PLANCTON - Silvia Longo - L’ultima parola è FREE: Karma Tenzing Wangchuk e il Blues dei seminterrati

 

Silvia Longo


Dall'auditorium di Port Townsend al Delta del Mississippi: la struttura geometrica di una poesia e i paradossi di un genere musicale “sottratto” agli ultimi.

 

The Port Townsend Acoustic Blues Festival

Upstairs, in the legion hall auditorium,
there's a band playing the blues,
cover charge twenty-five bucks.
Down here in the basement,
in the homeless shelter,
men and women are
living the blues
admission-
free.

 

Il Festival del Blues Acustico di Port Townsend

Al piano di sopra, nell'auditorium del Legion Hall,
c'è una band che suona il blues,
biglietto d'ingresso venticinque dollari.
Qui sotto, nel seminterrato,
nel rifugio per senzatetto,
uomini e donne stanno
vivendo il blues
ingresso–
gratis (libero)

 

L'autore di questi versi è Karma Tenzing Wangchuk (nato Dennis Dutton, nel 1946), poeta, monaco buddista e attivista per la pace americano. Quando era ancora studente, si trovò a frequentare gli ambienti della Beat Generation, poeti, fotografi, intellettuali e mistici, respirando quel dinamismo estetico e ideologico che avrebbe permeato tutta la sua produzione successiva.

La sua vita si trovò a una svolta nel 1968 con la guerra del Vietnam. Le biografie ufficiali lo definiscono un Vietnam-era war veteran, senza aggiungere dettagli. Durante il nostro carteggio privato, Tenzing non ha mai voluto approfondire quel periodo. Mi ha insegnato, d'altronde, che la nostra mente crea la nostra realtà e che rievocare il passato in modo sistematico significa alimentare il veleno dell’attaccamento, incatenandoci alla fonte del nostro stesso dolore. Non è difficile comprendere, tuttavia, come quel trauma lo abbia condotto a cercare nel pensiero buddista un senso e uno scampo dall’orrore.

Tornato dal Vietnam, prese i voti. La lezione visiva e poetica dei beat si ritrova nella struttura folgorante e millimetrica dei suoi haiku, ma anche nelle poesie scritte nel rifugio per senzatetto dove ha abitato per due anni. L’aver conosciuto in prima persona la guerra e la povertà, sperimentato sulla pelle la condizione di chi vive fragile e solo, ai margini, l’esercizio quotidiano della meditazione e il desiderio sincero di sviluppare vieppiù la compassione verso ogni essere senziente, l’hanno portato a impegnarsi attivamente contro ogni forma di ingiustizia sociale. In una delle sue lettere mi scrisse: “Without compassion and insight into emptiness, there's no way to become enlightened. And I suppose enlightenment's the only way to know” (Senza compassione e senza comprensione della vacuità, non c’è modo di raggiungere l’illuminazione. E suppongo che l’illuminazione sia l’unico modo per conoscere).

La poesia d'apertura nasce proprio nel periodo in cui Wangchuk visse nel rifugio per senzatetto di Port Townsend, nello Stato di Washington. Egli risiede ancora lì, oggi in una sua piccola abitazione, ma continua a operare come resident monitor (supervisore interno) e membro attivo del consiglio consultivo che tutela i diritti degli ospiti della struttura.

Il testo si presenta come una struttura geometrica precisa. I versi si riducono progressivamente, obbligando l'occhio del lettore a una discesa forzata verso il basso, gradino dopo gradino, replicando visivamente l'architettura – fisica e sociale - della Legion Hall. In alto ci sono i piani ampi e ariosi, destinati all’intrattenimento di chi ha i soldi per il biglietto. In basso, i seminterrati angusti, dove ai senzatetto giunge forse solo l'eco di una musica che non è destinata a loro, per dirla con George e Ira Gershwin: “They're writing songs of love / But not for me / A lucky star's above / But not for me”.

(Scrivono canzoni d’amore, ma non per me, una buona stella, su in alto, ma non per me.)

Eppure, la band sta suonando il blues, e il blues appartiene storicamente proprio a chi sta sotto. Ai passati e presenti oppressi, agli emarginati, a chi è precipitato in una condizione materiale fatta di miseria e violenza di sistema. Il costo del biglietto di venticinque dollari definisce l'accesso economico a un genere musicale, denso di storia e significato, ridotto a intrattenimento. Si consuma così un paradosso: l'accesso alla sala è vietato proprio a chi possiede il blues come condizione esistenziale.

Questa musica, d'altronde, nasce tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento nel Delta del Mississippi, affondando le radici nei canti degli schiavi delle piantagioni di cotone: i Work Songs, i Field Hollers, il Call and Response, forme corali di origine africana utili a coordinare ritmicamente il lavoro, e gli Spirituals. Con la fine della schiavitù, pur legalmente liberi, una moltitudine di afroamericani si ritrovò senza casa, senza terra e senza diritti politici, schiacciata dalla miseria della mezzadria e dalla violenza della segregazione e dal terrorismo del Ku Klux Klan. La loro musica, da corale, poiché la collettività della vita precedente si era frantumata, divenne una espressione più individuale del dolore, della solitudine, del vivere costantemente in miseria, quando non in fuga. Il bluesman è qualcuno che canta in prima persona la propria profonda tristezza, dialogando intimamente con lo strumento di accompagnamento, che si tratti di una chitarra o di una armonica.

