FILI D’ERBA - Viola Bruno – IL DERUBATO CHE SORRIDE

«Il derubato che sorride ruba qualcosa al ladro;

colui che si abbandona a un dolore vano deruba se stesso.»

*

«The robb’d that smiles steals something from the thief;

He robs himself that spends a bootless grief.»


(William Shakespeare, Othello, Atto I, Scena 3, ll. 207–208)


 Queste parole, incise nel tessuto dell’Otello, hanno la brevità dell’ammonimento e l’opacità dell’enigma: come può il sorriso, nell’ora della perdita, tramutarsi in atto di forza?

Il pianto è la risposta più umana alla ferita, ma quando il dolore si fa sterile rischia di sottrarci anche ciò che resta, persino la libertà di non esserne interamente prigionieri.

C’è invece un gesto più sottile, quasi inverosimile: sorridere nel vuoto lasciato dalla perdita. Non per leggerezza, né per consolazione, ma per resistenza.

 

Nel primo atto dell’Otello, è il Doge di Venezia a pronunciare queste parole rivolgendosi a Brabantio, padre di Desdemona, nel tentativo di placarne lo sdegno per la fuga della figlia con Otello. La battuta, fulminante nella sua costruzione speculare, rovescia la logica del dolore: chi sorride dopo essere stato derubato compie un furto inverso, sottraendo al ladro il potere di prolungare l’offesa. Chi invece si abbandona a un bootless grief, a un dolore vano, finisce per derubare sé stesso una seconda volta.

 

Conosco quel dolore che si fa più oscuro quando a ciò che la vita ci ha già sottratto si aggiunge il timore di ciò che ancora potrebbe portarci via. E quanto sia sottile, allora, il rischio di diventare complici della propria privazione: lasciare che la paura si appropri anche di ciò che la sorte ha risparmiato, che l’ombra di una perdita soltanto temuta si distenda sulla luce ancora viva del presente.

Conosco anche il conforto inatteso del mare. La sua vastità, il respiro delle onde, la luce riflessa sull’acqua. Dinanzi alla bellezza, l’angoscia perde qualcosa del suo potere, cessa di essere l’unica voce.

Rimane il mondo, nella sua indifferente magnificenza. E rimangono gli occhi, capaci ancora di riconoscerla.

Il sorriso del derubato diventa allora una possibilità di sottrarsi al destino passivo della vittima, anche quando nulla di ciò che è stato perduto può essere restituito. La tragedia può essere scritta da altri, ma la risposta, silenziosa e sovversiva, appartiene ancora a noi. Soltanto a noi.

Pier Paolo Pasolini dà corpo al paradosso shakespeariano affidandolo ai suoi pupi: creature insieme tragiche e infantili, sospese tra la necessità del copione e la possibilità di uno sguardo nuovo. È quanto accade nel cortometraggio Che cosa sono le nuvole?.

Girato nel 1967 e distribuito nel 1968, come terzo episodio del film collettivo Capriccio all’italiana, il cortometraggio segna l’ultima interpretazione cinematografica di Totò. Su un piccolo palcoscenico si rappresenta l’Otello, ma i personaggi sono marionette cui prestano volto e voce attori in carne e ossa: Totò è Jago, Ninetto Davoli è Otello, Laura Betti è Desdemona, Franco Franchi è Cassio, Ciccio Ingrassia è Roderigo, Adriana Asti è Bianca e Carlo Pisacane è Brabantio.

I pupi interpretano i ruoli shakespeariani, ma dietro le quinte si interrogano sul senso stesso di ciò che recitano, sulla loro fragile esistenza di marionette. L’intreccio tragico si spezza quando il pubblico, indignato di fronte all’imminente assassinio di Desdemona, irrompe sulla scena e fa a pezzi Otello e Jago. È allora che il monnezzaro — Domenico Modugno, figura quasi metafisica — raccoglie quei corpi disarticolati e, cantando, li getta nella discarica.

