ACCESA RUPE - Fabio Barissano - MARCO MELILLO Nuova canzone felice PARTE I
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Oggi
scrivo di un poeta, vivente e che mi è amico. Ma quale poeta non vive per
sempre? Quale poeta non ci è sempre amico? Il poeta è Marco Melillo,
campano di nascita, senza frontiere per vocazione. Il suo libro “Nuova
canzone felice”, uscito per i tipi di Marco Saya nel 2021 con la
curatela di Antonio Bux, ha il timbro civile e l’inarcatura sociale che
lo accosta agli ampi speculatori dell’umano, ai poeti che scrivendo abbattono i
confini. Scrivo anche perché il suo nome non risuona dai megafoni
dell’editoria, non è scritto sui blasoni appesi qua e là nel mondo reale e
digitale. E se per ora è auctor unius libri, la sua vena promette altri
testi, altro fervore attraversandogli lo sguardo.
È
da una specola particolare che il poeta osserva, scrive, ferma in ritmi le
cose. Dalla sua Napoli “regina incauta del Mediterraneo”, quella sacca di
civiltà antica come la vide Pasolini, luogo ancora preindustriale nell’Italia
industriale. Ancora più dentro, dalle scale del Petraio (luogo mitico e
antichissimo della “Napoli in salita” costruito attorno a una scala seicentesca
nella pietra della roccia dove si aprono case e giardini a più livelli con
vista infinita sul golfo) dove il poeta ha vissuto per qualche anno, un luogo
prossimo al cielo in cui certamente ha affinato lo spirito contemplativo sul
grande teatro delle cose e acuito lo sguardo sulle piccole miserie dell’umano.
C’è Pasolini, certo, ma anche la capacità di fermare l’orrore sulla pagina che
fu della grande napoletana Anna Maria Ortese. C’è la grandezza del racconto, e
qui Melillo svela due grandi amori: i poeti greci (Ritsos e gli altri che in
poesia fecero la rivoluzione sotto la dittatura dei colonnelli) e i
sudamericani, Cortázar, quel suo fabulare mitico dentro i meandri della storia.
Apriamo
il libro Nuova canzone felice. Ci troviamo nel complicato e affascinante
ambulacro dell’introduzione, un piccolo studio letterario a firma di Enzo
Rega dal titolo “Una polveriera di sogni, una poesia senza bandiera”. Qui
molti cartigli orientano (disorientano?) il lettore: l’incontro/scontro tra
Montale e Pasolini; il Mediterraneo in senso politico (e qui c’entra Weber e
anche Benjamin); e poi le evocazioni dalla letteratura napoletana: Luigi
Incoronato autore di “Scala a san Potito” richiama alcuni angoli partenopei
della poesia di Marco; ancora Benjamin per il concetto di città porosa.
Ma
entriamo nel libro. Lo scenario è aperto, spalancato. Siamo nel Mediterraneo.
Non la tersa azzurrità del mare tra le terre cantato dai poeti della
tradizione, non la “gloria del disteso mezzogiorno”. Il mare è luogo di eventi,
incrocio di dolori; soprattutto è spazio politico, campo di azione dello zoon
politikon che è l’uomo. Come nella poesia messa, non casualmente, a incipit
della raccolta:
Per
navigare l’incerta lettura del mondo
la
mappa è l’agire politico, l’acquisizione
di
segni stranieri
dove
vive il tu per intero
senza
sillabare le forme che veste
la
logica, finché il potere è una patria mortale.
Entro
in cielo
divoro
il libro
fisso
sull’asfalto
una
canzone.
Subito
attira, e convince, la potenza quasi apoftegmatica, della chiusa di verso
“finché il potere è una patria mortale”. Quanto è carica di senso questa
formula, il cui senso dapprima sembra sfuggire, poi una volta appreso diventa
certo, potentissimo. La sua posizione incipitaria ne fa un frammento della
grande bussola che il poeta mette a disposizione del lettore: siamo nel
Mediterraneo, luogo vasto attraversato dai marosi della Storia.
