LA LINGUA MISTERIOSA DELLA POESIA - Anna Spissu - Omero. Calypso. L’ombelico del mare. La nostra fragile (e bellissima) vita mortale.
![]() |
| Anna Spissu |
…”Cresceva, intorno alla grotta, un fitto bosco di ontani, di pioppi e cipressi odorosi. Qui facevano il nido uccelli dalle grandi ali, gufi, sparvieri, e gabbiani, i gabbiani chiassosi che amano il mare. Si stendeva, intorno alla grotta profonda, una vite fiorente, ricca di grappoli. Quattro sorgenti di acqua chiara sgorgavano, una vicino all’altra, ma volgevano in direzioni diverse. Teneri prati di viole e di sedano fiorivano intorno. Qui anche un dio, se fosse giunto, si sarebbe incantato a guardare, col cuore pieno di gioia. “
Questo posto incantevole è l’isola di Ogigia, regno di Calypso, ninfa divina. Guardiamoci attorno e respiriamo il profumo del bosco, dei cipressi odorosi, lasciamoci incantare dal prato di sedano selvatico e viole. Un luogo magnifico, isolato ma non disabitato: è casa per gli uccelli dalle grandi ali e per i gabbiani. Ogigia, così lontana da essere irraggiungibile se non per volere degli dei, è un’isola “normale”: non ci sono mostri, esseri giganteschi e crudeli, animali feroci. Ci sono uccelli che “ha senso” che siano lì. Non dovrebbero forse essere di casa i gabbiani su un’isola? E le aquile, gli uccelli dalle grandi ali non prediligono forse i luoghi solitari? Cosa c’è di più solitario di Ogigia che la dea Atena definisce “l’ombelico del mare” ?
Già la parola ombelico indica la distanza. Si consideri che nella mitologia e nelle tradizioni antiche l’ombelico è il simbolo universale della vita (e così è di fatto per ogni nascituro) e il punto di connessione tra il mondo terreno e quello divino, la cicatrice che portiamo e che ci ricorda qualcosa che ha a che fare con un passaggio (da vita come feto a vita autonoma) e quindi è un punto estremo, in fondo un precipizio come è sempre ogni centro vitale. Concetto utilizzato anche oggi nell’uso comune, si pensi, tanto per citare una canzone che tutti abbiamo ascoltato, a “L’ombelico del mondo” di Jovanotti. (questo è l’ombelico del mondo/dove non si sa dove si va a finire)
Torniamo all’isola, alla sua normalità. Perché è proprio da qui che si comincia a intravedere il senso della costruzione fantastica di Omero e anche la sua attualità rapportata ai giorni nostri. Ulisse approda solo e distrutto in un’isola che non c’è, nel senso che è nascosta agli uomini ma ha tutte le caratteristiche fisiche di un’isola che esiste nel mondo umano.
Ulisse doveva approdare in un posto così perché è sì un eroe, un uomo di qualità e resistenza fuori dal comune ma è pur sempre un essere umano che ha sopportato l’indicibile, prove e dolori che avrebbero ucciso di disperazione e fatica chiunque.
Quell’uomo deve riprendersi, finire in un posto nel quale si allontani il ricordo dei morti, del sangue, dei mostri, delle atrocità. Dimenticare. Trovare pace, almeno per un po’. Questo tema della dimenticanza è affrontato da Omero in un modo sempre uguale: l’essere umano da solo non ce la fa a dimenticare, ha bisogno di un appiglio, di un aiuto.
(- Non è forse così anche oggi per noi? Ce la facciamo da soli a uscire dalla disperazione e allontanare i nostri fantasmi? -)
L’aiuto arriva anche dopo la strage dei Proci, quando i parenti dei Pretendenti uccisi vogliono vendicarsi e ne sarebbe certamente venuta un’altra guerra con altro sangue non ci avesse pensato la dea Athena a risolvere le cose e a stendere l’oblio. Anche sull’isola di Ogigia Ulisse ha bisogno di un intervento estraneo. Non dimentica da solo, ci vuole la ninfa-dea Calypso. Nel film “Odissea” di Christopher Nolan, una parte della dimenticanza è affidata ai fiori di loto ma su Ogigia non c’è il loto, ci sono i teneri prati di sedano. Niente è per caso e il sedano è dall’antichità un rilassante del sistema nervoso, un calmante dell’ansia, nessuna pianta sarebbe stata più adatta allo scopo.
E poi c’è Calypso, Ci sono il corpo della ninfa-dea e il corpo dell’uomo Ulisse. Dimenticare nel corpo l’uno dell’altra, nell’unica guerra che non ha vincitori e vinti come, alcuni millenni dopo, scrive Paolo Ruffilli nel suo libro “Affari di cuore”.
Il letto per l’amore
è un campo di battaglia
del mistero:
Vi dura la pace
nella guerra e nel conflitto,
più si è morti
più si vive meglio
da risorti
e, colpendo,
ognuno vuole essere trafitto.
Ulisse ha perso tutto e arriva all’isola di Ogigia senza nulla, probabilmente ha solo addosso brandelli stracciati di una veste però porta con sé un bene immateriale, una cosa che Calypso non ha e che nessun fiore di loto, nessun sedano, nessuna pozione, nessun corpo meraviglioso può togliere: il tempo. Ulisse lo porta con sé, ce l’ha addosso perché è mortale, è la sua fragilità ma è anche la sua forza, la sua bellezza, la capacità di vivere accogliendo anche la sofferenza e, in ultimo, la morte.
