FLUSSI E VISIONI - Zeudi Zacconi - “Dolceamaro, l'erotismo poetico"
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| Jordi Díez Fernández, Amantes de Acero (Steel Lovers), 2009 |
Se
la prosa è una casa, la poesia è un uomo in fiamme che la attraversa correndo.
(Anne Carson)
Non c'è inchiostro che non sia sangue.
Né sillaba che non tremi come pelle, sotto l'urgenza di un segreto. L'eros
cammina tra i versi a piedi nudi, lasciando impronte di fuoco sui margini
bianchi della pagina. È la forza dolceamara che Saffo chiama indomabile, un vento improvviso che si abbatte sulla
quercia e ne schianta la fiera compostezza. Che la mente atterra e
avvince.
Il poeta non scrive d'amore: ne ospita
l'incendio. Cerca nella parola il corpo dell'altro. La curva speculare di un
fianco, il respiro trattenuto tra la virgola e lo spazio. Ogni metafora diventa
una carezza proibita, ogni cesura un sospiro che si spezza nella gola. L'erotismo
poetico è questo eterno corteggiamento dell'invisibile attraverso il sensibile,
dove la carne si fa verbo e il verbo torna a farsi carne. Per farsi toccare.
C'è un'ambiguità sacra in questo
connubio. È il contrasto cantato da Saba
nel loggione buio, tra il fascino e il disgusto, tra la purezza dell'assoluto e
la vertigine del trivio. La poesia non giudica l'impulso, lo denuda. Raccoglie
la febbre dei corpi e la trasforma in memoria minerale, sottraendo il bacio
consumato all'usura del tempo. Quando la notte si fa profonda e la pagina si
offre come un corpo – tutto ancora da scrivere – la poesia diventa l'atto
d'amore supremo: quello in cui due solitudini si sfiorano e si riconoscono. E
per lo spazio di un verso, smettono finalmente di avere paura del buio. E
iniziano a penetrarlo.
L'Eros in poesia non è mai una
semplice descrizione dell'atto o del sentimento amoroso, ma una forza
ontologica. Un principio di riproduzione del mondo e del discorso, che si serve
della parola per farsi tangibile.
La parola lirica, fin dalle sue
origini arcaiche, si fa carico di tradurre l'indicibile tensione del desiderio,
oscillando perpetuamente tra il sublime platonico e la carnalità più
viscerale.
Molteplici le traiettorie dell'Eros,
passate attraverso le voci di autori che ne hanno codificato la grammatica,
emotiva e formale.
Alle origini della poesia occidentale,
l'Eros si manifesta come una forza duplice, numinosa e sconvolgente. È sempre Saffo a coniare l'ossimoro immortale,
definendo il dio come γλυκύπικρον (dolceamaro) e descrivendolo come lysimeles:
colui che «scioglie le membra». Una potenza dinanzi alla quale la volontà umana
capitola. L'Eros saffico agisce sul corpo e sulla mente come un trauma fisico
ed estetico.
Parallelamente, la lirica greca e la
successiva tradizione latina ne riconoscono una dimensione cosmica. Se in Ibico Eros è la tempesta che scuote
l'anima, nel proemio del "De Rerum Natura" di Lucrezio, esso si incarna in Venere,
intesa come motore generativo della natura che spinge gli esseri viventi alla
perpetuazione della specie.
L'atto poetico classico si muove così
in questo dualismo: il tormento intimo e la scissione sensoriale, riassunti poi
nel celebre "Odi et amo" di Catullo. Così questa forza irrazionale, contraddittoria e
dolorosa lega indissolubilmente il poeta all’amata, tra attrazione e
ripugnanza. Amore e odio convivono senza annullarsi, nell’esperienza
conflittuale e totalizzante dell’Eros. Soffio universale che
risveglia la materia e la vita.
Nel corso dei secoli, la poesia
metabolizza la lezione filosofica del “Simposio” e del “Fedro” di
Platone, dove l'Eros è il tramite
che eleva l'anima dalla bellezza terrena alla contemplazione dell'Assoluto. Il
Medioevo e il Rinascimento italiano ereditano questa tensione, protendendosi
verso una spiritualizzazione del desiderio.
Tuttavia, la letteratura rinascimentale
avverte la necessità di scindere l'impulso amoroso, per controllarne la
potenziale distruttività. Si assiste così alla codificazione della dialettica
tra Eros e Anteros. Il primo inteso come la passione cieca, il desiderio
carnale e irrazionale. Il secondo come l'amore corrisposto o
la forza morale che purifica l'impulso iniziale, trasformandolo in virtù e
amicizia sublime.
Questa dicotomia permette ai poeti di
esplorare i confini del lecito, inserendo la sensualità in una rigida
impalcatura retorica e allegorica.
