INCROCI - Iolanda Cuscunà - A che punto è la città? Un riflesso nella vetrina.
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| Iolanda Cuscunà |
È di fame che vorrei scrivere per questo
incrocio di novembre. Fame di futuro. Vorrei scrivere di corpi giovani, per
fortuna refrattari alla resa, e di un mondo adulto arroccato nel proprio silenzio.
Scrivo nei giorni agitati di ottobre, in cui nelle città italiane si muovono
migliaia di ragazzi e ragazze che rivendicano il diritto al domani. Si dice che
non abbiano ideologie politiche a muoverli e forse, oggi, è la loro forza. Sono
liberi e liberamente chiedono indietro ciò che le generazioni precedenti hanno
loro sottratto.
Scrivo di loro dunque, e di me, domandandomi cosa
la parola possa fare in questo momento. Quale sia “il compito” di chi scrive
versi. Distratti da micro-polemiche quotidiane, troppo spesso impegnati a
rincorrere l'algoritmo per un pugno di visualizzazioni, abbiamo finito per
trascurare quello che credo sia l’innesco fondamentale della poesia: essere
corpo politico. La poesia deve essere civile. La parola poetica, come una lente
d’ingrandimento, deve mostrare le storture di una società che continua, ieri
come oggi, a voltarsi dall'altra parte davanti ai frammenti di una vetrina
rotta. In questo il mondo non è cambiato. Oggi come in passato c’è chi cerca di
confondere i nomi e le cose.
La violenza e la giustizia si scambiano di posto e tutto si mischia in un unico grande calderone mediatico.
Negli anni settanta il poeta-libraio Roberto Roversi scriveva della sua
città, Bologna, agitata da cortei di studenti e giovani scesi in migliaia nelle
strade. Raccoglierà i suoi versi ne Il Libro Paradiso, che verrà
pubblicato nel 1993. Roversi scriveva:
A che punto è la città?
La città piange e fa pena.
Poi elicotteri in aria
Perché le vetrine son rotte
Le vecchiette allibite
Perché le vetrine son rotte
Commendatori adirati
Perché le vetrine son rotte
I tramvieri incazzati
Perché le vetrine son rotte
Tutte le strade deserte
Perché le vetrine son rotte
Carabinieri schierati
Perché le vetrine son rotte
Sessantamila studenti
Perché le vetrine son rotte
Massacrati di botte
Perché le vetrine son rotte.
In quei giorni di marzo del 1977, tra quelle strade sconvolte, ci fu un giovane che negli scontri perse la vita: Francesco Lorusso, uno studente di medicina colpito a morte da un proiettile. Fu proprio quella tragedia a spingere Roversi a scrivere, per difendere i ragazzi e denunciare una città ferita. Gli anni settanta sono stati anni di contestazione fortissima, tragica, imparagonabile alla frammentazione di oggi, ma l’atteggiamento della società rispetto a delle vetrine rotte è il medesimo a cui abbiamo assistito noi nei giorni scorsi. Indignazione di facciata per le cose, cecità assoluta davanti ai corpi. Sconcerto e nessuna domanda. L’opera di delegittimazione investe proteste che chiedono, invece, di guardare alle macerie di un paese in cui le famiglie non riescono più a mantenere i figli all’università, strozzate da affitti fuori sede insostenibili. Mandiamo i figli a studiare in aule strutturalmente compromesse, scuole senza agibilità che crollano a decine ogni anno nell'indifferenza generale.
Perché questo non ci indigna quanto una vetrina
rotta? Perché la violenza di un braccio che afferra della merce dentro un
negozio non ha ai nostri occhi lo stesso effetto di una mano che progressivamente
s’infila nelle nostre tasche, ipotecando le risorse di chi deve ancora venire?
Probabilmente perché quella mano non la vediamo. E allora dove va la mia
poesia? La mia poesia prova a resiste all’assuefazione, non si rassegna, scende
per le strade e guarda all’altro, perché:
La tua sorte è legata alla mia
divideremo il peso
di quello che sarà
fabbricheremo l’alterità
è difficile e fa soffrire
la libertà.
Note
I primi versi sono tratti da “Il libro Paradiso. Undici poesie degli anni ’70 e ‘80”, Lacaita, 1993. La seconda parte incrocia i miei versi tratti da “Tace l’umano” (Nous, 2023) con il nucleo concettuale di “Passato, Presente” (1973), brano scritto da Roberto Roversi e interpretato da Lucio Dalla, in cui la voce del cantautore ricorda e ammonisce che «la libertà è difficile e fa soffrire». Il riferimento storico è all’assassinio dello studente Francesco Lorusso, avvenuto a Bologna l’11 marzo 1977.



La libertà non è star sopra in albero… d’accordo su tutto Iolanda. (Antonella)
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