CRONACHE A MANAGUA - Davide Toffoli su Daniele Ricci, LA MACCHINA DA CUCIRE. GEOLOGIA DEL DOLORE, Puntoacapo 2025
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| "La macchina da cucire. Geologia del dolore", Daniele Ricci (Puntoacapo, 2025) |
La macchina da cucire. Geologia del dolore è
un’opera che, già da inedita, non è passata inosservata in diversi premi
letterari (Switzerland Literary Prize 2023, Premio Lorenzo Montano 2023 e
Premio InediTO – Colline di Torino 2024). Si tratta di un lavoro maturo che,
pur portando con sé l’eco stilistica degli autori amati (su tutti, l’Ungaretti
de L’allegria, ma anche Montale, Caproni, Salvia), si distingue per una
parola ben curata nel suono e per la forza adamantina dei testi. Questa di
Daniele Ricci è una poesia che nasce dall’umano e che torna all’umano, mappando
il dolore personale e universale e fornendo una possibile prospettiva di
sopravvivenza.
Una menzione speciale la merita sicuramente
la copertina, centratissima, realizzata proponendo un particolare di un’opera
di Paolo Del Signore, con le sue caratteristiche vedute urbane, i suoi scorci,
i suoi monumenti e le sue figure metafisiche: i disegni fitti e sovrapposti ben
si prestano infatti a evocare una trama tracciata appunto dalla macchina da
cucire. Ne completa l’efficacia di impatto la preziosa prefazione firmata da
Fabrizio Lombardo, Ordire, tracciare, dissotterrare le parole: “Da
sempre la geologia mi affascina, genera in me immagini di scavi, percorsi
sotterranei, canyon nati da erosioni, sottrazioni che la natura produce. In
questo paesaggio il geologo si mette alla prova cercando elementi, materiali
nuovi, reperti tentando di dare senso al tempo, di datare la materia che è
anche un modo per datare la memoria”, scrive il finalista allo Strega
Poesia di quest’anno e concentra la sua attenzione proprio sul sottotitolo del
libro, proponendolo come inevitabile chiave di lettura.
La poesia di Ricci vive di richiami, mai
troppo invadenti e sempre ben configurati come ipotesto che si muove
sottotraccia, che obbligano il lettore a restare ben in ascolto. La sua parola
nasce dalla relazione stretta con l’esperienza, dallo spostamento dello sguardo
dell’autore che attraversa i luoghi, gli spazi, le vite degli altri. Come
suggerisce Lombardo, Ricci ribalta spesso le faglie per dare loro una voce, un
corpo, prendendo in prestito la metafora perfetta de La macchina da cucire
per realizzare piccoli arazzi che vanno poi a comporre un polittico. Il tutto
mettendo in relazione sfera pubblica e sfera privata, in sette sezioni che “camminano”
barcamenandosi tra le trame del dolore.
Chi “si sposta” è proiettato sul punto
d’arrivo, riesce a guardare solo davanti a sé, cercando presumibilmente di
raggiungere prima possibile la meta designata, oppure è preoccupato di schivare
un qualcosa che gli sta venendo contro; chi “cammina”, invece, è portato
per forza di cose a considerare ciò che incontra, ad aguzzare l’ingegno, a
farsi domande, a guardarsi attorno, a lasciarsi catturare dai piccoli
particolari, a sviluppare il senso critico che induce a fare raffronti, a
trovare connessioni, a chiedersi il perché e il come delle cose che ci
circondano. Scrive Adriano Labbucci nel suo libro “Camminare. Una
rivoluzione” (Donzelli, 2011): “Chi cammina sa che la qualità non è un
lusso ma la condizione senza la quale non si cammina, si scappa; e che
l’ambizione più alta di chi cammina è di rispettare e apprezzare quei luoghi
che attraversa perché altri possano farlo con immutato piacere”. Camminare
è uno stato del pensiero.
In esergo troviamo subito il Leopardi de La
ginestra ad indicare il metodo e la strategia e un testo di apertura che ci
rammenta l’importanza di guardare sempre con occhio attento tutto quello che la
natura ci regala: “Il grande abete del giardino accanto / fermarsi una sera
a guardare / quando arriva il temporale e tira il vento”.