La transizione verso un erotismo
psicologicamente complesso trova il suo culmine nei “Sonetti” di Shakespeare, che frammenta l'esperienza
erotica dedicando i suoi versi a due figure antitetiche. Un giovane uomo che
incarna una bellezza apollinea, sublime e platonica (il Fair Youth) e
una donna bruna che scatena un eros cupo, aggressivo, marcatamente carnale e
ossessivo (la Dark Lady).
In questa frattura l'Eros perde la sua
armonia classica e diventa lo specchio della nevrosi moderna, anticipando le
letture psicoanalitiche del Novecento.
Nel secolo scorso, l'Eros in poesia si
spoglia definitivamente dei veli mitologici, per farsi autoanalisi. In Umberto Saba la lirica intitolata
proprio “Eros” diventa il resoconto di una scoperta adolescenziale del sesso,
che è al contempo affascinante e respingente, legata a traumi familiari e alla
ricerca della propria identità sessuale.
Nello stesso periodo, Rainer Maria Rilke coglie il legame
profondo tra il dio dell'amore e la morte: il suo Eros è una divinità
primordiale che «ascolta l'ombra», conscio della brevità e della fragilità
della parabola umana.
L'Eros in poesia agisce come un
catalizzatore retorico: richiede al linguaggio il massimo sforzo inventivo per
tradurre in parole il contatto dei corpi e il tormento delle anime. Da Saffo a
Saba, il fare poetico dimostra che nominare l'Eros significa sempre, in ultima
analisi, misurarsi con il mistero della vita, della finitezza umana e del
desiderio inteso come motore perpetuo dell'esistere.
[...] dentro/ l’anima
sua popolana ed altera,/ una marcia
guerriera.
(Umberto Saba,
Eros)
Desiderio!
La tua intensità mi trafigge il petto.
Tu
rendi possibile l'impossibile,
partecipi
della natura dei sogni - come può essere? -
sei
complice dell'irreale e ti accompagni al nulla.
(William Shakespeare, Il racconto d'inverno)
Eros
è un azzardo. Non sai mai cosa ti troverai a raccogliere tra le mani.
Tutto risiede nell'imprevedibilità dell'inizio,
dove è l'assenza di controllo l'unica bussola per l'impulso creativo erotico e
poetico, che si compie nell'atto della scrittura e del gesto amoroso.
E così nel desiderio erotico, come
nell'urgenza della scrittura poetica, l'inizio
è l'unico momento che noi, bersagli inconsapevoli dell'alato Eros, non possiamo
controllare. Tutto ciò che questo momento comporta, sia nel bene che nel male,
amaro o dolce che sia, arriva gratuitamente e imprevedibilmente, per dono degli
dei, come dicono i poeti.
Si può a questo punto invertire, senza
stravolgerne il senso della dualità, l'ordine cronologico del dolce e
dell'amaro. Non di un prima e di un dopo
si tratta, bensì di una simultaneità. Eros non solo agisce su di noi, ma ci
agisce: non è semplicemente nome, ma verbo, movimento che unisce nell'attimo
sconvolgente del desiderio.
Eros
che assale (guerriero, arma, morbo), invade il
corpo dell'amante per strappargli il controllo, per privarlo di se stesso e
fargli perdere i confini.
Questo «scioglitore di membra» che
arresta il tempo del testo e della scrittura, che mescola presente e passato, ciò che siamo e non siamo più, ciò che siamo
stati, arrestati nel momento - dolceamaro - della "mancanza".
Anne
Carson in “Eros il dolceamaro” spiega così il paradosso
del desiderio amoroso, quale intrinsecamente doloroso poiché vive di una
mancanza.
Nel
momento esatto in cui desideriamo qualcuno, sperimentiamo un piacere (la
dolcezza del pensiero dell'altro) e simultaneamente una ferita (l'amarezza
della sua assenza o della sua alterità). Eros non vuole il possesso, vuole la
tensione. Se il desiderio viene soddisfatto, Eros svanisce.
La consapevolezza del confine – e
della distanza tra la parola e chi la pronuncia – è speculare a quella che si
prova quando ci si innamora.
E così, nella geometria erotica del
triangolo amoroso, l'ostacolo non è ciò che blocca l'amore, ma è l'elemento che
lo crea. È lo spazio vuoto tra l'amante e l'amato, che accende l'immaginazione
e fa nascere la parola.
Si tratta di imparare a guardare uno
spazio vuoto, e riempirlo di significato. Si tratta di intrecciare l’aria
di poesia.
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[...] Dammi un mondo, mi hai preso il
mondo che
ero.
(Anne
Carson, O piccola triste estasi
d'amore)



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