CERCANDO LE CHIAVI - Anna Segre - Taci
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| Anna Segre |
Scrivo come se giocassi all’allegro chirurgo, toccando bordi che suonano, sbagliando, imprecando perché devo ricominciare.
Non ti esprimere con frasi slogan, pubblicitarie, seduttive, paracule. Mai sia paracula. La furbizia è il disonore sopra a tutti i disonori.
Non fare discorsi indiretti che obliquamente si riferiscono a qualcuna: se proprio vuoi dire qualcosa a quella qualcuna, chiamala, parlaci. No messaggi scritti, sms fraintendibili, non si capisce il tono, puoi offendere. Tantomeno pubblici.
Non ti riferire a tormentoni sociali.
Nessuna bandiera. A parte quella bianca.
Non rispondere al sobillatore anche se ti prudono le idee: non è lì per confrontarsi.
Taglia. Togli il superfluo. Distingui il superfluo dallo slancio, dal sentimento.
Scrivo per drenare, per scusarmi, per spiegarmi, per aprire un canale che tu possa percorrere a tua volta verso di me. Per sedurti. Per convincerti. Per vendicarmi. Per non urlare.
Comunque non vorrei mai onanisticamente, ma credo sia anche successo.
Se mi dici: scrivi! Mi blocco. Mi si svuota il cervello. Non posso. Per questo motivo non scrivo per mestiere, malgrado la possibilità tecnica.
E’ come la peristalsi, indipendente da me mentre è in me, senza la quale non vivrei, sulla quale non ho potere e ogni tentativo lassativo ne peggiora la naturalezza.
Volare non so farlo, ma posso pensarlo, sognarlo, percepirlo addirittura se mi ci metto.
E questo è la scrittura per me. L’eventualità accarezzata come fosse reale. Scrivere è anche il potere dei poracci, e questa coscienza mi porta a stare più zitta e più attenta.
E mi viene in mente l’aneddoto di Anna Magnani con Totò, quando ancora si esibivano a teatro a Roma, avanspettacolo. E dal pubblico una voce: Nannarè, facce ride! Una palestra di prepugilistica che la fece campionessa sul ring del cinema.
L’ansia infernale di scrivere, l’inseguimento di una me che non acchiappa l’altra me, Tom e Jerry sono io quando scrivo. E Jerry sberleffa Tom e Tom s’addanna ma non molla.
Da mesi smino una spiaggia per arrivare alla riva, ma per cosa poi. Per impelagarmi in un mare nel quale annasperò.
Scrivere è un’esistenzialità, una lotta con la verità, un palliativo contro l’impotenza.
Ma questo tentativo di disciplina, di onestà, di trascendenza è una goccia nel mare del commercio, e questo brusio di fondo copre tutto: non sento più l’erba che cresce. Ho l’istinto di tacere, di farmi indietro, di evitare. E quant’è difficile scrivere ‘silenzio’ mentre si pronuncia la parola scrivendola.
Però ecco. Mi torna mio padre: se non hai niente da dire, taci. E anche se hai qualcosa da dire. Pensa, prima. E poi taci.


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