ALLONTANARSI DALLA LINEA GIALLA – Stefania Giammillaro - L’attesa forzata prima della partenza o dell’arrivo. La pazienza come tempo per abitare il dolore
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| Allontanarsi dalla linea gialla |
Ogni treno ha un suo tempo
di partenza e di arrivo, ma se il treno ha come orario previsto di partenza le
19:00 non è detto che alle 18:45 sarà già pronto per accogliere i passeggeri a
bordo; così come, se l’orario di arrivo previsto è alle 20:00 è molto
improbabile che al rintocco dell’ultimo secondo delle 19:59 si potranno aprire le porte
d’accesso ai binari della stazione.
Il treno potrebbe non essere
pronto, le porte potrebbero essere ancora chiuse, potrebbe non esserci una
disponibilità all’ingresso o all’uscita dal treno perché il treno, lo
ribadisco, non è ancora pronto.
E tu stai lì, a contemplare
quel bottone insieme ad altri dieci, cinquanta, cento passeggeri che vorrebbero
come te salire o scendere dal treno. Tutti, fermi, in silenzio, assorti a
contemplare quel bottone per arrogarsi il premio di chi per primo lo ha visto
illuminarsi di verde per poterlo premere e consentire l’accesso.
Spesso capita che davanti al
treno in preparazione per la partenza, mi soffermi a guardare le migliaia di
cicche di sigarette gettate nella c.d. massicciata,
quel pietrisco pressato che si trova sotto ai treni, che riempie lo spazio tra
i binari, e pensi a quanto costi quell’attesa, quanto innervosisca, a volte
esasperi, a quanto si è incapaci di sopportare la stasi, lo stare fermi ad un
punto, costretti a farlo, forzati allo stop.
“Bisogna avere pazienza”
laddove pazienza non è sinonimo di sopportazione, tolleranza, comprensione
verso l’altro: la pazienza, da tempo della resa diventa tempo dell’attesa e della tolleranza non
verso le esigenze dell’altro, ma di se stesso.
Le cicche di sigarette sotto
il treno costituiscono la prova provata che l’uomo non ha ancora maturato la pazienza
verso se stesso, per ammazzare, non il tempo impiegato per preparare il treno,
ma per fuggire dal proprio tempo per abitarsi e sondare i pensieri, le
frustrazioni, le gioie, i dolori della giornata. Ecco, il dolore. Più è forte,
più è difficile avvicinarsi, più diventa facile da fuggire.
Qualche giorno fa su
Facebook chiesi in un post: “Se il dolore avesse una forma, quale sarebbe?”
É stato interessante leggere
le varie risposte: ragno, buio, tavola apparecchiata senza cibo né persone,
stanza vuota…
Quasi nessuno aveva dato una
consistenza concreta al dolore, era più un’assenza che una presenza, quando
invece il mio si delinea chiaro ed esplicito in un iceberg roccioso, con la
vetta affilata e spigolosa che graffia costantemente al centro del petto.
Allora cos’è la pazienza se
non l’attesa, spesso forzata, per avere a che fare con un dolore che è presenza
“di” e non assenza “da”?
Perché è così difficile
stare fermi ad ascoltare, a percepire il suono e gli effetti di quei graffi, o mani
che soffocano o maniglie che stringono o catene che bloccano?
Già Rainer Maria Rilke, in Lettere
ad un giovane poeta (Adelphi, 1980 – 34° ed.) parlava della pazienza nella
accezione qui accolta ed indagata, di clemenza verso se stessi, verso tutto ciò che è irrisolto nel –
nostro - cuore:
Sii
paziente verso tutto ciò
che è irrisolto nel tuo cuore e…
cerca di amare le domande, che sono simili a
stanze chiuse a chiave e a libri scritti
in una lingua straniera.
Non cercare ora le risposte che possono esserti date
poiché non saresti capace di convivere con esse.
E il punto è vivere ogni cosa. Vivere le domande ora.
Forse ti sarà dato, senza che tu te ne accorga,
di vivere fino al lontano
giorno in cui avrai la risposta.