La prima sezione, Senza riparo, è
introdotta da una citazione del Montale di Ossi di seppia e, subito in
apertura: “Camminare per ore / su questa strade di periferia / in questa
infinita deserta pena”, dibattendosi sul tema del dolore taciuto. Amy,
testo dedicato alla Winehouse, ripercorre la tragica parabola della giovane
cantante precocemente scomparsa: “Ero una pessima bevitrice, / fedele a me
stessa, / ma era come andare / sulle montagne russe”, e ancora “Da
piccola non piangevo quasi mai. / La mia vita è diventata una performance.
// Dove sei stata? // Un giorno farò la cameriera / sui pattini…”. Ricci
sceglie di dare voce anche agli esuli in fuga dall’Ucraina, a seguito della
drammatica guerra, e “L’esercito dei pellegrini tace / offre il fresco
confine / dell’ora felice”. Il dolore della contemporaneità (la guerra in
Ucraina, ogni situazione di conflitto, i naufragi, gli sbarchi, i dispersi) e
quello strettamente personale (i lutti e le assenze) vengono presentati come
parte di una stessa geologia. Ogni testo è accompagnato da una data che gli
fornisce una “
La seconda sezione è Boristene,
l’antico nome del fiume Dnepr che nasce in Russia, attraversa Bielorussia e
Ucraina per sfociare infine nel Mar Nero. Introdotta da versi tratti da L’Allegria
di Ungaretti, è pesantemente intrisa di riferimenti alla tragedia della guerra
e a tutto ciò che questa lascia dietro di sé: “La vita devastata / le
esplose violenze urtano il presente / le parole diventano macerie / croce di
assenza”; “Sotto una porzione di cielo disumana / arranca la mia ombra /
il fiato trema”. Ogni guerra, anche lontano da ciò che accade in Ucraina, è
presagio sinistro di un mondo che cade: “Schegge di granate rompono i vetri,
/ dentro la stanza / c’è un uomo con la formula del fiore / le vertebre
contratte / il ventre squarciato da una bomba, / solo stracci tamponano le
vene, / urla bestemmia fiele / melma di versi disabitati”; perché a ben
vedere “Non c’è motivo di combattere / sono già stabilite le sorti / le
cifre delle armi da impugnare / i requiem e gli schizzi di sangue / sulle
pareti della stazione”.
Tutto è caduta, perdita, assenza o maceria: “Non
so ridere, pettino il silenzio. // Nella stanza sento ancora / l’odore di mia
madre / l’immagine del mondo. // Se ci fosse vento stamattina / non sarebbe
così male…”. Versi che si fissano in mente alla prima lettura, con il
distico finale che evoca la suggestione della chiusa dell’ultima lettera dalla
prigionia scritta da Aldo Moro alla moglie Noretta: “Se ci fosse luce,
sarebbe bellissimo". Una sintesi perfetta della consapevolezza della
fine e del dubbio umano davanti al mistero della morte, illuminato però dalla
speranza cristiana e da un amore che si dichiara eterno. In Ricci troviamo più
una speranza che, pur sbattendo frontalmente contro una realtà di morte (“C’è
una guerra laggiù / con potenti tentacoli / e artigli di padri”), non
rinuncia a una possibile prospettiva di sollievo, costituita da una presa di
coscienza che, sulle intuizioni del Leopardi de La Ginestra, accompagni l’Io
nell’abbraccio del Noi: “Tra poco / più non si potrà // tutto
sarà / anche per noi la sua caduta”.
Dante e Beppe Salvia aprono la terza sezione,
Frammenti dall’inferno, e la discesa nel dolore apre spazi profondi e
necessari, come in Giuda: “Allacciato a un desiderio oscuro /
complice e nemico / vicino al male verticale / e il peso di una colpa / che si
fa vicenda / tragica e maledetta. // Ho tradito tutti e non ho amore”. Si
tratta di un viaggio compiuto da “profughi / che non si arrendono al
supplizio”, un viaggio che si svolge “sotto il peso / di una terra
maledetta”. Spicca, per suggestione, un testo dedicato ai genitori di
Mattia Luconi, il bambino morto nell’alluvione di Senigallia del settembre
2022, scritto per “vana premonizione” poche settimane prima della tragedia: “La
mia pietra / giunge fino all’essere. / Perdere un figlio / e non sentire più la
bora / che gela il suo viso, / non obbedire alla necessità / sopravvivere al
gorgo della fame / mentre l’uragano scuote gli alberi / e franano le vecchie
case. // Solo schegge di pioggia / destinate alla preghiera. // La mia pena è
raggiungere il giorno / al di là dell’inverno”. Immagini concepite come
metafora del lutto e diventate tragicamente cronaca quasi letterale, che si
chiudono in un’attesa e senza possibile consolazione.