Ora,
a sottolineare i due accordi dell’attacco musicale, stando nel primo tempo
della grande sinfonia del libro (diviso in quattro sezioni: “Mediterraneo”,
“Disperanza”, “Dalle case d’altri”, “Invisibile mondo”),
passiamo dalla tonica alla dominante, dall’incipit sentenzioso a una lirica che
è quasi un racconto: siamo nella cornice del mare, mille eventi sconvolgono la
serenità del quadro. La seconda poesia:
Come
il mare cerca una continua teologia
ma
è vita fredda adesso per chi viene e parte
si
dilunga nel bambino sorridendo senza mai capire
il
parto delle note la bugia del ritornare pura luce.
Quanto
studio di meccaniche correnti e astronomia
per
non capire chi sia eterno e come s’evochi
una
madre inesistente, l’alba di una mezza verità
che
è malattia nei sensi ed opinione, scure
manifesta
sopra il vivere banale di noi fermi
che
potremmo non volare né strisciare.
Ma
si fa che ogni giorno è tardi
qualcun
altro verrà dopo per capire l’indicibile
provare
quale voce di serpente o di farfalla
sia
incarnata in noi senza parole
quale
scampo alla bugia.
Prendi
per noi tutti un lento abbrivio mare
una
cornice salva
perché
sguardo colga quanto a te dovuto
sia
esso nucleo incandescente
o
gelo fermo senza scopo
che
vi spieghi la perenne oscurità
da
cui si crede indenne.
Questa
poesia, così alta e cerebrale nel pensiero che intesse sopra le tragedie,
eppure lirica intonata in forma di laica preghiera, contiene una parte della
cifra che Melillo mette in questo libro: la filosofia che spiega senza vergogna
i fatti e il cantarli senza vergogna, il sentirsi poeti fino in fondo, senza
che alcuna macchia di viltà intervenga a spezzarne la voce. E ci sono tutti gli
ingredienti di questa prima sezione dal titolo “Mediterraneo”: la luce e
la notte, il mare, le albe e una perenne oscurità, tutto tessuto dentro una
“continua teologia” perché il canto non si interrompa. C’è la verità e c’è
dell’altro. Poesia è dovere di dire le cose, senza infingimenti ma poeta è chi
è versato nelle fughe dell’immaginario, sosta sullo scalino della visione. Ed è
da questo podio di osservazione, miracolosamente dentro e fuori dal mondo, che
il poeta canta e racconta, per usare i due verbi che animano gli incipit dei
due grandi poemi omerici, cantare alla Diva e raccontare l’uomo.
Torniamo
al testo, sempre della prima sezione di “Mediterraneo”, e qui il pedale
batte di nuovo sulla tonica, alla cifra della prima lirica, più corta dove il
poeta fa tutto in levare, in positura di canto:
La
notte sbaglia sopra di loro.
Facile
dare la colpa a chi scappa
chi
spinge qualcosa di vivo
nel
mare inautentico dell’abbondanza.
Facile
pure il parlare
purché
la vergogna abbia tratto lezione
dalla
stessa legge
l’errore
oltraggiando
un confine deciso dalle istituzioni
una
muta di scogli spacciando parole.
Avevamo
il teatro, la scena spalancata. Ora abbiamo gli attori. Nessun nome interviene
a identificarli essendo nient’altro che ombre, fantasmi che percorrono la scena
liquida delle acque, il proscenio e le quinte che sprofondano dalle rive fino
agli abissi del mare. È il canto degli ultimi, dei profughi, dei disperati che
tentano le acque. È realtà dei giorni e anche una metafora: le cronache
raccontano di continui approdi alle nostre coste (ancora più se ne parlava
qualche anno fa quando uscì questo libro) ma non solo: siamo tutti in viaggio,
tutti percorriamo “l’incerta mappa del mondo”; ci illudiamo di non farne parte
ma come sempre de te fabula narratur: spesso si cammina da esiliati, nel
nostro quotidiano vivere. Eppure è dovere l’accoglienza, siamo i fari di chi ci
viene incontro.
