POESIA? NO, GRAZIE - Vincenzo Lauria - "Vita da Influencer"
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| Vincenzo Lauria |
Nello scorso numero della rubrica ci salutavamo alle porte delle festività con POESIA? NO, GRAZIE! - Vincenzo Lauria - Poesia ruffiana o ruffiani in poesia? auspicando un Natale con meno profumi e più ritorni all'Essenza.
Nei giorni successivi alla sua pubblicazione, ascoltando un programma radiofonico, ho appreso di un articolo pubblicato da una nota agenzia di stampa in merito ai regali più richiesti per le festività. Se state pensando a "Il piccolo chirurgo" siete boomer e fuori strada (in realtà solo parzialmente... ma di questo tratteremo a fine articolo e capirete il perché)! Tra i giochi da tavolo più gettonati del periodo natalizio spicca "Vita da Influencer", prodotto da una nota azienda del settore (ANSA.it - Letterine a Babbo Natale, ecco i giocattoli più richiesti dai bambini Spunta gioco 'Vita da influencer', cosa vogliono i figli e come spendono le famiglie). Lo scopo del gioco, reputato adatto ai bambini dagli otto anni in su, è di diventare l’influencer più popolare. Si lancia il dado e si sposta la propria pedina lungo il percorso, peschi carte come Post, Trend Topic o Evento. Le carte ti fanno guadagnare Like, Follower oppure affrontare imprevisti (come scandali, critiche o momenti offline). Devi scegliere quando postare contenuti “virali”, accettare collaborazioni o evitare situazioni che ti fanno perdere follower. Fin qui, in sintesi, la dinamica "innocente" del gioco e potremmo anche tranquillamente soprassedere, in nome di una serata spensierata tra amici in un clima festaiolo, su quali fossero le età anagrafiche dei partecipanti. Ma forse, smaltito l'effetto di panettone o pandoro (gate???), dei calici di spumante o di champagne (per chi ancora osa tradire la patria Italia!), qualche riflessione sui messaggi "educativi" (subliminali e non) potrebbe essere opportuna. In verità non riusciamo a immaginare persone che tra i lettori di questa rubrica (genitori o non), possano aver regalato o acquistato questo gioco, anche se qualcun altro, stando ai dati sui quali si fonda l'articolo di Ansa, dovrà pure averlo fatto! Perché siamo così insolitamente ottimisti verso noi stessi? Semplicemente perché siamo tutti più o meno consapevoli che quelle di "Vita da Influencer" sono dinamiche con le quali, in gradazioni decisamente meno amplificate, siamo "costretti" a interagire (a meno che non si sia così affermati e/o privilegiati da poterne delegare la gestione a un social media manager!). Scrivere per un blog o leggerne i suoi contenuti, diffondere i propri progetti o dare voce a centinaia di poeti come fa, generosamente e pressoché quotidianamente, David La Mantia dal suo profilo, implica un minimo uso dei social, e quello di David è un fulgido esempio di come non sia il mezzo ma l'utilizzo del mezzo a far la differenza. Ma è facile cadere nelle "trappole" che ci vengono ben tese con i sempre più frequenti alert delle piattaforme che ci aggiornano, senza che nessuno lo abbia chiesto loro, sulla copertura di post, sugli insight dei nostri reel, marcando tendenze in crescita o in diminuzione a solleticare la nostra natura prestazionale. Ciò che ci viene richiesto è, in ultima istanza, una progressione di presenza social, di connessione virtuale, di monitoraggio del nostro indice di gradimento, a scapito delle attività relazionali nella vita reale o del semplice e vituperato riposo mentale, o di attività come lettura, sport, eccetera. (Sono da escludere da tali considerazioni i casi in cui, per questione di salute o motivazioni altre, "la rete" costituisca effettivamente l'unica, o la prevalente, possibilità di relazionarsi con l'esterno). Non siamo qui per dare indicazioni da seguire su: se, quanto o cosa pubblicare, ognuno legga le proprie istruzioni, decida per sé la posologia. Credo possa essere più utile condividere un piccolo esperimento sociale condotto su me stesso per alcune settimane. L'ho chiamato "Intervallo" in ricordo delle interruzioni delle trasmissioni televisive della RAI che si verificavano (neanche così raramente negli anni 70) e che venivano accompagnate da un carosello di immagini di località e paesaggi con sottofondo musicale (il più famoso è PASSACAGLIA dalla Suite n. 7 per clavicembalo di George Frideric Haendel). L'esperimento condotto consisteva nel:
Sebbene non sia stato facile come credessi, ho potuto osservarmi come si fa con una cavia e constatare che nei momenti di attesa, di noia o di insofferenza era quasi automatica la ricerca dello smartphone. Ricerca che si sarebbe risolta, molto spesso, nell'accesso ai social, nello scrollare per minuti, esponendomi così all'ennesimo sovraccarico di immagini e contenuti a velocità crescente. Ormai passare da un social all'altro scrollando su notifiche, navigando su bacheche, pubblicare contenuti e monitorare le reazioni, magari alternandoli con un finestra sulle ultime notizie, il meteo, i risultati di un incontro sportivo, la risposta a un messaggio ricevuto, o la lettura di qualche mail è diventata un'abitudine, oltre che un evidente dispendio di tempo utilizzabile in maniera più costruttiva. Durante i giorni dell'esperimento ho avuto percezione del concetto di "dipendenza", e ho ricordato la difficoltà e l'importanza di essere presenti a se stessi quando scatta un automatismo. Sembra quasi un atto rivoluzionario viaggiare sui mezzi di trasporto e leggere un libro o guardare dal finestrino, stare in una sala d'attesa e guardare oltre la finestra, per poi tornare a osservare come la quasi totalità dei passeggeri/avventori sia assorbita dal proprio schermo. Questo accade a tutti noi, più volte al giorno. Non vi tedierò con gli studi sui danni che la dipendenza da social e l'utilizzo smodato dei dispositivi elettronici stanno creando, anche in noi che non siamo "nativi digitali" (ansia, depressione, dipendenza, riduzione della capacità di attenzione; isolamento sociale e diffusione di disinformazione, cyberbullismo, disturbi del sonno e della percezione dell'immagine corporea, specialmente nei giovani...). A testimoniare la gravità della situazione la decisione di nazioni come l'Australia (che ha già vietato l'utilizzo dei social al minori di 16 anni) e di Francia e Spagna che stanno già discutendo su un analogo divieto per i loro giovani. In Italia da qualche mese, è stato esteso anche alle scuole superiori il divieto di utilizzo degli smartphone e di altri dispositivi elettronici durante l'orario scolastico. A cosa mi è servito l'esperimento? A rendermi conto di quanto siamo dentro agli automatismi, a lasciare qualche volta in più il cellulare a casa, a fare qualche tuffo in meno nella vita virtuale e qualcuno in più in quella reale, ricordando come fossero ben più profonde le sensazioni provate durante le immersioni nelle natura, nelle arti, nelle semplici condivisioni con conoscenti, amici, affetti. Ah dimenticavo! Per chi si stesse ancora chiedendo che relazione possa mai avere con tutto questo il gioco de "Il piccolo chirurgo" condivido un altro articolo su un'altra delle tendenze dello scorso periodo festivo: Cari miei boomer non ci resta che l'imbarazzo della scelta tra "Vita da Influencer" e "Il piccolo chirurgo (estetico, ça va sans dire!)" |


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