UMAMI, DHARMA E BARBABIETOLE - Pietro Edoardo Mallegni - C.OM.E. (o la magia)

 

Pietro Edoardo Mallegni

Del vecchio OM non resta che calce e grigiore. Le travi scricchiolano sotto un vento ostinato che sa di alghe fermentate. Chi ha comprato quel disastro spera ancora di cavarne qualcosa, ma affronta ogni giorno un'infinita processione di clienti scontenti, pareti bagnate e conti che non tornano.

Eppure, c’è stato un tempo diverso, affollato da banchieri con cravatta a farfalla e macchine silenziose, contesse stravaganti dai cappelli ingombranti e venditori che parlottavano da soli nei corridoi.

In mezzo a quel teatro, E. e C. non avevano un soldo. Erano due ragazzi incoscienti e avevano firmato cambiali persino per l'aria, pur di prendere quel rudere sul dirupo e inventarsi un posto loro. In cucina le cose andavano dietro al loro umore con una logica stramba.

I risotti di E. cambiavano sfumatura a seconda delle giornate: viravano sul blu scuro e profondo quando c'era calma, oppure esplodevano in un rosso così denso da piegare anche gli ospiti più cinici, costringendoli a piangere sui tovaglioli, ricordando un dettaglio d'infanzia o un bacio mai dato.

Poi, verso le undici di sera, i due staccavano. Bastava qualche minuto prima dei dolci. Si infilavano nel retrobottega come facevano ai primi tempi: una parentesi fugace per ritrovarsi fuori dal mondo, in un abbraccio che sapeva di salvia bruciata e sudore.

Al loro rientro i dessert si animavano di un sapore nuovo, capace di racchiudere le carezze del sole che tingeva i colori dei frutti maturi o raccontare il profumato viaggio delle spezie più rare, in un turbinio di palpiti che trascendeva il semplice piacere gastronomico.

Per anni i clienti dell’OM avevano insistito affinché i due innamorati si trattenessero quanto più tempo possibile nella loro piccola fuga, convinti che, in proporzione, maggiore fosse l’attesa e numerosi i baci, tanto più i loro piatti li avrebbero sbalorditi.

Ma la felicità, quando assume le sembianze di un incantesimo, possiede una fragilità disarmante e la disgrazia passeggia lenta e infida come una processionaria a strapiombo sul vuoto. Un colpo di tosse, un soffio secco, un piccolo fastidio alla gola, un brivido improvviso.

Poi la voce, dolce come l’acqua, cominciò a incrinarsi, perdendo la sua limpidezza per assumere la consistenza ruvida della carta vetrata. I medici allargavano le braccia. Sciroppi. Erbe. Poi venne il tempo del riposo assoluto. Invisibile e famelica, la malattia divorava midollo e forze con la meticolosità di una vespa muratrice, strappando il colore dal viso e dagli occhi di C. fino a renderlo diafano come un disegno di gesso sotto la pioggia.

Con l'aggravarsi delle condizioni, l'equilibrio magico dell'albergo iniziò a corrompersi, logorato dall'ansia che giorno dopo giorno si insinuava tra i muri. Gli orologi cominciarono a perdere i colpi, i pavimenti a scricchiolare, gli angoli ad ammuffire e le porte a cigolare.

I risotti di E., un tempo capaci di mutare tonalità, smisero di obbedire e s'impastavano in un grigio opaco, mentre la cucina si era riempita di aria stagnante.

Per fronteggiare il costo dei medicinali, E. aveva dovuto compiere il primo passo in discesa, bussando alla porta degli strozzini. Aveva impegnato le posate d'argento, i lampadari di cristallo, i materassi delle camere, persino i coltelli.

Ogni oggetto sottratto all'albergo era un pezzo di anima che se ne andava, un mattone che cedeva sotto il peso di un debito insostenibile, mentre C. consumava i suoi ultimi mesi su una poltrona di vimini, guardando il mare con gli occhi enormi di chi ha già un piede oltre il mare.

La notte in cui C. esalò l'ultimo respiro, senza riuscire a pronunciare un addio, ma giocherellando con la manica della camicia di E., l’albergo rimase immerso in un silenzio così denso da spegnere il rumore delle onde.

E. si limitò a guardare le scatole vuote dei medicinali e le ricevute sparse sul pavimento. Il miracolo si era esaurito. Si rinchiuse nella cucina fredda, prese una lama da disosso e mise fine a quel purgatorio, chiudendo per sempre i conti con la vita.

I creditori presero possesso dell'edificio qualche mese dopo. Trovarono solo stanze spoglie, polvere e grasso incrostato sui fornelli. 

Chi è venuto dopo a riaccendere i fuochi si è ritrovato tra le mani solo pentole che sanno di ruggine. Qualsiasi cosa finisca in quelle padelle diventa amara, acida, impossibile da mangiare. 

L’OM rifiuta la vita: custodisce solo il fumo stantio e il ricordo di due ragazzi illusi, innamorati e meravigliosamente deficienti da credere che l’amore potesse fermare gli orologi.

 

 


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