La
sezione continua con ben tre poesie dal titolo Mediterraneo seguite dai
numeri romani (I, II, III), segno della centralità cruciale di questo tema, di
questo campo di significati. Ne riporto la terza, testimonianza ulteriore della
cifra del narrare:
Mediterraneo
(III)
Ovunque
sento parlare di te
nella
rabbia dei gesti silenti.
Caduto
dall’orizzonte che spinge
le
case degli uomini sempre
più
avanti, indietro immobile
dove
ti afferra un destino
che
sai immeritato.
Ma
non per questo dimentico
la
stravaganza che arriva da te
tolgo
via le parole su te
cancellando
gli immobili
le
loro leggi politiche perché politiche
le
loro mani appostate sull’epifania della mente,
di
fronte al gorgo che ti hanno
esitato,
parlato di vite di sole
ed
infine esiliato.
Torno
con te perché
non
potrei fare altrimenti,
perché
non so dove vivi
nemmeno
se sono vicino alla fine
di
un giorno senza più avvenire
e
ti sento, se vieni al mondo
ogni
volta che un uomo
deve
addormentarsi per essere libero
aversi
alla sua dignità, e non ti trova
parole,
e non ti scambia la pace.
Qui
dove non esibisci le tue note stanche
sei
l’isola attesa dal nulla
lo
strappo di un sogno
cucito
nel pugno di sale
di
mani svezzate dal tuo
cuore
umano.
Di
chi parla il poeta? Con chi parla? Avvertiamo che, sotto le righe dei versi,
c’è un altro dialogo, col poeta che cantò prima di lui il Mediterraneo. È
Montale che negli “Ossi di seppia” costruì una piccola silloge in sette
pezzi dedicata al grande mare sulle cui rive visse e provò sgomenti. C’è una
relazione tra Melillo e Montale, un arco voltaico teso tra i due golfi di
Napoli e della Liguria. Certamente una reverenza del Nostro verso il poeta
ligure ma corre una grande differenza: se il mare montaliano è mare suum,
specchio privato di furori e ansie adolescenziali, il mare di Marco Melillo è
veramente mare nostrum, mare politico oltreché segno geografico;
soprattutto non è un viaggio sentimentale ma un discorso della mente, un teatro
macchiato dagli orrori in cui soffiano le preghiere dei versi, perché la sorte
non ci abbandoni, ci salvi tutti la clemenza che proviene dall’umano.
Chiudiamo
qui questa scorribanda tra i testi della prima sezione andando a un testo in
cui la cifra più breve e lirica ci porta a una nicchia di meditazione, come un
recitato a parte messo a intervallo dei grandi cori di tragedia
che animano questa scena:
Chiedo
al vecchio saggio
di
una pietra da abitare
oltre
il tramonto, mi dice che lì
dal
giorno antico è l’invenzione.
Un
pugno di sale nel paesaggio
nel
miraggio di altri mondi
si
fa peso frullo d’ali
di
struggenti calamari sul fondale
e
adesso vado rido, cerco
tra
i compagni che resistono
alla
strabiliante vista chi
sarà
di notte oltre le reti
e
voi pensateci in silenzio
se
vuol dire complicare
un
po’ la morte,
navigare
un altro mare.
Cifra
di requiem questo stendere il canto sui morti infiniti del mare, il mare della
tragedia di Eschilo “fiorito di cadaveri”. Ma non è un chiuso pregare,
piuttosto il farsi testimone degli eventi per “complicare / un po’ la morte”
che penso significhi dare valore e futuro ai corpi, vivi o morti, di chi
attraversa le acque in cerca di un destino, che carichi ogni pena di speranza.
E
con questa parola, “speranza”, vorrei chiudere momentaneamente l’articolo che
parla della prima sezione del libro di Marco Melillo. La seconda sezione si
intitola “disperanza”. Perché questo titolo e semmai se ne esca sarà materia
della seconda parte.
CONTINUA
RIFERIMENTO:
M.
Melillo, Nuova canzone felice, Milano, Marco Saya edizioni, 2021,
collana Sottotraccia diretta da Antonio Bux.


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