LE POESIE DELL'INGRATO - David La Mantia - Insula. L'allegoria, il peso del buio e la responsabilità degli occhi
![]() |
Questa non è una nota di lettura. Non lo vuole essere, non ci prova neppure. È non è neppure una riflessione filosofica. Troppo lontani i miei studi e poco sostenuti da richiami e approfondimenti, da documentazioni aggiornate negli ultimi venti anni per per avere la pretesa di esserlo.
Ma è di certo un tentativo di approccio allegorico al mondo contemporaneo. Un raccontare altro rispetto a ciò che si vede e si sente. Come se vi stessi mostrando una banconota e vi chiedessi di dirmi di cosa si tratti. Come se io scuotessi la testa rispetto alla vostra risposta " denaro".
Perché quel denaro è anche altro. È carta e siamo noi a costruirci un senso sopra. Perché quel denaro è anche la finalità per cui gli attribuiamo quel valore. È anche le mani che lo toccano, le dita che lo attraversano. Quel denaro siamo noi ed il nostro tempo. E, naturalmente, quello che dovrà venire.
E così la poesia.
Ecco, il mio sarà un approccio alle opere assolutamente irregolare, spesso fastidioso e infastidito. Lampi senza ordine, viaggi in tondo, senza mai ritrovare la strada. Volutamente, senza ritrovarla.
E brevità. Brevità sempre, a costo di qualche rinuncia, di qualcosa che avrei voluto dire, ma che non tornava nel quadro, come le nuvolette barocche aggiunte a forza nei dipinti veneziani o romani del Seicento. Perché la densità è la condizione di questa esistenza, fatta di montumentalitá e continui sbriciolamenti.
Ecco, spero di essermi spiegato.
Partiamo da qui.
_______________________
Ci sono opere che vanno al di là di ciò che dicono, che per me dicono altro anche rispetto a ciò che l'autore stesso aveva in mente. Opere che segnano in me uno spartiacque interiore tra ciò che era logos e onton, tra un prima ed un dopo.
Prima di tutto, metto un punto fermo. Dimenticare l'ideologia dentro un verso significa condannarsi al vizio della distrazione. Al commento che sfiora e non incide.
Insula di Maura Baldini (Marco Saya edizioni, 2025) non si fa toccare così. Chi vi cerca il diario intimo di una transumanza privata, o la cartolina consolatoria di un’Islanda esotica e incontaminata, commette un errore di postura. Il viaggio dell’autrice non è un’idilliaca evasione dai ritmi feroci del capitale tardo-industriale. È qualcos'altro. È l’accettazione di una frontiera rigida, una cornice scarna entro cui verificare se la parola poetica contemporanea sappia ancora reggere il peso della sua etica.
Un tragitto
Non voglio la bellezza,
voglio l'identità.
(Clarice Lispector)
Solitudine d'asfalto sotto
sciami di luce scostanti.
Sulla sinistra si spalanca
il volto vasto dell'oceano.
Le unghiate del vento
sfarinano la rena, la sabbia
è un assalto nero agli occhi.
Occhi come resti vulcanici,
indocili testimoni
delle furie oceaniche,
mentre la costa rifrange
l'ultimo sogno,
l'estremo tentativo di trafiggere
l'ombra bugiarda che si veste di sole.
Baldini crea un'antropologia del verso. È come se tutti gli uomini e le donne di tutti i tempi dovessero essere confluiti lì, nelle sue parole.
Perché lei diventa auerbachiana figura dell'umanità intera. Nel suo cammino di disincanto.
Attua il rovesciamento gradito al Leopardi della Ginestra, quando, citando San Giovanni, dice che "gli uomini preferirono le tenebre alla luce". La luce del capire davvero, non quella di lasciarsi travolgere da sentimentalismi, spiritualismi, dagli ismi che servono al sistema per perpetuare se stesso.
Verso Húsavík (Parte I)
C'è troppo nulla qui.
(Derek Walcott)
Vieni, è qui, nel lago nero dei ricordi,
che nasce ancora l'universo. Fuori,
il ballo delle assenze sfuma gli sguardi,
sanguina un silenzio illune.
Per chilometri la strada è una pietraia
marziale, che non smette di sussultare.
Tocca la mia radice e dimmi
che nel vuoto so ancora imbestiarmi,
che ancora so spegnere
il fuoco larvato di questa solitudine.
Sapere ancora imbestiarsi.
È tutto. Diventar bestia, carne, abbrutirsi, degradarsi. Ma essere viva.
La condizione della poeta che diventa condizione di tutta una specie, segnata dal male e dall'incapacitá di essere viva.
Perché c'è un equivoco capitalistico che assedia questo libro: leggerlo come un taccuino di turismo spirituale. L'uomo della metropoli occidentale, alienato e stanco, viaggia per cercare a Reykjavík il mito di una comunità organica, pre-moderna. Poi apre la finestra e vi scopre, con una delusione che è già un sintomo sociale, le stesse identiche strutture di consumo. Le birrerie e le discoteche che standardizzano la gioventù europea.
