RONDINI - Melania Valenti - Miriam Bruni, Inediti
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| Miriam Bruni (Ph. Roberto Cerè) |
Miriam Bruni, persona cui mi unisce, tra le altre cose, una profonda passione per la scrittura poetica e per il castigliano, del quale è fine traduttrice, è un’anima artistica a tutto tondo, esprimendosi in poesia, in prosa, attraversando l’arte visiva con la fotocamera e con chissà cos’altro. Oggi è in veste di poetessa ed io provo a delinearne alcuni tratti.
La carne e il pensiero
L’immaginato e il vero
Nella Poesia
sta dentro tutto
È una passione
- un portare frutto
*
Un grande prisma,
la mia vita: per questo
ogni luce mi seduce.
Cercare,
soffrire e lottare
affila di molto
la scure.
Nel tempo la affondo
con sempre
maggior precisione
nel duro
midollo del mondo.
*
Il Poeta è il più affaticato
e il meno capito,
- il meno abbracciato -
Ha molto da Dare
- ma solo a chi ha Sete
o il cuore ferito, smarrito.
*
Sono poeta.
Di quel che inseguo io
non c'è mercato.
Marginale
Incornicio
Residui
Indelebili
Aggettanti
Mistero
*
Scelgo spesso
sussurranti sentieri
scostandomi - silente -
da sciocchi sincretismi.
Sottolineo
sacralità sommerse
seguendo – solitaria -
sostanze scintillanti,
salutari sfumature,
semantiche sincere...
*
Se scrivo cose vere
è per condurvi al Vero,
al vero che non scrive.
Se salvo cose belle
è per mostrarvi il Bello
quello che non si vede.
Che il mio Daimon sia questo:
esser foglia
del divino Giardiniere,
anima-Figlia
sposata con l'Amore?
*
Mattina di luglio. Cucina.
Costante cicalare e il moto
di vetture sulle strade, cinguettìo
se chiudo gli occhi e mi giro
verso i vetri, da poco illuminati.
Non li sveglio, i ragazzi: il caffè,
mi gusto sola, poi salgo a respirare
la collina di Tolè, a ridare voce
alla preghiera/testamento - a Lui
e a voi sul mio attraversamento –
Che non avvenne certo su ricca nave.
Mai ebbi comodi trasporti, né ingiusti
ebbri privilegi, ma neanche a onor
del vero lo strazio di una stiva scura,
della calca, delle urla, di chi spasima
lontano dalla quiete della sabbia,
pur se fredda. Ancora, ancora
circola il mio sangue; ancora
esce il canto dalla gola.
E mi sfida - la parola.
I testi, inediti, che leggo (non me ne voglia se non azzecco il tiro) delineano una poetica assai riconoscibile, nella quale la poesia è intesa come esperienza totalizzante, ricerca conoscitiva e tensione spirituale. Già nel primo testo si riconosce una propensione a tenere insieme la dimensione corporea e quella intellettuale, il mondo visibile e ciò che sembra celarsi oltre la superficie, con una apertura spirituale che pare sprigionarsi da un unicum Corpo/Mente/Poesia, per giungere ad una forza generativa che trasforma l'esperienza in qualcosa di comunicabile e fecondo: «È una passione/ - un portare frutto». L’ immagine del frutto si ritrova in certo senso anche più avanti, in quell’ «esser foglia/del divino Giardiniere, /anima-Figlia/sposata con l'Amore?», suggerendo una continuità fra creazione poetica e generazione spirituale. La scrittura appare qui come una vocazione che coinvolge l'intera persona, con un “prezzo” che il Poeta paga alla vita, tanto da essere «il più affaticato / e il meno capito», persino «il meno abbracciato». Una incomprensione che non è soltanto intellettuale, ma anche affettiva: egli è qualcuno che ha molto da dare, ma che può essere accolto soltanto da chi ha «Sete», oppure porta «il cuore ferito, smarrito», un dono poetico che non è destinato a chiunque, ma solo a chi possiede una particolare disposizione interiore, un bisogno di ascolto, una sensibilità aperta alla sofferenza e alla ricerca.
Ricco di rimandi e spunti anche l’acrostico del quarto inedito, con cui l’autrice costruisce un autoritratto attraverso sei parole, «Marginale / Incornicio / Residui / Indelebili / Aggettanti / Mistero». Le sei iniziali formano il proprio nome, MIRIAM, ma, lungi dal fare bella mostra di un mero divertissement stilistico, l’autrice offre una interpretazione di se stessa attraverso la parola.
Altri bei guizzi di notevole competenza linguistica e stilistica li ritrovo, ad esempio, nel quinto componimento, in cui il tautogramma in “S”, l’esercizio retorico, si pone al servizio del contenuto, mettendo a nudo le proprie vocazioni al silenzio, alla solitaria sacralità sommersa, alla sincera postura. Ma anche qui, anzi, qui soprattutto, rinvengo un senso profondo, una dichiarazione aperta di poetica e di scelta contenutistica: «Scelgo spesso» diventa, infatti, una scelta consapevole: Bruni dichiara di preferire «sussurranti sentieri», di scostarsi «- silente - / da sciocchi sincretismi» e di seguire «sacralità sommerse». Siamo di fronte ad un vero manifesto, in cui la ricerca poetica assume il carattere di un percorso selettivo, comportando il rifiuto di accostamenti giudicati superficiali e la disponibilità a riconoscere significati nascosti.
