POESIA E ALTRE FORME - Massimo Maggiore - Rischiare il linguaggio, qualcosa in comune tra poeti e filosofi

 

Massimo Maggiore

Scrivere per Finestre è un privilegio di libertà. Il modo in cui lo faccio è più o meno sempre lo stesso: lungo il mese che separa un mio scritto dall’altro, penso ai vari temi che potrei trattare per il prossimo contributo. Di solito ne individuo uno che coltivo fino a che non mi metto a scrivere. Spesso rimane quello, altrettanto spesso però cambia e il cambiamento è dettato dall’urgenza e dalla contingenza. In quanto esercizio di libertà, non posso infatti autovincolarmi a qualcosa che poi viene superato per l’interesse suscitato in me da qualcos’altro. 

Così è accaduto in questa occasione e invece che del mio viaggio cinese, come preannunciato nel mio precedente scritto di settembre, scriverò di Heidegger, o per meglio dire – molto in breve - di quello che il filosofo diceva della poesia e quindi metterò alla prova quei detti con un mio esercizio intorno alla parola “ingiustizia”, di cui proporrò una lettura personale e avulsa dall’accezione generalmente accolta del termine.

Heidegger, parlando di poesia, conia un’espressione che illumina il senso di fare poesia in un modo che non trova riscontri in altri filosofi. Prima di soffermarmi su questa espressione heideggeriana, un inciso: il filosofo tedesco ha dato corpo teorico a qualcosa che intuitivamente ho sempre pensato, ossia che filosofia e poesia non siano poi parenti così lontani. Se è vero che la filosofia è il regno del “logos”, della razionalità, mentre la poesia può essere “illogica”, tesa come è nel tentativo di colmare il fossato tra il limite e l’illimite (cosa altro è l’Infinito di Leopardi?), le due forme espressive si incontrano proprio nella funzione conformativa e riformativa del linguaggio. Inventano nuovi mondi attraverso nuove formule linguistiche, perché filosofi e poeti sentono il mondo (o l’essere) come qualcosa rispetto a cui il linguaggio non è mai capiente. Gli esempi di questo in filosofia sarebbero moltissimi. Mi limito en passant a citare il radicale mutamento del modo in cui abbiamo cominciato a intendere l’anima da Platone in poi. Prima di Platone ψυχή non era distinta dal corpo, era generico principio vitale o, con Socrate, il centro della vita morale; Platone con il Fedone accosta all’anima un termine che fino ad allora era riservato agli Dei, “ἀθάνατος” (immortale). Su questo “semplice” accostamento Platone costruisce la sua metafisica fino a innervare con il suo pensiero anche la fede cristiana. 

Tornando al discorso di Heidegger sulla poesia, egli nel saggio «Perché i poeti?» (Wozu Dichter?), scritto in occasione del ventesimo anniversario della morte di Rainer Maria Rilke e con riferimenti molteplici a Hölderlin, arriva alla formulazione:

«Sie wagen die Sprache», ossia «essi arrischiano il linguaggio».

Sulla scorta di Rilke, i poeti sono «più arrischianti di un soffio» (um einen Hauch wagender) ed è qui che la questione linguistica posta da Heidegger emerge in tutto il suo vigore. Non si tratta di un – altrimenti banale – riferimento all’idea del poeta come colui che usa il linguaggio in modo originale; la questione è molto più radicale, il poeta è colui che mette in gioco il linguaggio stesso, si espone secondo Heidegger sino al punto limite in cui le parole non sono più semplicemente strumenti disponibili (semplici significanti), ma il dire deve trovare nuovamente ciò che può essere detto. In altri termini, il rischio a cui il poeta si espone – almeno così la vedrei io – è quello dell’afasia, ovvero dell’indicibile, dell’impossibilità di colmare il salto tra la realtà avvertita e le modalità espressive del linguaggio. Ecco quindi che più tardi, nell’opera «In cammino verso il linguaggio» del 1959, la poesia diventa il luogo in cui non è l’uomo a parlare, ma a farlo è il linguaggio stesso. 

Per questo il poeta si “arrischia” nel linguaggio, perché rinuncia alla sicurezza del linguaggio inteso come catalogo di significati già disponibili, per condurre la parola verso il limite nel quale qualcosa può apparire per la prima volta. Il rischio, come accennavo prima, sta nel fatto che non è affatto garantito in anticipo che vi sia una parola capace di dire ciò che vuole essere detto. Qui per Heidegger c’è la congiunzione tra poetare (Dichten) e pensare (Denken) – ossia si potrebbe dire tra poesia e filosofia, non perché il poeta non pensi, ma per il rigore logico che al poeta non è richiesto così come a contrario al filosofo non è richiesto l’afflato lirico o la capacità di parlare per immagini – poetare e pensare diventano vicinissimi senza coincidere: entrambi stanno in ascolto di qualcosa che non hanno prodotto, ma a cui danno voce (e linguaggio).

Secondo me, rinunciare alla sicurezza del linguaggio inteso come catalogo di significati già disponibili implica sottrarre alle parole un po’ della loro assertività. Le parole nascono come un mezzo per un fine, ossia comunicare con altri esseri umani nei limiti dell’utilità immediata perseguita, che è “indicativa”. Le parole sono indici puntati verso le cose, nel senso letterale del termine, perché mostrano, indirizzano l’attenzione verso la cosa. Questa è – a mio parere, non sto citando nessuno che lo abbia teorizzato – quella che io chiamo l’assertività delle parole. 

Quindi a me sembra che l’essenza creativa dei poeti sia proprio quella di depotenziare l’assertività delle parole, ossia illuminarne in qualche modo l’irrisolutezza rispetto alla realtà (interiore ed esteriore) che ci interroga continuamente. 

La forma poetica e quella filosofica sono animate da una medesima tensione, si misurano con il medesimo limite espressivo e con la creazione di nuove realtà attraverso una riconfigurazione dei termini, se non proprio coniandone di nuovi. 

Ora e per concludere questo pezzo, sapendo di espormi a un rischio – ma appunto è questo il tema – riporto di seguito alcuni appunti tra quelli che prendo su un taccuino scritto a mano su vari temi, in questo caso riflettendo sul concetto di “ingiustizia”. Mi sono chiesto, al di là dell’indicalità del termine, ossia del suo significato comunemente accolto, quale altro significato potesse avere questo termine, se valutato da una prospettiva di vissuto più intimo. Ecco quello che ho scritto nei miei appunti disordinati:

“L’ingiustizia è una misura delle cose, di tutte le cose. Non è una parafrasi di Protagora, perché l’ingiustizia non è un mezzo per comprendere le cose, è struttura delle cose… Ora occorre intendersi sul concetto di ingiustizia. Non penso ad essa nel senso giuridico del termine, che risale a un significato di giustizia distributiva. Nei secoli lo stesso significato distributivo della giustizia ha cambiato colore e senso, passando dall’“a ciascuno il suo” del diritto romano, a sovrapporre il concetto di giustizia a quello di uguaglianza. Non penso che l’ingiustizia debba essere misurata così. Si tratta invece di quella qualità che si manifesta ogni qual volta qualcosa ci oppone resistenza. Sinonimo di ingiustizia quindi non è diseguale ma “resistente”… Ingiusto è ad esempio il tempo, che oppone la resistenza massima, quella di un sistema di paratie che si chiude alle nostre spalle, rendendo stagnante quel che è stato, stagnante e non più soggetto al cambiamento… La resistenza è rappresentata dalla volontà estranea che governa la vita di ciascuno. La forma prima, prima e assoluta di volontà estranea e dominante è quella della natura…”.



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