POESIA E ALTRE FORME - Massimo Maggiore - Anatomia di una poesia (perché i 400 colpi di Truffaut è poesia in movimento)
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| Massimo Maggiore |
Alcuni ragazzi
con indumenti uguali, pantaloni lunghi e una giacchetta attillata di colore
scuro, giocano a pallone in un campo che il bianco e nero del film non consente
di capire del tutto se sia d'erba verde o secca o se invece sia di terra,
appena battuta. I ragazzi corrono senza ordine dietro la palla, non si alzano
sbuffi di polvere, la cinepresa che li riprende è posta in una posizione
elevata di qualche metro rispetto al campo, vicina al suo vertice di sinistra
per chi guarda e accanto a una recinzione, fatta con una rete di ferro a maglie
larghe tenuta da paletti di legno, simile a quella delle aie dei polli che si
usavano un tempo nelle case in campagna.
La palla esce
in fallo laterale e uno dei ragazzi, quello che sembra il più piccoletto tra di
loro, con un gesto scaccia il compagno che si accingeva a rimettere la palla in
gioco con le mani, per farlo lui. È il protagonista del film, Antoine Doinel, e
il luogo in cui si trova è un riformatorio, l’istituto di correzione in cui i
suoi stessi genitori hanno chiesto fosse rinchiuso, a seguito di una serie di
malefatte di cui il ragazzo si era reso colpevole. Il campo da gioco è quello
del riformatorio e il momento è quello dello svago pomeridiano concesso ai
ragazzi.
Antoine batte
il fallo laterale e subito dopo si volta e si mette a correre verso il punto in
cui si trova la cinepresa, che ne segue il movimento. Il ragazzo si infila
sotto uno strappo nella rete di recinzione per scappare via verso le campagne
circostanti.
La macchina da
presa torna un attimo verso il campo e ci mostra uno degli uomini della sorveglianza, che si lancia all’inseguimento di Antoine, passando con minore
agilità per lo stesso buco nella rete.
Fino a questo
momento sono passati circa 30 secondi sui 4 minuti e mezzo di quella che
considero la più bella sequenza di uno dei più significativi e importanti film
della storia del cinema. Ma continuiamo ad entrare in quello che succede nel
film.
Antoine prende
a correre e correrà per pressoché tutti i restanti minuti della sequenza. Si
dirige verso la campagna della Normandia, costeggia subito un laghetto
adiacente al campo da calcio, inseguito da vicino dall’uomo della sorveglianza.
Il montaggio stacca quindi su un’inquadratura in cui si vede il ragazzino
accostato a uno dei due muri della massicciata che regge un ponte pedonale
sospeso sopra un viottolo di campagna. Vediamo passare sul ponte l’uomo della
sorveglianza che non s’avvede del ragazzo che si trova poco sotto di lui,
riparato dal muro. Antoine ha finalmente seminato la guardia e riprende così la
sua corsa lungo la stradina di campagna.
Siamo a circa
un minuto dall’inizio della scena e Truffaut, il regista, sceglie di far
correre gli spettatori con Antoine. Utilizza la tecnica del piano sequenza su
un carrello laterale che corre parallelo ad Antoine per circa un minuto e venti,
senza stacchi.
Antoine corre
con passo cadenzato e quasi monotono, non è una corsa allegra e scanzonata, non
è la classica corsa dei ragazzini che si impossessano del mondo. È la corsa
malinconica di un ragazzo che fugge ma non sa da cosa, né verso cosa. Passa
sotto un cartello stradale – e c’è da scommettere che quella sia stata una
scelta improvvisata del giovane attore – corre e corre in avanti, con lo stesso
ritmo. Non è più inseguito, non si guarda indietro. Raramente si guarda
attorno, non è interessato al paesaggio campestre che gli scorre accanto, con i
suoi alberi radi, qualche casa tipica della campagna normanna coi tetti
fortemente spioventi e ricoperti di paglia. Il sonoro è solo il calpestio dei
suoi passi e il cinguettare degli uccelli.
Gli alberi
sono spogli e i campi incolti. Capiamo di essere in autunno.
Antoine corre e
sembra quasi in trance. Verso cosa corre? Nulla lascia presagire l’approdo di
quella corsa, la spiaggia immensa e deserta della Normandia, col brumoso mare
della Manica, che si aprirà di lì a pochissimo davanti ad Antoine.
La maestria
del regista qui nel descrivere con le sole immagini lo stato d’animo del
giovane protagonista raggiunge il suo vertice, innovando fortemente nella
stessa costruzione della narrazione cinematografica fino a quel momento
canonica. Siamo nel 1959. È il primo lungometraggio di Truffaut che segna, con
Le beau Serge di Chabrol dell’anno prima, la nascita della Nouvelle Vague, il
movimento del cinema francese nato in seno ai Cahiers du Cinéma che con una
serie di capolavori usciti per tutti gli anni sessanta ha rivoluzionato, come
prima di esso solo il Neorealismo italiano, la concezione dell’arte
cinematografica.
