato che trascorra il viaggio da sola, ancora più sicuro se occupa uno dei sedili doppi.
Perché il contatto ci fa così paura? Perché nutriamo fastidio del posto occupato vicino a noi da un estraneo?
Forse perché ci toglie tempo oltre che spazio? Perché quell’esatto tempo non sarà più recuperabile in quel dato spazio?
Una sera presi a Firenze l’ultimo treno per Pisa, ad ora veramente tarda. Il treno era quasi vuoto e, per fortuna, mi trovavo insieme ad un amico poeta, di ritorno da una presentazione alle Murate.
Occupammo un due posti e la salvezza era già nostra, sicuri di essere all’interno di una bolla solo nostra dove nessuno si sarebbe infastidito delle nostre chiacchiere.
Parlammo anche a lungo, cosa strana più per lui che per me (ovviamente), ma entrambi in maniera così vivace per contrastare il gran sonno, desideroso di prendere il sopravvento.
Parlammo delle nostre estati e di ciò che leggemmo nelle nostre estati. Sapete, molti miei colleghi di lavoro, quando confido loro della mia passione per i libri e la scrittura, spesso affermano: “Leggo solo d’estate”. Affermazione che probabilmente diventerà il titolo di una prossima rubrica o silloge. Ma, tornando a quel treno in tarda sera, parlando delle rispettive letture, dissi al mio amico di aver dedicato le mie a Pavese, di essere tornata a studiarlo e a comprenderlo meglio, come se mi mancasse ancora un tassello, come se non fosse mai abbastanza.
Gli raccontai de Il mestiere di vivere e dei post-it colorati scelti per ogni anno, del modo di Cesare di intendere l’aubade, e della centralità che riveste la tematica del “corpo” in molti sui componimenti, uno fra tutti "Dopo" tratta da "Lavorare stanca", dove sembra riprendere il tema aubade in accezione in un certo senso vicina alla matrice provenzale - tradizionale: "Ma domani nel cielo lavato dall'alba/la compagna uscirà per le strade, leggera/del suo passo. Potremo incontrarci, volendo".
I protagonisti sono due innamorati che vivono il loro amore nonostante il fascismo, anzi forse "a causa del fascismo". Ne parla Tiziano Scarpa nella sua introduzione al volume "Cesare Pavese - Le Poesie" (Einaudi del 2020), il quale sostiene che "Dopo", scritta nel 1934, costituisca la prova (poetica) che "nonostante tutto le esperienze umane fondamentali sono indistruttibili", in risposta alla critica avanzata da Franco Fortini secondo il quale Pavese non avrebbe riconosciuto il contesto storico sociale da cui egli ha attinto le "sue" colline e riporta le parole di accusa di Fortini stesso: "Senti che quell'aria opprimente che non circola nemmeno fra le colline è un altro nome del fascismo anche se, nell'ottica di Pavese, vuol essere una condizione umana" (F. Fortini, I porti del Novecento, Laterza, Roma - Bari 1980).
Di fronte a noi, c’era una ragazza che occupava sola un sedile doppio, lei non occupava il nostro spaziotempo né noi il suo, però ad un tratto mi accorsi che mentre noi si parlava di Pavese, lei si avvicinava sempre più nella parte centrale, quella più scomoda, stante l’insenatura tra i due sedili. La vidi prendere il cellulare, la vidi ordinare “Lavorare stanca” di Cesare Pavese.
Eh sì, “nonostante tutto”, nonostante lo spaziotempo, tutte “le esperienze umane”, anche quelle non fondamentali, “sono indistruttibili”, riprendendo parzialmente quanto sopra riferito da Scarpa su Pavese, il quale ancora cercava e dava la possibilità a due amanti di consumare il loro amore dietro un albero, nonostante lo spaziotempo della distruzione e del fascismo.
(Vagone)
Solo un bagaglio a mano, stavolta
della misura esatta
da riporre sotto il sedile
o sulla cappelliera
senza allenare i bicipiti
o pretendere di averne.
In stiva si lascia il peso
delle opportunità mancate
alla vita programmata
applicata la franchigia più elevata
per essere oltre il limite consentito.
Si nutre una certa invidia per i tacchi a spillo
di chi leggero si avvia alla meta
da un capo all'altro dello Stivale,
quasi a non voler portare
nulla con sé
neanche il ricordo
appoggiato sul mento del pensar troppo...
mentre chi a gomme basse
viaggia calpestando
pietre alle occasioni migliori
scrutando l'imbarco
dei rossoneri in calendario
Un andirivieni senza
documento d'identità
atteso al varco,
accompagnato fuori.


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