Claypso gli vuole fare dono dell’immortalità ma per fare questo gli deve togliere il tempo, quel bene prezioso che abbiamo solo noi umani. Anche qui , come in altri passi della mitologia, riappare il tema dell’invidia degli dei quando un immortale si innamora di un mortale.
“…Spietati siete,dei, e più di ogni altro gelosi, voi che invidiate le dee quando sposano un uomo che amano e apertamente dormono accanto a un mortale” ( Claypso canto V)
Sì, perché comunque si considerino le cose, qualunque sia il punto di vista, se pur anche sulla terra governi l’Olimpo, una cosa mancherà sempre alle divinità. Avere davanti tutto il tempo, significa annullare il concetto stesso di tempo. Non sembra, ma l’eternità è a suo modo una prigione, il tempo vuoto lo è.
La nota poesia di Patrizia Cavalli “Adesso che il tempo sembra tutto mio” tratta proprio di questo: c’è un tempo in cui la vita ci riempie di affanni, impegni che misurano e affollano il tempo delle nostre giornate . Poi quando d’improvviso abbiamo il tempo vuoto (che è un abbaglio di eternità) ecco che desideriamo averlo di nuovo quel “tempo bellissimo tutto sudato…” di cui parla la canzone “C’è tempo” di Ivano Fossati.
Adesso che il tempo sembra tutto mio
e nessuno mi chiama per il pranzo e per la cena,
adesso che posso rimanere a guardare
come si scioglie una nuvola e come si scolora,
come cammina un gatto per il tetto
nel lusso immenso di una esplorazione, adesso
che ogni giorno mi aspetta
la sconfinata lunghezza di una notte
dove non c'è richiamo e non c'è più ragione
di spogliarsi in fretta per riposare dentro
l'accecante dolcezza di un corpo che mi aspetta,
adesso che il mattino non ha mai principio
e silenzioso mi lascia ai miei progetti
a tutte le cadenze della voce, adesso
vorrei improvvisamente la prigione.
Torniamo a Ogigia. Ulisse ora lo vuole, il tempo, rivuole la sua vita. Per questo piange sulla riva del mare. Perché quando riappare il tempo riappare anche la memoria e la coscienza. E in mezzo a quella la consapevolezza del rapporto tra Calypso e Ulisse
….Malgrado te, io non salirò su una barca, se non avrai il coraggio, dea, di giurarmi che contro di me non trami nessun’altra sciagura…
… Chiamo a testimoni la terra e , in alto, il cielo immenso…che contro di te non tramerò alcun altro male. Io penso anzi farò quello che per me stessa farei, se ne avessi bisogno.
Il velo del mondo ovattato di Calypso nel quale Ulisse è tenuto come un amato prigioniero si squarcia: c’è un punto in cui entrambi, seppure per ragioni diverse, sono liberi. Ulisse lo è perché vede davanti a sé il tempo futuro ma anche Calypso rivendica una libertà che va oltre il comando degli dei di lasciare andare Ulisse.
Il mio animo è giusto, e il cuore nel petto non è ferro, sa provare pietà.
Una dea resta una dea e un uomo resta uomo eppure, nella cura che Calypso mette per la sua partenza sembra che qualcosa della nostra fragile (e bellissima) vita mortale abbia sfiorato anche lei.
E tramontò il sole, giunse la tenebra ed essi, penetrati nel cuore della grotta profonda, l’uno accanto all’altra, si amarono.
C’è tempo di Ivano Fossati
Dicono che c'è un tempo per seminare
E uno che hai voglia ad aspettare
Un tempo sognato che viene di notte
E un altro di giorno teso
Come un lino a sventolare
C'è un tempo negato e uno segreto
Un tempo distante che è roba degli altri
Un momento che era meglio partire
E quella volta che noi due era meglio parlarci
C'è un tempo perfetto per fare silenzio
Guardare il passaggio del sole d'estate
E saper raccontare ai nostri bambini quando
È l'ora muta delle fate
C'è un giorno che ci siamo perduti
Come smarrire un anello in un prato
E c'era tutto un programma futuro
Che non abbiamo avverato
È tempo che sfugge, niente paura
Che prima o poi ci riprende
Perché c'è tempo, c'è tempo c'è tempo, c'è tempo
Per questo mare infinito di gente
Dio, è proprio tanto che piove
E da un anno non torno
Da mezz'ora sono qui arruffato
Dentro una sala d'aspetto
Di un tram che non viene
Non essere gelosa di me
Della mia vita
Non essere gelosa di me
Non essere mai gelosa di me
C'è un tempo d'aspetto come dicevo
Qualcosa di buono che verrà
Un attimo fotografato, dipinto, segnato
E quello dopo perduto via
Senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata
La sua fotografia
C'è un tempo bellissimo, tutto sudato
Una stagione ribelle
L'istante in cui scocca l'unica freccia
Che arriva alla volta celeste
E trafigge le stelle
È un giorno che tutta la gente
Si tende la mano
È il medesimo istante per tutti
Che sarà benedetto, io credo
Da molto lontano
È il tempo che è finalmente
O quando ci si capisce
Un tempo in cui mi vedrai
Accanto a te nuovamente
Mano alla mano
Che buffi saremo
Se non ci avranno nemmeno
Avvisato
Dicono che c'è un tempo per seminare
E uno più lungo per aspettare
Io dico che c'era un tempo sognato
Che bisognava sognare.
Paolo Ruffilli - Affari di cuore - ( Einaudi ed.)
Patrizia Cavalli - Il cielo ( Einaudi ed.)
Ivano Fossati – da Lampo viaggiatore


Commenti
Posta un commento