FRANCIA-ITALIA: PONTI DI POESIE - Maria P. Mischitelli - Due rive, una stessa poesia
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| Maria P. Mischitelli |
Ritorno alla prima edizione di Ponti di Poesie
Saint-Étienne • 25 e 26 agosto 2026 Ci sono progetti che si portano a lungo dentro prima di
vederli prendere forma. La prima edizione di Ponti di Poesie è stata così:
un’idea condivisa, preparata con cura e poi affidata alle voci, ai luoghi e
alle persone che l’hanno resa viva. Di quei due giorni mi resta la gioia di
aver costruito qualcosa insieme e il ricordo di un pubblico attento, pronto ad
ascoltare ciò che passava da una lingua all’altra. Non voglio ripercorrere qui l’intero album ricordo, che
conserva il programma, le immagini e le voci del festival. Vorrei fermarmi su
alcuni echi: i testi che si rispondono, gli incontri che hanno dato un volto
alla manifestazione e la sorpresa di vedere la poesia abitare luoghi diversi
della città. Un ponte da costruire
L’idea era semplice da enunciare e delicata da
realizzare: far dialogare il francese e l’italiano senza chiedere a una lingua
di farsi da parte. Volevamo che si incontrassero nelle letture, nella musica e
nelle conversazioni, ciascuna con il proprio ritmo e la propria sonorità. «La
poesia non è una frontiera, è un passaggio»: la frase del festival è diventata,
poco a poco, un’esperienza condivisa. La prima giornata, «Le radici comuni», ha intrecciato il
gesto e la parola, la lettura incrociata e gli incontri al Jardin d’Éden prima
di raggiungere il chiosco Jean-Jaurès. Il giorno seguente, «Orizzonti aperti»,
ha dato spazio alle letture, agli haiku e al laboratorio guidato da Jérôme
Tessier. Il programma ci portava da un luogo all’altro; erano le voci a
disegnare il filo. Voci che si rispondono
La poesia si è fatta ascoltare in molte forme: lettura ad
alta voce, conversazione, haiku, canzone e creazione collettiva. La tavola rotonda
«Scrivere contro l’invisibile» ha aperto uno spazio per interrogare ciò che le
parole rendono visibile e le voci a cui fanno posto. La musica ha accompagnato
i testi senza imporre un’unica maniera di riceverli. Ripenso alle letture di Daniele Ricci e Ornella
Mallo, alla presenza di Franca
Alaimo e David La Mantia,
madrina e padrino di questa prima edizione, e alla carta bianca affidata ai
nostri ospiti. I poeti non erano disposti ai due lati di un confine
linguistico: entravano nello stesso spazio d’ascolto. Alcuni testi passavano da
una lingua all’altra; altri restavano nella lingua d’origine e ne facevano
sentire la musica. Non c’era un solo modo di tradurre
l’incontro. Daniele Ricci legge al chiosco Jean-Jaurès Quando una poesia attraversa la lingua
L’album accosta alcuni testi
francesi alla loro traduzione italiana. Leggerli uno accanto all’altro ricorda
che tradurre una poesia non significa soltanto trasportare parole: significa
ascoltare una voce, cercarne il movimento e accettare che trovi una nuova
inflessione. In “Solitude”, poesia di Catherine Balaÿ raccolta in Nue, questi
versi fanno sentire il peso della solitudine attraverso immagini concrete e un
gioco sonoro che attraversa la lingua:
La traduzione cerca di conservare le immagini e il
movimento delle parole: «épouvantail» diventa «spaventapasseri», mentre il
richiamo a «squelette» resta netto anche in italiano. La poesia si ascolta così
in una voce nuova, senza perdere la sua inquietudine. Nell’Éternelle
Cassandre di Julie Ladret, la
pioggia porta con sé la nascita, la prova e il ritorno. La versione italiana
conserva l’immagine e lascia percepire la propria musica:
La lettura bilingue non cancella la distanza fra le
