FILI D’ERBA - Viola Bruno – IL DERUBATO CHE SORRIDE
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«Il derubato che sorride ruba qualcosa al ladro;
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colui che si abbandona a un dolore vano deruba se
stesso.» * «The robb’d that smiles steals something from the thief; He robs himself that spends a bootless grief.»
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Il pianto è la risposta più umana alla ferita, ma
quando il dolore si fa sterile rischia di sottrarci anche ciò che resta,
persino la libertà di non esserne interamente prigionieri.
C’è invece un gesto più sottile, quasi inverosimile: sorridere nel vuoto
lasciato dalla perdita. Non per leggerezza, né per consolazione, ma per
resistenza.
Nel primo atto dell’Otello, è il Doge di Venezia a pronunciare
queste parole rivolgendosi a Brabantio, padre di Desdemona, nel tentativo di
placarne lo sdegno per la fuga della figlia con Otello. La battuta, fulminante
nella sua costruzione speculare, rovescia la logica del dolore: chi sorride
dopo essere stato derubato compie un furto inverso, sottraendo al ladro il
potere di prolungare l’offesa. Chi invece si abbandona a un bootless grief,
a un dolore vano, finisce per derubare sé stesso una seconda volta.
Conosco quel dolore che si fa più oscuro quando a
ciò che la vita ci ha già sottratto si aggiunge il timore di ciò che ancora
potrebbe portarci via. E quanto sia sottile, allora, il rischio di
diventare complici della propria privazione: lasciare che la paura si appropri
anche di ciò che la sorte ha risparmiato, che l’ombra di una perdita soltanto
temuta si distenda sulla luce ancora viva del presente.
Conosco anche
il conforto inatteso del mare. La sua vastità, il respiro delle onde, la luce
riflessa sull’acqua. Dinanzi alla bellezza, l’angoscia perde qualcosa del suo
potere, cessa di essere l’unica voce.
Rimane il
mondo, nella sua indifferente magnificenza. E rimangono gli occhi, capaci
ancora di riconoscerla.
Il sorriso del derubato diventa allora una
possibilità di sottrarsi al destino passivo della vittima, anche quando nulla
di ciò che è stato perduto può essere restituito. La tragedia può essere
scritta da altri, ma la risposta, silenziosa e sovversiva, appartiene ancora a
noi. Soltanto a noi.
Pier Paolo Pasolini dà
corpo al paradosso shakespeariano affidandolo ai suoi pupi: creature insieme
tragiche e infantili, sospese tra la necessità del copione e la possibilità di
uno sguardo nuovo. È quanto accade nel cortometraggio Che cosa sono le
nuvole?.
Girato nel 1967 e distribuito nel 1968, come
terzo episodio del film collettivo Capriccio all’italiana, il
cortometraggio segna l’ultima interpretazione cinematografica di Totò.
Su un piccolo palcoscenico si rappresenta l’Otello, ma i personaggi sono
marionette cui prestano volto e voce attori in carne e ossa: Totò è
Jago, Ninetto Davoli è Otello, Laura Betti è Desdemona, Franco
Franchi è Cassio, Ciccio Ingrassia è Roderigo, Adriana Asti è
Bianca e Carlo Pisacane è Brabantio.
I pupi
interpretano i ruoli shakespeariani, ma dietro le quinte si interrogano sul
senso stesso di ciò che recitano, sulla loro fragile esistenza di marionette.
L’intreccio tragico si spezza quando il pubblico, indignato di fronte
all’imminente assassinio di Desdemona, irrompe sulla scena e fa a pezzi Otello
e Jago. È allora che il monnezzaro — Domenico Modugno, figura quasi
metafisica — raccoglie quei corpi disarticolati e, cantando, li getta nella
discarica.
È proprio lì, tra i rifiuti, che si compie
l’epifania. Totò–Jago mormora:
«Com’è bello… com’è strano! Com’è strano essere fatti così…»
Otello domanda:
«E che so’ quelle?»
Jago risponde:
«Quelle sono… sono le nuvole…»
«Quanto so’ belle… quanto so’ belle…»
E infine:
«Ah, straziante meravigliosa bellezza del creato!»
Il pupo,
abbandonato tra i resti, non cerca vendetta: contempla. Disobbedisce al copione
con lo stupore.
La canzone che attraversa il cortometraggio, scritta da Pier Paolo Pasolini e musicata da Domenico Modugno, intreccia versi originali ed echi dell’Otello. Nella voce di Modugno, parole nate in momenti diversi della tragedia si raccolgono in un unico canto, dove l’amore, la gelosia e la perdita sembrano già rivolgersi al cielo:
Ch’io possa esser dannato
se non ti amo
e se così non fosse
non capirei più niente
tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo… così
Ah, malerba soavemente delicata
di un profumo che dà gli
spasimi
ah, tu non fossi mai nata
tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo… così
Il derubato che sorride
ruba qualcosa al ladro
ma il derubato che piange
ruba qualcosa a sé stesso
perciò io vi dico
finché sorriderò
tu non sarai perduta.
Sotto la melodia affiorano parole che Shakespeare
aveva affidato a momenti diversi della tragedia:
“Perdition catch my soul, / But I do love thee! And when I love thee not, /
Chaos is come again.”
(Otello, Atto III, Scena 3)
«Perdizione colga la mia anima, / ma io ti amo! E quando non ti amerò più, /
allora sarà tornato il caos.»
“All my fond love thus do I blow to heaven; ’Tis gone.”
(Otello, Atto III, Scena 3)
«Tutto il mio amore appassionato lo soffio così al cielo; è svanito.»
“O thou weed, / Who art so lovely fair and smell’st so sweet / That the
sense aches at thee…”
(Otello, Atto IV, Scena 2)
«Oh tu, malerba, / che sei così graziosa e sembri così dolce / da far male
ai sensi che ti percepiscono…»
Pasolini non traduce:
trasfigura. I versi dell’Otello, affidati alla voce di Modugno,
accompagnano due marionette verso la loro ultima, inattesa meraviglia.
Ma queste son parole
e non ho mai sentito
che un cuore, un cuore affranto
si cura con l'udito
e tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo… così
Anche i versi finali della canzone non sono pura
invenzione, ma riscrittura poetica di un passo dell’Otello (Atto I, Scena
3, vv. 219–220), in cui
Brabantio confessa:
«But words are
words; I never yet did hear / That the bruis’d heart was pierced through the
ear.»
«Ma parole sono parole; mai ho sentito / che un cuore ferito potesse essere
trafitto attraverso l’orecchio.»
Pasolini, fedele
allo spirito più che alla lettera, rende il limite della parola davanti alla
ferita con un lirismo disarmato. La parola che confessa la propria
insufficienza è forse quella che più ci consola.
Ai pupi di
Pasolini resta uno sguardo. Sottratti alla scena, ormai liberi dal copione che
li ha governati, incontrano una bellezza che nessuno aveva previsto.
Il sorriso del
derubato non restituisce ciò che è stato perduto, non cancella la ferita. Ma
custodisce una libertà estrema: quella di lasciarsi ancora sorprendere dal
mondo.
Shakespeare aveva affidato al sorriso il potere di sottrarre qualcosa al ladro. Pasolini
dà a quel qualcosa la forma lieve e immensa delle nuvole.
E forse, alla fine, il cielo — oppure il mare — è ciò che resta da contemplare
quando ogni altra cosa sembra perduta.
Con meraviglia, con tenerezza, con il sorriso
silenzioso di chi, pur derubato, ha custodito l’invisibile.
Che cosa sono le nuvole?: https://youtu.be/m_Ff8N2pZ8k?feature=shared


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