UMAMI, DHARMA E BARBABIETOLE - Pietro Edoardo Mallegni - La serra dei piccoli geni e l’illusione del raccolto
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| Pietro Edoardo Mallegni |
Ottobre ha questa pessima e confortevole abitudine di portarsi dietro un'atmosfera da bilanci casalinghi, foglie morte e rassicuranti riflessioni stagionali. Fa più fresco, i ritmi delle cucine si calmano, il lavoro d’ufficio ha ripreso il suo normale andamento e il trauma da abbandono delle ferie è ormai ampiamente superato, ma, vi avverto: se siete qui con l'idea di consumare la solita, decorosa e pettinata analisi, fareste bene a chiudere la scheda ora, perché questo pezzo nasce con la ferma e convinta intenzione di tradire ogni vostra singola aspettativa, esattamente come ogni figlio sano, integro e vivo dovrebbe fare nei confronti di chi l'ha messo al mondo (ve l’avevo detto che si sarebbe parlato del concetto “i figli non sono piantine di pomodoro”). Il tradimento delle aspettative genitoriali, infatti, non è un incidente di percorso o una deviazione sfortunata, ma l'unico vero atto di emancipazione, salute mentale e sacrosanta rivendicazione d'identità a disposizione di un essere umano. C'è un'ipocrisia sotterranea e diffusissima che serpeggia tra i salotti della borghesia riflessiva e le corsie delle librerie intasate da spazzatura pedagogica in formato tascabile: la convinzione che la genitorialità sia, in ultima analisi, una branca particolarmente aristocratica dell'agronomia, un processo in cui si seleziona il terriccio dell'istruzione migliore, si annaffia con dosi maniacalmente calcolate di affetto, lezioni di violino e stimoli culturali, si potano con chirurgia coercitiva le deviazioni impreviste e ci si siede al fresco con la boriosa autosufficienza dei giusti, aspettando che la natura restituisca, con gli interessi di un titolo di Stato ad alto rendimento, il frutto esatto che avevamo preventivato nel nostro personale piano industriale. Peccato che la condizione umana, dotata di quel fastidioso e glorioso vizio che risponde al nome di imprevedibilità, rifiuti categoricamente la floricoltura ed amando io il cinema non posso che dirvi che nessuno ha messo in scena la disfatta di questo grande equivoco con la stessa, deliziosa e spietata crudeltà di Wes Anderson ne I Tenenbaum, capolavoro del 2001 e vera e propria enciclopedia visiva delle nevrosi di famiglia ambientata al numero 111 di Archer Avenue. Lì, quel vecchio imbroglione di Royal Tenenbaum, avvocato radiato dall'albo e padre assente per pura vocazione e la moglie Etheline, madre, archeologa, fin troppo ansiosa di catalogare e proteggere ogni soffio di vita, crescono tre piccoli prodigi destinati a illuminare le cronache di Manhattan: Chas, genio della finanza speculativa che già alle medie alleva e vende topi di razza; Margot, adottata, commediografa che vince premi prestigiosi prima ancora di aver completato lo sviluppo e Richie, campione di tennis dalla sensibilità quasi mistica; una volta diventati adulti, scoprono che l'essere stati allevati come trofei biologici non li ha resi affatto felici, ma li ha trasformati in una triade di disadattati d'alto borgo, irrimediabilmente incapacitati a vivere un'esistenza normale. È qui che il cortocircuito pedagogico tra la pretesa dei padri e la realtà dei figli si fa filosoficamente devastante, trovando la sua esecuzione senza appello nel celebre principio "l'uomo può fare ciò che vuole, ma non può volere ciò che vuole". I genitori, infatti, si illudono di poter programmare la volontà della prole semplicemente somministrando loro gli strumenti per agire; laddove si dà a un figlio una racchetta e la notorietà affinché possa vincere tornei internazionali, gli si regala un teatro e una macchina da scrivere affinché possa stendere commedie premiate o gli si fornisce il capitale iniziale per speculare in borsa prima dell'adolescenza; ma la pedagogia botanica finge di ignorare che nessun genitore può decidere che cosa il figlio desidererà nel profondo del suo essere, poiché la Volontà è una forza oscura, cieca, irrazionale e refrattaria a qualsiasi piano di studi o concime culturale, per cui Richie può certamente fare il campione di tennis, ma non può volere di esserlo quando il suo desiderio incoercibile lo trascina verso un amore proibito, straziante e inconfessabile per la sorella adottiva, Margot può fare la drammaturga prodigio, ma non può volere che quella creatività curi la sensazione d'essere una presenza estranea finendo per barricarsi in bagno a fumare segretamente e Chas può fare il mago degli affari, ma non può volere che il denaro lo salvi dal terrore costante della perdita. Come aggiungerebbe Oscar Wilde "i figli iniziano amando i genitori, dopo un po' li giudicano e raramente, se non mai, li perdonano" e come conferma la “rinfrescante” visione del mondo di Cioran, pretendere di ricavare una fioritura a comando da un altro essere umano non è un atto d'amore, ma un gesto d'ostinata prepotenza che, nel cinema d'ostetricia visiva di Wes Anderson, finisce per esplodere nel modo più sanguinoso possibile, nella celebre e devastante sequenza del bagno, in cui Richie, il figlio d'oro e l'atleta supremo, su cui erano state riposte le speranze più nobili, tenta il suicidio tagliandosi i capelli, la barba e infine le vene sui polsi. In questa voragine, la famiglia tocca vette di grottesca surrealità quando, del tutto analfabeta di fronte al dolore reale e incapacitata a maneggiare la carne viva della sofferenza, reagisce al ricovero chiedendo senza vergogna di poter "parafrasare la lettera di suicidio", un dettaglio di un cinismo raggelante che dimostra come per la famiglia borghese persino l'ultimo e disperato grido d'aiuto di un figlio debba essere rielaborato ed edulcorato per non guastare il decoro del racconto ufficiale. La vera svolta non avviene; i figli non tornano miracolosamente a vincere trofei o a riempire i teatri, ma il vecchio Royal accetta la propria totale disfatta pedagogica, smettendo di fare il talent scout della propria discendenza per iniziare finalmente a vedere tre adulti malconci, feriti e irrimediabilmente rovinati dalla sua presenza e assenza. Se vi aspettavate che questo pezzo d'ottobre si chiudesse con una comoda ed edulcorata morale per genitori consapevoli, magari con cinque punti su come lasciar fiorire la personalità dei vostri piccoli, avete clamorosamente sbagliato lettura: se i figli tradiscono le aspettative come è giusto, fisiologico e persino sacrosanto che sia, non si capisce davvero per quale perversa ragione con questo articolo io dovrei abbassarmi a soddisfare le vostre, ricordandovi solo che educare non è un'arte nobiliare né una scienza botanica, ma una scommessa persa in partenza se si pretende di decidere la forma del raccolto e che l'unico atto di sanità mentale consiste nel firmare la resa, fare un passo indietro, mettersi le mani in tasca e osservare l'albero mentre cresce storto, eccentrico, persino sgradito o del tutto privo di frutti, godendosi lo spettacolo del suo magnifico, unico e insopprimibile “disastro”.
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