UGO FA COSE – Viola Bruno – NON VOLO, MA CI PROVO - GENNAIO (-5)
«Vivere è la cosa più rara
al mondo. La maggior parte delle persone esiste, e nulla più.»
— Oscar
Wilde, An Ideal
Husband, 1895
A gennaio succede una cosa strana.
Gli adulti scrivono molto. Come se
avessero paura che l’anno scappi.
Fogli nuovi, penne che funzionano bene, parole
dritte.
Scrivono cose come se fossero ordini gentili.
Ma io li riconosco subito: sono ordini.
Li chiamano "buoni propositi",
ma nascono già stanchi, con una
faccia seria, quasi arrabbiati.
Io li vedo cadere. Prima uno.
Poi un altro. Poi un altro ancora.
Cadono piano, come se avessero
sonno già prima di nascere.
È una pioggia lenta. Una pioggia che non bagna. Però pesa.
C’è scritto:
“mangiare meglio”
“andare in palestra”
“riposare di più”
“tenere tutto sotto controllo”.
Parole senza ginocchia e senza fiato.
Parole che vogliono correre, ma non hanno le gambe.
Io a gennaio sto in pigiama.
Perché gennaio è un mese che si dimentica di vestirsi.
Dice che ricomincia, ma ha ancora addosso dicembre.
Le briciole, il freddo, le promesse rimaste nei piatti.
Tengo in mano il retino perché non si sa mai:
gli adulti pensano che i buoni propositi volino
via.
Io ho visto che invece cadono.
E quando cadono fanno un rumore secco,
come quando ti accorgi di aver promesso troppo.
Ne prendo uno. Non scappa. Non protesta:
sta fermo come un animale stanco perché ha corso tanto.
Lo guardo. Cerco una parola bella, una che dica:
“va bene così.”
Ma non c’è, c’è scritto solo: “fare meglio”.
Allora lo rimetto per terra, insieme agli altri.
Con quelli che proprio pretendono troppo,
li avvicino un po’ al caldo, così si sciolgono.
Quelli che sembrano più innocui, invece,
li copro con la mia coperta e li lascio riposare:
le promesse non nascono per correre. Nascono per durare.
Sul muro c’è scritto: Gennaio -5.
Perché gennaio non è il primo.
È quello che viene dopo l’idea di cominciare.
Dopo l’entusiasmo. Dopo il “da domani”.
Io non ho scritto nessun proposito.
Ho solo guardato bene quelli degli adulti
e ho visto che sono troppo stanchi, per essere
appena nati.
Sono stanchi prima ancora di provare.
Sono come bambini troppo educati,
stanno composti, ma dentro tremano.
Forse non hanno bisogno di volare.
Forse hanno bisogno di riposare anche loro.
Di non dimostrare niente. Di non vincere l’anno.
Di stare.
Io resto fermo. Il retino abbassato. Il pigiama addosso.
Gennaio passa.
Io intanto faccio colazione.
*
A
gennaio gli adulti si promettono di migliorare.
È un verbo che suona bene, brilla per un momento,
ma spesso nasconde una stanchezza profonda:
quella di chi ha paura che vivere, così com’è, non basti.
Ugo
guarda i buoni propositi caduti a terra
come
si guardano cose che chiedono troppo
e lasciano poco spazio al respiro.
Non li giudica. Li vede.
Io, invece, avevo scritto anch’io.
Non
quelli soliti. Non palestra, ordine, disciplina.
Non la
lista delle cose da sistemare.
Avevo
scritto parole più grandi.
Parole
che non stanno in piedi da sole,
parole
che fanno tremare le mani mentre le scrivi:
Saggezza.
Speranza.
Le
avevo appuntate su un bigliettino piccolo,
come
si piantano i semi.
Senza rumore. Senza sapere se avrebbero attecchito.
Non per diventare migliore. Ma per restare.
Pensavo
fossero propositi.
Ho capito che erano direzioni.
Saggezza non è sapere cosa fare.
È imparare a stare dentro quello che accade
anche
quando fa paura, anche quando fa male,
senza irrigidirsi, senza chiedere alla vita di essere diversa prima di concederle fiducia.
Speranza non è aspettare che vada tutto bene.
È abitare il presente anche quando il futuro non promette nulla.
Quando
non risponde. Quando resta in silenzio.
E poi c’è il coraggio.
Quello
che non si scrive nei primi giorni dell’anno. Quello che arriva dopo.
Il
coraggio di accettare che gli eventi non si cambiano,
ma si può cambiare il modo in cui li attraversiamo.
Il modo in cui li sentiamo, il posto che concediamo loro dentro di noi.
Non
per diventare perfetti, non per assomigliare a un’idea.
Ma per
restare in cammino. Con i nostri limiti, con le nostre paure.
Con quello che sappiamo e con quello che non sappiamo.
Per
avvicinarci, piano, alla versione più vera di noi stessi.
Come
si segue una luce lontana: non per raggiungerla, ma per non perdersi.
Per
potersi dire, ogni tanto:
“Non sono perfetta. Ma sono qui. E sto camminando.”
“Non
volo, ma ci provo”.
Ugo, col suo pigiama ed il retino,
mi ha mostrato una verità semplice: non tutto ciò che cade va raccolto,
ma alcune cose vanno lasciate lì finché non smettono di chiedere troppo.
E se gennaio serve a qualcosa,
non è
a ricominciare, ma fermarsi a guardare,
a scegliere con onestà quali parole ci aiutano davvero a restare vivi.
Saggezza.
Speranza.
Coraggio.
Non come obiettivi, ma come postura. Come modo di stare al mondo.
Per capire
cosa vale la pena coltivare.
I
buoni propositi spesso vogliono risultati.
I semi chiedono tempo.
Io li
pianto. Ogni giorno.
Ugo vive. E mi insegna come si fa.
Musica: Yann Tiersen – Not That Simple
https://youtu.be/XATEKqPw5Kc?si=MaPSQoSOr9HK1qVg
Chi è
Ugo?
https://finestrelama.blogspot.com/2025/07/0-ugo-fa-cose-viola-bruno-calendario.html
N.B: l’immagine di Ugo è stata generata con intelligenza artificiale. Il
bambino rappresentato non esiste, non corrisponde a persone reali, vive o
esistite, ed è utilizzato a scopo illustrativo, narrativo e simbolico.
Se riconoscerete questo
bambino, se vi sembrerà di averlo già visto,
è solo perché in realtà Ugo…
esiste dentro ognuno di noi.


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