Una citazione da Milo De Angelis introduce la
quarta sezione, La ginestra sul bordo della strada, e ci troviamo nel
mezzo di un viaggio che persiste nella sua direzione: “Vorrei fosse il mare
/ la linea azzurra / che ci attende in fondo alla via”; si cammina verso
un’auspicata rinascita (“Nessun rumore, nessuna luce / pettina la strada, /
deve essere questo il momento / per rinascere / con in cuore / l’odore di abeti
rossi e gabbiani / a cercarti”) procedendo spediti verso “il sentimento
nudo delle cose” (“Ti sei vestito di bora e di corteccia. / Hai deciso
di vivere là / tra una seduta e l’altra / dove sfuggono gli sguardi / e l’acqua
è invisibile”). Un viaggio necessario e destinato a reiterarsi: “Faremo
ancora questo viaggio / durante una tregua / seguiremo intero il cerchio del
cielo. / La luna sulla fronte, / la notte si popolerà di parole e di sete”.
Si procede al cospetto delle proprie ferite, mentre tutto inevitabilmente
procede e si trasforma: “Già dicono altro / il vento e la pioggia. / Io sono
altrove, / nella luce ritrovata / delle mie cicatrici”, perché “porto
sulle spalle / ogni minaccia, ogni paura / all’altezza del silenzio /
affiancato dal dubbio / affrancato dal tuo sguardo”. La natura si pone come
preziosa cornice, come motore di tutto e come testimone silenziosa (“Ti
porterò con me / fra le siepi / sulle foglie di pesco appena nate”). Tutto
è ricerca, tutto è inseguimento ostinato di ogni piccolo segnale disperso: “Si
posa la luce sui rami nudi, / laggiù lontano / dove bianco è il mondo / divento
me stesso / mi faccio parola”.
La quinta sezione è L’asola dove passa la
nostra vita è introdotta da una citazione in prosa di Salvatore Natoli sul
dolore come rivelazione. “L’abisso è di calce / spenta nell’acqua / la
finestra spalancata / sul nulla”. E l’abisso più profondo è proprio
uno spropositato dolore civile, affrontato e scolpito da versi che si aggirano
negli immediati dintorni della dimensione pubblica-istituzionale e la sfera del
silenzio interiore dell’autore sfidato costantemente dalle tante tentazioni
della parola. Ne esce un testo che scaturisce da un distico che evoca ma non
spiega regalandoci un enigma da comprendere, ci mette al cospetto di un
doloroso silenzio (quello umanissimo della persona e quello assordante delle
istituzioni) e ci consegna ad un’immagine indelebile che ormai appartiene alla
memoria collettiva: “Nella camera dei deputati / la scolaresca applaudì alla
notizia… // La parete non scritta / mi costringe al silenzio, / il mio cuore,
comunità degli addii, / scompare nel buio. // Nessuno della scorta è rimasto
vivo, / tutti gli altri del partito dileguano / in un silenzio più grande. //
Lettera dopo lettera / tra miseria e speranza / il filo si spezza. // Resterai
/ per sempre rannicchiato / nella renault quattro rossa / della mia
memoria”.
Nel testo che chiude la sezione, l'autore
attinge poi alla storia familiare dei genitori sarti per trasformare gli
strumenti del cucito in simboli esistenziali: l'asola rappresenta il limite e
la fessura obbligata attraverso cui scorre l'esistenza, mentre la poesia agisce
come un ago che tenta di suturare i dolori e le lacerazioni della vita. “Vorrei
restare qui / a scrivere all’aperto, / qui tra gli alberi, / la prima parola /
dopo la fine”.