Ma torniamo
alla sequenza. Antoine Doinel corre e la macchina da presa, dopo averlo
accompagnato senza interruzioni per un minuto e venti secondi seguendone in
parallelo la corsa di profilo, stacca e ce ne dà un’inquadratura frontale.
Il mare e la
spiaggia si cominciano a vedere a sinistra di questa inquadratura. La poeticità
di questo preciso istante sta nel fatto che Doinel continua a correre, guarda
dinanzi a sé, non è interessato al mare, non ne è meravigliato, forse non se ne
accorge nemmeno, vuole solo continuare nella sua corsa senza meta. Ma qui la
macchina lascia Doinel e fa una panoramica bellissima sulla spiaggia,
sottolineata dalle note malinconiche e oniriche suonate al violino del tema
principale del film, che evocano – siamo ormai alla fine del film – l’intera
storia dello scapestrato Doinel. Questa scelta registica è da sola di una
bellezza senza pari. È come se il regista non si limitasse a darci indicazioni
sul luogo, ma ponendo in rapporto con la corsa di Doinel quel mare placido e
senza un confine netto con il cielo (ricordando da vicino alcuni dipinti di Monet
del mare di Normandia) ci dicesse della relazione tra lo sguardo interiore e
quello esteriore, l’incomunicabilità che si può innescare tra i due.
Ma Doinel non
scompare: con una delle trovate che poi caratterizzeranno la Nouvelle Vague,
quella dell’uso narrativo e non secondario dei rumori ambientali – già osservato
nella corsa in piano sequenza più sopra descritta - mentre la cinepresa
percorre il lungo fronte della spiaggia e del mare ruotando verso sinistra, si continua
a sentire distintamente lo scalpiccio della corsa sincopata di Doinel, insieme
alle note di violino del tema musicale. Nella sua rotazione, la cinepresa
nuovamente cattura Doinel che non ha smesso di correre e nel gioco di campo e
controcampo questa volta ce lo fa vedere di spalle.
Vediamo Doinel
arrestarsi per un istante, appoggia la mano destra a un ramo e finalmente volge
lo sguardo verso il mare. Devia la sua corsa e si dirige verso la spiaggia, che
raggiunge dopo aver disceso una scala in legno. Riprende la sua corsa ritmata e
uguale a quella che abbiamo visto fino a questo momento in direzione della
battigia. Si guarda a destra e a sinistra mentre procede in avanti, per la
prima volta sembra risvegliarsi in Doinel la percezione di qualcos’altro.
Mentre
ascoltiamo sulle corde di violino il pizzicato del tema musicale che
dall’inizio della sequenza della spiaggia non ha smesso di suonare, i piedi del
ragazzo toccano le prime pozze che la marea ritirandosi ha lasciato sulla
sabbia. Si sente la sabbia bagnata schiaffeggiata dai piedi di Antoine. La
cinepresa, come già nella sequenza della corsa in campagna, lo riprende su un
carrello parallelo mentre attraversa la profonda spiaggia normanna, fino a
raggiungere la battigia.
Qui si
materializza una nuova deviazione poetica. Il ragazzo entra nell’acqua con
tutte le scarpe e interamente vestito, come se non conoscesse l’acqua, quasi
fosse un incontro esplorativo attraverso il tatto. La sperimentazione (di sé o
del mare?) è resa evidente dal fatto che zompetta nell’acqua di mare, con fare
interrogativo guardandosi i piedi, per registrare la sensazione che sembra
provare per la prima volta in assoluto.
Quindi la
fine: Antoine Doinel solleva lo sguardo e dirige il corpo proprio verso la
cinepresa, guarda dritto in camera. Il gesto di guardare dritto in
camera da parte dell’attore è stato fino a quel momento considerato
solitamente una sgrammaticatura cinematografica, al più usata in chiave comica,
oppure nei primissimi piani, in cui però dall’altra parte lo spettatore è
indotto dalla narrazione a ritenere ci sia un soggetto o un oggetto di riferimento
a cui immaginativamente l’attore che sta guardando in camera indirizza la recitazione.
Nel caso de I
400 colpi non è così.
Si tratta di
un gesto veritativo. Doinel guarda noi che guardiamo come spettatori. Doinel
chiama lo spettatore nel suo mondo interiore, all’interno della storia a cui
abbiamo fino a quel momento assistito. Questo effetto è accentuato dalla
zoomata veloce sul volto di Doinel, che trascina lo spettatore nel realismo del
film. Non a caso I 400 colpi è un film in larga parte autobiografico di
Truffaut.
Qui finisce il
film e sul volto di Doinel, in un fermo immagine potentissimo, compare la
scritta “FIN”.
La lettura che
ho dato della parte finale, dei 4 minuti e 30 secondi forse più significativi
della storia del cinema, è insipiente. Qualsiasi cosa avessi scritto non sarebbe
stata in grado di restituire l’emozione di quel tratto di racconto cinematografico,
esempio mirabile di costruzione poetica ben oltre il mezzo cinematografico.









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