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| Lettere ad un giovane poeta, Rainer Maria Rilke (Adelphi, 1980, 34° ed.) |
Lo stesso Primo Levi, noto prevalentemente per la
narrazione della morte vissuta nei campi di concentramento attraverso il suo
capolavoro “Se questo è un uomo”, in quattordici versi riesce ad esprimere
il senso più profondo dell’impazienza come fuga da “perché la carne nuda ti faccia
più male”:
Abbi
pazienza, mia donna affaticata,
abbi
pazienza per le cose del mondo,
per
i tuoi compagni di viaggio, me compreso,
dal
momento che ti sono toccato in sorte.
Accetta,
dopo tanti anni, pochi versi scorbutici
per
questo tuo compleanno rotondo.
Abbi
pazienza, mia donna impaziente,
tu
macinata, macerata, scorticata,
che
tu stessa ti scortichi un poco ogni giorno
perché
la carne nuda ti faccia più male.
Non
è più tempo di vivere soli.
Accetta,
per favore, questi 14 versi,
sono
il mio modo ispido per dirti cara,
e
che non starei al mondo senza di te.
O ancora Cesare Pavese che ne Il mestiere di vivere (Einaudi, 2014) ci
fa dono di questa riflessione:
«30 ott.
Il dolore non è affatto un
privilegio, un segno di nobiltà, un ricordo di Dio. Il dolore è una cosa
bestiale e feroce, banale e gratuita, naturale come l’aria. È impalpabile,
sfugge a ogni presa e a ogni lotta; vive nel tempo, è la stessa cosa che il
tempo; se ha dei sussulti e degli urli, li ha soltanto per lasciar meglio
indifeso chi soffre, negli istanti che seguiranno, nei lunghi istanti in cui si
riassapora lo strazio passato e si aspetta il successivo. Questi sussulti non
sono il dolore propriamente detto, sono istanti di vitalità inventati dai nervi
per far sentire la durata del dolore vero, la durata tediosa, esasperante,
infinita del tempo-dolore. Chi soffre è sempre in stato d’attesa – attesa del
sussulto e attesa del nuovo sussulto. Viene il momento che si preferisce la
crisi dell’urlo alla sua attesa. Viene il momento che si grida senza necessità,
pur di rompere la corrente del tempo, pur di sentire che accade qualcosa, che
la durata eterna del dolore bestiale si è un istante interrotta – sia pure per
intensificarsi. Qualche volta viene il sospetto che la morte – l’inferno –
consisterà ancora del fluire di un dolore senza sussulti, senza voce, senza
istanti, tutto tempo e tutto eternità, incessante come il fluire del sangue in
un corpo che non morirà più.»
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| Il mestiere di vivere, Cesare Pavese, (Einaudi, 2014) |
Non a caso, secondo il
pensiero dei più grandi esponenti dell’esistenzialismo filosofico, Martin Heidegger (Meßkirch, 26
settembre 1889 – Friburgo in Brisgovia, 26 maggio 1976) esiste una relazione
tra dolore, tempo e la dimensione dell'attesa o della resistenza, che è riconducibile
alla pazienza, ma che non si traduce in una semplice sopportazione passiva,
quanto piuttosto in una modalità fondamentale dell'essere-nel-mondo e della
temporalità dell'Esserci (Dasein).
Negli scritti sul dolore (come i frammenti raccolti in Über den Schmerz), Heidegger descrive il dolore non come un semplice
fatto psicologico o fisiologico, ma come una connessura dello strappo (der Riss des Untersiedes).
Ecco che ritorna lo strappo,
il graffio, la fessura cui accedere, la porta che si attende forzatamente per
salire o scendere dal treno. Ma a chi o a cosa sarà affidato il compito di
cogliere la luce verde per poter pigiare il tasto del via libera? Chi sarà
l’eletto che come ne La leggenda del
pianista sull’oceano, urlerà per primo all’approdo in America?
Cosa c’è o può esserci oltre
quella fessura graffiata dal dolore?
Lì la paura, lì il coraggio.
***
[Cambio turno]
Ha un che di
malinconico
nel cenno il dondolio
che arranca al passo del
carrello
uno zig-zag estremo
fino al cambio di
turno
notturno che tramonta
all'alba
la chioma bianca con meches celesti
avanza appoggiando
la scopa sui binari:
ha finito adesso di pulire i
rinali.
⁷
L'ombra aperta sulle spalle
saluta il putrido animale
soffiarsi il naso è il gesto
imposto
per accettare un nuovo odore
tra gli umani.
[ dalla silloge inedita
“Allontanarsi dalla linea gialla”]




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