È Ungaretti infine ad introdurre la sesta
sezione, La macchina da cucire, profondamente legata al mestiere dei
propri genitori (“La macchina da cucire / per scoprire il dolore del mondo /
rapsodo per legare / cielo e terra / enigma e senso / o quel nulla che arriva”),
ma anche alla malattia della madre, rievocata anche nei testi che seguono: “E
mamma era sempre lì / nel suo corpo a copro / col dolore”. Restano parole
dedicate a chi, prematuramente, se n’è andato: “Tornerai nel cortile / della
partita eterna / a lasciarti attraversare dal vento / mi passerai la palla / e
riderai ancora di me / che non sapevo gridare / il tuo nome”. La morte è
presenza ineluttabile (“Non è servita / la quarantena preventiva, /
ugualmente sei morta, sola”, ma anche “Cadono ad uno ad uno / gli eroi
di un tempo. / Rimanere là / con il coraggio di perdersi / camminare sull’orlo
della vita / l’amicizia nelle mani / tra le ombre dei cartelli”).
I versi di Daniele Ricci esprimono una forte
idealizzazione dell'amore e del desiderio. L'autore contempla figure femminili
eteree e lontane dalla realtà materiale (“Ho amato donne-uccello / donne
perfette, / le ho amate lassù / lontano dalla carne”), evidenziando una
tensione profonda tra la perfezione dell'assoluto e i limiti della dimensione
corporea (“Abito il vento perché sono / un tuffatore sospeso in aria, /
segno in rosso / le parole del sesso sconosciute”), proponendo come
immagine tangibile del Bello e del trascendente uno sguardo diretto sulle vette
dolomitiche (“Salgo sulla montagna / davanti al Sassolungo / materno
fanciullo / principio / di un infinito ritorno”). Si passa al cospetto
della voce della sirena (“là sul mare tremante / intoni un canto / umano e
lacerato / mi doni un’alleanza / la disciplina del bene”) per approdare ad
una ricerca senza esitazioni (“Qui in montagna / piove da ore / in questa
notte d’estate. / Cerco nell’ombra delle parole / il cielo che nasce / la sua
mano ribelle”). I testi che tirano in ballo la figura della figlia
rappresentano una via di fuga dalla sofferenza e dal "silenzio"
quotidiano, un cono di luce che si leva verso il cielo a fendere il nero che fa
da sfondo (“Piango perché sono felice, mamma!”); “Chiedo una tregua /
ai miei detrattori / una parola buona / il passo di danza di mia figlia / un
antico alfabeto / che mi porterà a spalla” e proprio il "passo di
danza" della figlia diventa un'immagine salvifica: un gesto leggero,
innocente e vitale capace di interrompere il peso dei conflitti esterni e del
dolore stratificato descritto nel resto dell'opera e “Nell’assoluto ora /
invoco / la forma dei pensieri / che si fanno volo // Tu cerca l’invisibile /
ferma l’indicibile / nella benedizione delle montagne” sotto lo sguardo
mozzafiato delle Dolomiti (Alba di Canazei, 12 luglio 2023).
La settima sezione, Il cappotto blu, costituita
da un unico testo, sembra fare eco e torna ad attingere al lessico della
sartoria, che con ago, filo, asola, cruna, strappo, punto, attraversa l’intero
libro come campo semantico secondario. L’ultimo testo si apre e si chiude con
due azioni emblematiche: la prima, “camminare”, l’ultima “stringere
il filo e continuare a cucire”. “Camminare / e non sapere dove andare. /
Riesco ancora a vedere. / Non conosco il respiro. / I nostri sguardi ondeggiano
/ in un silenzio / calmo e immenso. // Essere davanti a te / acqua e corpo /
terra e sangue / per giungere / a questo rovescio di parole / nell’incanto
dell’alba. // Stringo forte il filo, / filo e stelle / per cucire la notte”.
Cucire, qui, è riparare uno strappo davvero impossibile da sanare, è tenere
insieme con un filo fragile e sottile il privato e il pubblico, le vicende
personali e la Storia, continuando a camminare e a guardarsi intorno, sotto
l’abbraccio scuro e punteggiato di luce di ogni cielo stellato.
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| Daniele Ricci |



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