Profondamente simbolica, apparentemente semplice nella scelta lessicale, arricchita da frequenti metafore, la scelta poetica che Miriam Bruni ha offerto alla mia e vostra lettura, in cui, nel secondo componimento, presenta la propria vita come un prisma, dalle mille facce e colori, lasciandosi sedurre da ogni frammento di luce, per inseguire, tuttavia, sempre il nocciolo dell’esistenza, senza farsi irretire dalla meraviglia estetica e superficiale, per «Cercare, / soffrire e lottare» e affilare la scure per affondarla «nel duro / midollo del mondo».
Il testo che maggiormente offre alla lettura un piglio assertorio, una visione filosofica della Vita, è «Se scrivo cose vere/è per condurvi al Vero, /al vero che non scrive. //Se salvo cose belle/è per mostrarvi il Bello/quello che non si vede», con il quale Miriam dichiara, impetuosamente afferma una vocazione alla guida (forse fin troppo esplicitata) verso la Bellezza e la Verità, cui si può giungere solo chiudendo gli occhi, posando la penna e nutrendosi di spiritualità, di interiorità. Una dimensione metafisica, cui fanno da contraltare il lessico e il contenuto dell’ultimo testo, in cui la poetessa impiega immagini simboliche e spirituali, per poi ricorrere anche ad espressioni colloquiali e a situazioni concrete. In «Mattina di luglio. Cucina.» si colloca subito la scena in uno spazio domestico e in un tempo preciso. Il cicalare, il movimento delle vetture, il cinguettio e la luce sui vetri costruiscono un paesaggio sonoro e visivo. Non si inizia, quindi, con una riflessione astratta, ma con un'esperienza quotidiana: gusta il caffè da sola, poi sale a respirare la collina di Tolè. La solitudine mattutina diventa progressivamente un momento di raccoglimento e la collina pare il luogo in cui l'autrice può «ridare voce / alla preghiera/testamento». Il riferimento all'«attraversamento» introduce la metafora del passaggio esistenziale, ma la poesia evita di trasformarla in un'immagine eroica o autocelebrativa. La precisazione, poi, «Che non avvenne certo su ricca nave» apre una riflessione sulle disuguaglianze e sulle diverse condizioni delle traversate. La voce afferma di non aver avuto «comodi trasporti» né «ingiusti / ebbri privilegi», ma precisa anche di non aver conosciuto «lo strazio di una stiva scura», la calca, le urla e la sofferenza di chi si trova lontano dalla terraferma. Questo passaggio mi pare assai importante sul piano etico: l'autrice riconosce le proprie difficoltà, ma non le equipara a esperienze di dolore estremo, che non ha vissuto, evidenziando una grande onestà intellettuale, che non lascia spazio a inutile autocommiserazione.
In chiusura, il componimento offre versi profondamente potenti: «Ancora, ancora/circola il mio sangue; ancora /esce il canto dalla gola. // E mi sfida - la parola»; la parola, questa croce e delizia di ogni vero poeta, di chi conosce il senso e il valore sacro della vita. Di chi, nonostante la caducità del tempo, sa che ci sarà sempre questa sfida, questo rincorrere l’immortalità attraverso la parola, questo profondo senso dell’umana esistenza.
Miriam Bruni (1979), ispanista, è nata e cresciuta a Bologna, ha due figli e ama raccogliersi frequentemente passeggiando e fotografando la Natura. Da queste meditazioni estetico-spirituali prendono forma progetti e mostre fotografiche.
Curiosa e attenta alle Letterature tutte e alle Arti in generale, segue un proprio percorso di letture e approfondimenti, e scrivendo mette a fuoco le proprie esperienze, cercandone e restituendone l’essenza profonda e risonante, e la propria visio mundi.
Ha recentemente curato per le Edizioni Bibliotheka il volumetto “Nella morte o nel bacio. Dieci poesie e due poemi di Pedro Salinas”. Ha diretto l'Officina Culturale di Livergnano assieme all’ambientalista e scrittore Loris Arbati e il Giardino di Parole a Bazzano in Valsamoggia assieme a Roberto Cerè.
Notizie, interviste e recensioni critiche relative ai suoi otto libri di poesia e al suo lavoro di divulgazione artistica sono pubblicate in numerosi blog e riviste specializzate, nelle sue pagine social e nel suo canale YouTube.
Miriam Bruni compare nell’Atlante voci poesia ideato da Giovanna Iorio e cura alcune rubriche di traduzione e critica letteraria. Molti suoi testi poetici e scatti fotografici sono stati inseriti in Agende, Calendari e Antologie di Premi.
Miriam crede nel potere e nel valore della gentilezza, dell'autenticità, e della condivisione costruttiva. Persegue la Bellezza con determinazione quotidiana e si adopera per dare vita e futuro ad un Progetto creativo legato ai Complementi d'Arredo e alla Fotografia Poetica.


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