È proprio lì, tra i rifiuti, che si compie l’epifania. Totò–Jago mormora:


«Com’è bello… com’è strano! Com’è strano essere fatti così…»
Otello domanda:
«E che so’ quelle?»
Jago risponde:
«Quelle sono… sono le nuvole…»
«Quanto so’ belle… quanto so’ belle…»
E infine:
«Ah, straziante meravigliosa bellezza del creato!»

Il pupo, abbandonato tra i resti, non cerca vendetta: contempla. Disobbedisce al copione con lo stupore.

La canzone che attraversa il cortometraggio, scritta da Pier Paolo Pasolini e musicata da Domenico Modugno, intreccia versi originali ed echi dell’Otello. Nella voce di Modugno, parole nate in momenti diversi della tragedia si raccolgono in un unico canto, dove l’amore, la gelosia e la perdita sembrano già rivolgersi al cielo:


Ch’io possa esser dannato

se non ti amo

e se così non fosse

non capirei più niente

tutto il mio folle amore

lo soffia il cielo

lo soffia il cielo… così

 

Ah, malerba soavemente delicata

di un profumo che dà gli spasimi

ah, tu non fossi mai nata

tutto il mio folle amore

lo soffia il cielo

lo soffia il cielo… così

 

Il derubato che sorride

ruba qualcosa al ladro

ma il derubato che piange

ruba qualcosa a sé stesso

perciò io vi dico

finché sorriderò

tu non sarai perduta.

 

Sotto la melodia affiorano parole che Shakespeare aveva affidato a momenti diversi della tragedia:

 

“Perdition catch my soul, / But I do love thee! And when I love thee not, / Chaos is come again.”
(Otello, Atto III, Scena 3)


«Perdizione colga la mia anima, / ma io ti amo! E quando non ti amerò più, / allora sarà tornato il caos.»

 

“All my fond love thus do I blow to heaven; ’Tis gone.”
(Otello, Atto III, Scena 3)


«Tutto il mio amore appassionato lo soffio così al cielo; è svanito.»

 

“O thou weed, / Who art so lovely fair and smell’st so sweet / That the sense aches at thee…”
(Otello, Atto IV, Scena 2)


«Oh tu, malerba, / che sei così graziosa e sembri così dolce / da far male ai sensi che ti percepiscono…»

 

Pasolini non traduce: trasfigura. I versi dell’Otello, affidati alla voce di Modugno, accompagnano due marionette verso la loro ultima, inattesa meraviglia.

 

Ma queste son parole

e non ho mai sentito

che un cuore, un cuore affranto

si cura con l'udito

e tutto il mio folle amore

lo soffia il cielo

lo soffia il cielo… così

 

Anche i versi finali della canzone non sono pura invenzione, ma riscrittura poetica di un passo dell’Otello (Atto I, Scena 3, vv. 219–220), in cui Brabantio confessa:

 

«But words are words; I never yet did hear / That the bruis’d heart was pierced through the ear.»


«Ma parole sono parole; mai ho sentito / che un cuore ferito potesse essere trafitto attraverso l’orecchio.»

 

Pasolini, fedele allo spirito più che alla lettera, rende il limite della parola davanti alla ferita con un lirismo disarmato. La parola che confessa la propria insufficienza è forse quella che più ci consola.

Ai pupi di Pasolini resta uno sguardo. Sottratti alla scena, ormai liberi dal copione che li ha governati, incontrano una bellezza che nessuno aveva previsto.

Il sorriso del derubato non restituisce ciò che è stato perduto, non cancella la ferita. Ma custodisce una libertà estrema: quella di lasciarsi ancora sorprendere dal mondo.

Shakespeare aveva affidato al sorriso il potere di sottrarre qualcosa al ladro. Pasolini dà a quel qualcosa la forma lieve e immensa delle nuvole.

E forse, alla fine, il cielo — oppure il mare — è ciò che resta da contemplare quando ogni altra cosa sembra perduta.

Con meraviglia, con tenerezza, con il sorriso silenzioso di chi, pur derubato, ha custodito l’invisibile.

Che cosa sono le nuvole?: https://youtu.be/m_Ff8N2pZ8k?feature=shared

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