Se l'architettura della Legion Hall descritta da Wangchuk ricorda visivamente la struttura dell’Inferno dantesco, sul fondo di quell'imbuto sociale si incontra idealmente Robert Johnson. La leggenda del crossroads narra che egli fece un patto col diavolo, barattando l’anima con una straordinaria perizia chitarristica. La verità storica è che il Delta del Mississippi negli anni Trenta era già un inferno. Johnson non aveva venduto l'anima: aveva il diavolo alle costole. Un diavolo che si chiamava fame, povertà e terrore.

È lo stesso orrore storico che il cinema contemporaneo ha tradotto in metafora sociale con Sinners - I peccatori (2025) di Ryan Coogler: un horror ambientato nel Delta del Mississippi degli anni '30, intriso di Blues, metafora del razzismo istituzionale e della supremazia bianca: I vampiri simboleggiano la natura "parassitaria" dell'oppressione, che letteralmente succhia la linfa vitale, il sangue e l'arte dalle comunità afroamericane.

Il "cane infernale" che Robert Johnson sentiva ringhiare alle spalle nella sua celebre Hellhound on My Trail (1937):

 

Hellhound on my trail by Robert Johnson

 “I got to keep movin', I got to keep movin'

Blues fallin' down like hail, blues fallin' down like hail

Mm, mm-hm

Blues fallin' down like hail, blues fallin' down like hail

And the days keeps on worryin' me

It's a hellhound on my trail

Hellhound on my trail, hellhound on my trail”

 

(Devo continuare a muovermi, devo continuare a muovermi / Il blues cade giù come grandine / E i giorni continuano a tormentarmi / C'è un cane infernale sulle mie tracce).

Rileggendo oggi la poesia di Wangchuk senza idealizzazioni letterarie, e isolando i versi playing the blues e living the blues, si nota il capovolgimento tragico dei valori. Nell'auditorium in alto il blues è un prodotto da comprare; nel seminterrato in basso il blues si vive sulla pelle. L’architettura stessa del testo esplicita l’idea di schiacciamento: chi sta sotto subisce il peso economico di chi sta sopra.

Eppure, proprio come sul fondo dell'Inferno dantesco si ribalta il punto di gravità permettendo a Dante e Virgilio di risalire a riveder le stelle, qui la struttura poetica compie un'operazione simile. Man mano che si scende, i versi si accorciano, si spogliano del superfluo e corrono verso l'ultima parola, lasciata da sola in fondo all'imbuto: free.

 

 A una prima lettura, free significa semplicemente "gratis", un tragico sarcasmo per cui il rifugio è ad accesso libero solo perché chi vi entra ha già perso tutto. Ma in inglese free significa anche "libero". Non si tratta di romanticizzare la miseria o di credere che la povertà sia una fortunata fuga dalle convenzioni borghesi: chi è al freddo chiede un riparo, non una lezione di filosofia. La libertà indicata da Wangchuk è più vicina alla concezione buddista della vacuità e dello spogliamento. Nel seminterrato non c'è spazio per la finzione o per il consumo di un'emozione artificiale. Crollata ogni sovrastruttura, la sofferenza è nuda e vera, e in quella drammatica verità si nasconde l'unica, paradossale forma di liberazione rimasta.

In chiusa, è mia premura e dovere trascrivere qui alcuni haiku di Tenzing, raccolti nel tempo in molte pubblicazioni monografiche e antologie di genere, e  reiteratamente riconosciuti e premiati. La sua poesia luminosa e essenziale, sempre attraversata dalla sincera consapevolezza dell’impermanenza, filtrata da una intelligenza rara e vivace, spesso velata di autoironia, racconta la storia di tutti gli uomini che transitano attraverso il mondo materiale, sperimentandone le gioie e la sofferenza, il peso e la tenerezza. Si può riacquistare il candore nonostante il disincanto. Si può scegliere, ancora, la libertà, accogliendo le leggi naturali di questo transito, e preservando l’anarchia del pensiero.

 

dark alley—

a large cardboard box

melts in the rain

 

(vicolo buio— / una grande scatola di cartone / si scioglie nella pioggia.)

 

poor as I am,

I can still brew a pot

of pine-needle tea.

(povero come sono / so ancora preparare una tazza / di tè di aghi di pino.)

 

first day of spring—

the slightly sour smell

of my blanket

(primo giorno di primavera — / l'odore leggermente acidulo / della mia coperta)

 

Losing weight.

one grain at a time—

stone buddha

(Perdere peso / un granello alla volta / Buddha di pietra)

 

 

 

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