Maura Baldini rifiuta questa mistificazione da vetrina.
La sua mappa non consola. Il paesaggio artico diventa l'oggettivazione esatta, quasi geometrica, di una ferita interiore, sua e di tutti gli esseri umani.
Qui l’«altrove» viene demistificato con fermezza.
La natura non fa carezze, non offre sconti. È, piuttosto, un luogo estremo dove la luce e il buio si parcellizzano con asprezza. Baldini registra questa fatica dei corpi senza cedere a pietismi o sentimentalismi da salotto:
L’alba ha uno spessore coriaceo,
è persistenza all’addiaccio,
mezzana di luce che indulge..
Le parole sono scelte per sottrazione: spessore coriaceo, persistenza all’addiaccio. L'alba non è il momento caro ai poeti, ma come nel Seneca dell'Apokolokyntosis un luogo "disturbato" dai poeti, un luogo che non ha nulla del poetichese.
Mancano le trombe, mancano gli aggettivi di cartapesta. L’alba non è una rivelazione teologica o un miracolo per anime ingenue. È materia che resiste, una fatica della percezione che s’inarca a sera nei nostri occhi recisi.
Skógafoss
(Cascata dei boschi)
Ti prego, levami come un’onda, come
una foglia o una nuvola. Cado
sopra le spine della vita e sanguino!
(Percy Bysshe Shelley)
Mentre avanziamo in una nebbia randagia,
i corpi franti da una luce nascosta,
la cascata aspetta, nella crepa rossiccia –
oltre i declivi muschiati aspetta –
è un tempio di bosco, una offerta.
Siamo stati assenze, chiarori estenuanti
il delirio volitivo dei venti.
Siamo stati lo strappo – e la sutura,
la nostra vita, incessante invaiatura.
Ma dov’è ora la notte, dov’è la notte
che tutto acquatta, e dove il buio
in cui moriamo ciò che in luce siamo?
Avanza con noi lo smarrimento,
ha il cuore bianco di un pianto.
Avanza con noi la parola data,
il cerchio finito, il ritorno al primo vagito.
Eppure, siamo stanchi
di attese, di cancri e di ganci,
siamo stanchi dei palchi e dei proclami,
delle ceneri d’esilio, degli amori d’origami.
Il passo ha la forza di chi gravita in basso,
la memoria di chi sceglie il contrappasso.
Ma una voce chiama da un forziere di foglie.
È un invito ad attraversare, un ponte breve
oltre il semplice morire. È la siccità dei cuori
che finalmente si dà pace. Il tesoro è qui
nella schiena del figlio, arresa all’aspersione,
all’incanto dell’acqua, al giorno ultimo
che di ogni cosa sospende l’eterno annegare.
L'impalcatura dei testi è sorretta da un coro esigente di eserghi: Borges, Lispector, Walcott, Montale, Ungaretti.
Non è sfoggio erudito.
È un gesto di resistenza culturale.
Citare i padri nel momento dello smarrimento significa sporcare la tradizione con la vita vera, riconoscendo che nessuna solitudine è un fatto privato, ma è sempre storicamente determinata. Il «mugolare sulfureo» della terra e la seduzione della fine non appartengono a un misticismo irrazionale. Sono la presa d’atto del limite, la fragilità biologica e storica della nostra carne.
La poesia di Insula si sporca le mani con un’istanza etica elementare: l’impossibilità della fuga. L'ossessione di partire per una mitica Avalon sbatte contro la crudeltà del reale. La pacificazione non è concessa «nell'esilio, / e nemmeno nel ritorno».
Spostare il corpo nello spazio non sana la scissione dell'io. La salvezza resta un’ancora minima, esigua, eppure ostinata. Si attua solo attraverso la responsabilità dello sguardo. In quell’«ipogeo degli occhi» che evoca, d'intesa con Bachelard, la dialettica tra l'immensità interiore e la cronaca del mondo visibile.
E poi il sogno di una salvezza comune. Il volere un happy end che ci unisca tutti, pur sapendolo impossibile. Un sogno che non dice, ma diventa.
... Ma noi vogliamo essere ascoltati e assolti, / vogliamo una mano sul capo, / una foglia che accarezzi la guancia. / Vogliamo l’emersione, l’ascesa mirabolante, / un sogno che non dice ma diventa. / […]
Bisogna dirlo. Siamo davanti a un'opera severa, che rifiuta di farsi merce da scaffale.
Insula ci costringe a un passo lento, vigile, tra le cose nude.
Ci ricorda che la speranza non è un regalo immediato dell'anima, ma il frutto sofferto di una chiarezza intellettuale.
Un muretto a secco eretto, con minuscole mani, contro le tenebre della contingenza.
Un'allegoria offerta a tutti.
A chi vorrà. E potrà.


Commenti
Posta un commento