lingue; permette di sentirla. «Renaître» e «rinascere» si riconoscono, mentre
ritmo e sonorità spostano la sensazione. In quella differenza si trova una
parte del piacere della traduzione. Anche i versi di Jérôme
Tessier, presenti nelle due lingue, si raccolgono in poche immagini: la
frutta, il sale, le labbra e il ricordo. La forma breve invita ad ascoltare ciò
che cambia quando ogni parola attraversa il ponte:
Quattro voci italiane
Il movimento può andare anche nell’altra direzione. Ho
scelto brevi estratti di Franca Alaimo, David La Mantia e Daniele Ricci: parole
che interrogano il desiderio di farsi piccola, il silenzio che diventa foglia e
la luce che filtra fra le foglie di un viaggio. Ho aggiunto anche poche parole
di Ornella Mallo: l’album ricordo non riportava una sua poesia. Franca Alaimo • 100 poesie
David La Mantia • estratto dall’album ricordo
Daniele Ricci • In viaggio verso Cabo Ortegal
Ornella Mallo • Scriverti
La
città come luogo d’ascolto
Il festival si è costruito anche attraverso i suoi
spostamenti. La Médiathèque Carnot, il Jardin d’Éden e il chiosco Jean-Jaurès
non erano semplici scenari: ciascun luogo ha dato ai testi un’atmosfera
particolare. In giardino la poesia circolava fra gli alberi e le conversazioni;
al chiosco incontrava il jazz, la bossa, la canzone italiana e le voci di Latin
Nova. In mediateca, le letture e il laboratorio di haiku invitavano a
rallentare e a prestare attenzione alla risonanza di una parola. Credo che questa circolazione abbia contato quanto i
testi stessi. Si poteva arrivare per una lettura, restare per una conversazione
o scoprire un poeta di cui ancora non si conosceva l’opera. La poesia non era
riservata a un momento solenne: entrava in una passeggiata, in uno scambio dopo
una lettura o in una canzone ascoltata lungo il percorso. La musica e la poesia si
incontrano al chiosco Jean-Jaurès Ciò che portiamo con noiVerso la fine, la creazione collettiva Le Pont des murmures ha dato forma
all’ultimo slancio del festival. «Le parole sono un baluardo che protegge e
dicono il cuore»: una frase che somiglia a una promessa. L’album custodisce
voci, immagini, ringraziamenti e tracce di chi ha partecipato. Non può
trattenere tutto: il calore di un incontro, il timbro di una voce o l’emozione
di vedere un testo accolto da persone che non ne condividono necessariamente la
lingua. Ma ne conserva il passaggio.
Preparare questa prima edizione è stata una grande gioia
e un lavoro collettivo. Penso ai poeti che ci hanno affidato i loro testi, agli
artisti, ai volontari e ai partner che hanno reso possibili queste due
giornate. Penso anche al pubblico, venuto ad ascoltare, a scoprire e a far
vivere l’incontro: la sua presenza ha dato al festival un’ampiezza che noi, da
soli, non avremmo potuto raggiungere. Le voci riunite per
la prima edizione franco-italiana. La seconda edizione comincia già a prendere forma nelle
nostre conversazioni. Vorremmo riprendere ciò che ha funzionato e aprire ancora
il cerchio delle voci. Non sappiamo ancora tutto quello che sarà, ed è anche
questo a renderla viva: nascerà dalle idee condivise e dal desiderio di
ritrovarci. Quando sfoglio l’album non vedo soltanto il ricordo di un
festival concluso. Vedo l’inizio di una storia in più lingue. Un ponte non si
costruisce una volta per tutte: bisogna continuare ad attraversarlo, deporvi
parole e invitare altre voci a raggiungerlo. È ciò che speriamo di fare con
Ponti di Poesie.
Riferimenti dei frammenti: Catherine
Balaÿ, “Solitude”, in Nue; Franca Alaimo, “Mi alleno a diminuirmi”, in 100
poesie (peQuod, 2024); Ornella Mallo, Scriverti, Edizioni Kemonia, 2022, p. 30. |






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