UGO FA COSE - Viola Bruno – UGO, NESSUNO E CENTOMILA – Febbraio -6

 


«Io non dipingo l’essere. Dipingo il passaggio.»
— Michel de Montaigne[1]

 

 

A Carnevale tutti diventano qualcun altro.

Io no. Io divento quello che decidono gli altri.

Quest’anno volevo essere una stella. Una vera. Con le punte.
Di quelle che brillano anche quando è giorno.

 

Avevo già scelto dove metterla, la luce. Qui. Sulla fronte.
Così si vedeva subito.

 

Mamma invece ha detto:
“Ho trovato un costume bellissimo.”

Quando dice così vuol dire che ha già deciso.

 

È un pagliaccio.

Con il naso rosso. I bottoni grossi. Il sorriso disegnato.

Un sorriso che non si può togliere.

 

Mi guarda dallo specchio.
Sembra contento.
Io no.

 

Mamma dice: “ma guarda come stai bene!”

Io penso: non sono io.

Ma lo penso piano.

Perché i bambini educati non dicono quando una cosa non gli somiglia.

Ma poi, quando diventano grandi, non sanno più parlare forte.

 

A scuola ridono. “Che buffo!”

Allora rido anch’io, ma poco.

Dentro però sono una stella. Spenta.

 

Gli adulti dicono che Carnevale è bello
perché puoi essere chi vuoi.

Mica è vero. Puoi essere quello che ti mettono.

 

Ho guardato bene le persone, oggi.
Cambiano faccia continuamente.

Una per salutare.
Una per parlare con la maestra.
Una per fare finta di niente.
Una quando credono di non essere visti.

 

Io ne ho una sola. E già mi pesa.

La porto attento, come quando si tiene in mano qualcosa
che non deve cadere.

 

Sotto il trucco mi prude.
Sotto il sorriso mi stanco.
Sotto il naso rosso respiro male.

 

Allora vado in bagno.

Mi guardo.

Tolgo il naso.
Tolgo il cappello.
Tolgo il sorriso.

Respiro.

La faccia resta lì.
La mia.

Non divento un altro.
Non succede niente.

Poi rimetto tutto, fuori serve.

 

Essere sé stessi, fuori,
dev’essere una cosa difficile.

Io sto ancora imparando.

 

*

 

A Carnevale chiamiamo gioco ciò che, in realtà, è un apprendistato.

Insegniamo ai bambini a mascherarsi
prima ancora di insegnare loro a riconoscersi.

Lo facciamo con amore, con entusiasmo –

con la cura fervida che accompagna l’infanzia.
Ma in quel gesto si trasferisce anche ciò che non abbiamo vissuto,
le forme che non abbiamo abitato,

le attese rimaste senza figura.

Così si impara presto ad indossare un volto.
Non quello che affiora dall’interno, ancora incerto e senza nome,
ma quello che consente di entrare nella scena degli altri.

È il modo fragile con cui proviamo ad abitare il mondo.

 

All’inizio è un costume. Poi diventa un’abitudine.
Poi, quasi senza accorgercene, una seconda pelle.

Scopriamo così che non possediamo un solo volto, ma una costellazione di forme.
Uno per entrare, uno per restare, uno per difenderci, uno per essere accolti.
E uno che ignoriamo di avere,
finché qualcuno non ce lo restituisce con uno sguardo.

 

La vita li trasforma senza sosta: li logora, li sovrappone, li confonde.

Attraversiamo attese, incarniamo ruoli che crediamo definitivi.

E invece si rivelano soltanto stanze.

 

Ci sono giorni in cui non ci somigliamo
e altri in cui ci riconosciamo all’improvviso,
come passando davanti a uno specchio inatteso.

Non perché qualcosa si sia finalmente rivelato,
ma perché, per un istante, coincidiamo.

Non è il moltiplicarsi dei volti a smarrirci,
ma l’oblio della loro natura provvisoria.

 

I bambini lo avvertono.
Percepiscono subito quando qualcosa non coincide,
quando il sorriso eccede, quando il respiro non trova spazio.

Il loro disagio è netto proprio per questo:
non hanno ancora imparato a confonderlo con la normalità.

 

Forse crescere significa proprio questo:
continuare a cambiare volto senza smettere di cercare,
da qualche parte, uno spazio in cui poterlo deporre.

Non per scoprire chi siamo “davvero” –
ma per sostare, ogni tanto, nell’evidenza

che nessuna forma ci contiene per intero.

 

Ugo ci conduce davanti a qualcosa di quieto e ostinato:

essere amati per ciò che non ci corrisponde

è una forma gentile di solitudine.

Ci sono maschere che non indossiamo per difenderci,
ma che l’affetto di chi ci è più vicino ci cuce addosso,

con un filo tanto invisibile quanto tenace –
proprio per questo aderiscono di più

e sono le più difficili da togliere.

 

Ci vuole molto tempo per accorgersi
che non serve diventare altro
perché uno sguardo ci raggiunga.

 

Forse il vero Carnevale non è travestirsi.
È mostrarsi.

Carnem levare”: togliere la carne.
A noi spetta il gesto contrario: togliere la maschera.

Rimanere nudi, con il proprio volto.
Con la propria carne.
Con la propria mutevole luce,
che cambia persino mentre la guardiamo.

 

*

 

Musica: Yann Tiersen – La Valse des Monstres



Chi è Ugo?

https://finestrelama.blogspot.com/2025/07/0-ugo-fa-cose-viola-bruno-calendario.html

 

 

 

N.B: l’immagine di Ugo è stata generata con intelligenza artificiale. Il bambino rappresentato non esiste, non corrisponde a persone reali, vive o esistite, ed è utilizzato a scopo illustrativo, narrativo e simbolico.

Se riconoscerete questo bambino, se vi sembrerà di averlo già visto,

è solo perché in realtà Ugo… esiste dentro ognuno di noi.



[1] da Essais, III, 2 (“Du repentir”), 1580-1595


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