POESIA? NO, GRAZIE - Vincenzo Lauria - "Volevo la minigonna"
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| Vincenzo Lauria |
Correvano gli ultimi scampoli dei favolosi Eighties quando, se la memoria non mi inganna, durante una gita premio per studenti dell'agrigentino, condividevo alcuni giorni con una poco più grande e riservata concittadina: Lara Cardella (https://it.wikipedia.org/wiki/Lara_Cardella) che di lì a poco tempo avrebbe avuto modo di dimostrare il suo talento. Prima come ottima concorrente della trasmissione di divulgazione culturale "Parola mia" condotta da Luciano Rispoli con il professor Beccaria (altro che gira la ruota con Mike e "Fonzie"!). Poi con il suo esordio letterario, il romanzo "Volevo i pantaloni" che, edito da Mondadori, avrebbe venduto più due milioni e mezzo di copie in tutto il mondo. Ambientato in quegli anni, la protagonista Anna si scontrava con la mentalità retrograda di un paese siciliano che disconosceva la libertà di viversi di una giovane donna in un contesto bigotto e patriarcale. La trama completa è disponibile al seguente link (https://it.wikipedia.org/wiki/Volevo_i_pantaloni ). Per chi non lo ricordasse, o fosse nato in anni appena limitrofi o successivi, la pubblicazione del romanzo divenne un caso mediatico internazionale. Lara venne additata e insultata, fu persino organizzata una manifestazione sotto casa sua e chiesto di revocarle la cittadinanza licatese; la sorella di Lara fu ritirata da scuola per garantirne la sicurezza. I social erano lungi da venire, ma diciamo che Licata si dimostrò "all'avanguardia" anche in questo senso, riuscendo a garantire una degna gogna, se non mediatica, quanto meno da rogo delle streghe. A bruciare in piazza lei, Lara, rea di aver rotto il muro di omertà sulla condizione femminile in ambienti affetti da un atavico patriarcato. Mentre Anna voleva i pantaloni, metafora di una libertà prerogativa quasi esclusiva dell'uomo e dei suoi calzoni (sulla cui lunghezza non è mai d'uopo questionare), poco distante e poco tempo prima, un quasi ragazzo si scopriva a desiderare un uomo in un corpo d'uomo (una realtà che non trovava apparenti riscontri nel mondo esterno circostante) e si chiedeva se non sarebbe stato tutto più semplice per lui se fosse nato nel corpo di una donna. Anna voleva i pantaloni, Giuseppe voleva la minigonna. Semplificazioni innocenti di un adolescente che cercava risposte al proprio interno, quando identità di genere e orientamento affettivo/sessuale non erano ancora argomenti di conversazione né, tantomeno, temi al centro di un dibattito (oggi pretestuoso e politicamente strumentalizzato) sui programmi scolastici. Giuseppe aveva giocato a pallone coi compagni ma anche con le Barbie delle sue vicine di casa e nell'estate del 1980 impazziva letteralmente per Kobra di Rettore pur non comprendendone minimamente il retro-testo. A calamitare la sua attenzione era lei valchiria bionda, irriverente dea in minigonna. Che sarebbe stato quello una sorta di spartiacque, Giuseppe non ne aveva la minima consapevolezza, salutava così la stagione spensierata per l'autunno costante di una diversa adolescenza. Anna e Giuseppe, Giuseppe e Anna. Se avessero potuto trovarsi di fronte avrebbero scambiato abiti e corpi per sentirsi liberi, provare a essere felici. Seguiva già un'altra danza il corpo di Giuseppe così da non poter non essere notato. S'adoprarono presto i bravi compagni maschi, partendo dai più agiati e indolenti. E fu un tessere di "elogi" che non smise mai per tre anni, l'arco delle gloriose medie inferiori o medio infero per il girone dei malcapitati. Giuseppe e Anna. Anna e Giuseppe nel medio infero: "Ricchiuni" e "Buttana". "Buttana" e "Ricchiuni" battesimo che cancella ogni altro nome. E pure Dante cancelli ogni distinzione, li releghi pure nello stesso girone, resti loro almeno l'illusione: lo scambio di corpi che non cambia le sorti! A cambiare corpo/sorte, in fondo dovrebbero essere loro? E se cambiassero mente/cuore le "anime pie" intorno a loro? Che a mancare non era tanto l'acqua nelle case di quel paese, a mancare era sempre qualcuno, un venerdì a caso, a riempire le altre due croci. Giuseppe deposto, esce dall'infero medio costringe il suo corpo a muoversi meno, controlla e riprova, controlla e riprova, diventa automa. L'imposta mimesi gli costa la faccia: diventa vulcano che quasi erutta. Anna deposta, si strucca, allunga la gonna, ritorna vergine bisbigliando Madonna. Lontana da casa, la zia e la chiesa, la casa e la chiesa, la notte bara, Lara in un sudario ai piedi del calvario vincono ancora i pantaloni non è mai tempo di resurrezioni....... Chi erano Anna e Giuseppe? Come sono o sarebbero le loro vite oggi? Domande plausibili, curiosità innocenti. La risposta più semplice che si possa dare, sebbene possa sembrare retorica, è che Anna e Giuseppe potremmo essere stati o potremmo essere ancora noi. Sì proprio ognuno di noi, che, per qualsivoglia motivo, caratteristica, scelta, provenienza, sentire, si ritrovi a far parte di una "minoranza" o sia visto come contrario al costume prevalente, al pensiero dominante. In una realtà in cui una strategia mondiale di divisività sta sotterrando quotidianamente i concetti di integrazione, apertura e accoglienza, disgregando il senso di comunità riducendoci a unità a sé stanti (il cui "valore" è misurato solo dalla propria capacità di consumo), il rischio che ognuno di noi si ritrovi, a turno, a essere Anna o Giuseppe è tutt'altro che ridotto. E se proprio non siamo capaci di provare empatia per chi viene relegato in un "medio infero" inducendoci a difenderlo o a ribellarsi, forse questa banale considerazione potrebbe farci riflettere su da che parte stare. Personalmente, mi ha rincuorato vedere come, nei giorni scorsi, Maricarmen sia riuscita a mobilitare un intero paese, come pure la dignità e il senso etico del primo ministro spagnolo. Ugualmente, mi rincuora la scesa in piazza degli studenti francesi, che stanno dando prova di un ritrovato senso di comunità per ricordare come l'istruzione sia un pilastro fondamentale per lo sviluppo della conoscenza e del senso critico necessari ad affrontare mondi sempre più complessi e dorate gabbie, prossime trincee... Mentre dalle nostre parti, rigorosamente compassati nei nostri orli alla caviglia, assistiamo al fuoco di fila contro l'educazione sessuo-affettiva a scuola, ché ormai non ne abbiamo bisogno, lo comprovano la diminuzione delle violenze sulle donne e dei femminicidi! D'altronde perché proprio una donna dovrebbe sperare che le donne del futuro crescano consapevoli e che, soprattutto, gli uomini del futuro si liberino della mentalità del patriarcato fino al punto di farci sembrare un incubo le recenti uscite dei maschioni alfa che ci dovrebbe rappresentare? "Meditate gente meditate", e votate .... aggiungerei al famoso claim di Arbore. E a proposito di bionde, teniamoci stretti il vecchio vinile della bionda Rettore e le spallone eighties ché potrebbero tornarci comodi... tanto più che pare siano già di gran moda! Le minigonne no, per carità! È sempre tempo di pantaloni palazzo.... a palazzo!
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Bravo Vincenzo! Ricordo e condivido le tue riflessioni
RispondiEliminaBello anche l'inciso poetico, ironico, preciso e simpatico come sempre! 🙂👋