VOCI D’ALTRI, ALTRI SGUARDI - Ermira Shurdha - Genova, vento di sale d’anima forte

Aldo Rossi, Teatro del Mondo, installazione mobile in Ciàssa De Ferâri, Genova, 2004



A Genova si arriva dal mare. Si scopre così il volto autentico della città stretta tra il Mar Ligure, l’Appennino Ligure e le Alpi Liguri. Svettano la Lanterna, faro monumentale alto 77 metri, Boccadasse e Nervi, i suoi borghi storici, e il Porto Antico ridisegnato da Renzo Piano e realizzato tra il 1985 e il 2001 in occasione dell’Expo e delle celebrazioni colombiane per i 500 anni della scoperta dell’America.

Per raccontare questa città aerea e aurea, sterminata e convulsa, occorre uno sguardo altro: nessuna delle cinque voci con le quali racconterò la città della Lanterna è nata a Genova ma tutte l’hanno adottata. Maurizio Maggiani, di Castelnuovo Magra, la chiama «città d’adozione». Un labirinto in cui cedere alla pazzia, per Dino Campana, inebriato dalla lussuria dei carruggi e affascinato dalle guglie delle chiese che gli sembravano prue di navi in partenza. Paolo Conte la osserva dalla pianura piemontese, con quell’aria un po’ così, stillata nella musica di una lingua che odora di Africa e follia. Aldo Rossi, milanese, viene chiamato a ricostruire le ferite di una città sgraziata dalle bombe che hanno raso al suolo il suo teatro. L’Acqua di Genova viene adottata come indispensabile complemento per la toilette di importanti personaggi dell’epoca e utilizzata in tutte le Corti Reali europee.

L’adozione come condizione dello sguardo, dell’idea che la Genova verticale «schiacciata sul mare», che Francesco Guccini ha cantato per non dimenticare i fatti tragici del G8 del luglio 2001, impassibile come la Lanterna sugli scogli, alleni lo straniero a sperimentare la schiusura larga di chi viene dal mare e la chiusura degli «uomini diversi» all’approdo.

Cacumine. Spaesamento e timore, angoscia e stupore. È un fil rouge che rinuncia alla scorciatoia geografica a favore di un viaggio biografico e una riflessione più ampia. Le città, come le persone, si raccontano meglio da chi le ha cercate, e scelte, come sogno di civiltà e futuro di umanità. Genova, da sempre con sete d’infinito, naviga a vele spiegate nello spazio e nel suo tempo e sale verticalmente mediante funicolari, ascensori. Mediterranea e gotica, luminosa e oscura a seconda dei giorni; un colpo di tramontana e cambiano i colori. La più forte delle Repubbliche marinare ha partorito e raccolto creature eretiche che non ridono e non piangono mentre ti offrono un goccio di umor nero.

L’autentico spirito genovese, che gode della fama di buon senso e giusta misura, è un fondo di pazzia, specchiata in stupefacenti costruzioni oniriche, irregolari, tortuose e folli. Cristoforo Colombo, Paganini, Magnasco il Lissandrino, La configurazione della città cantata da poeti, navigatori e sognatori collima con la Polveriera, le laidezze dei carruggi in contrasto con certe aperture di luce lampante sulla Riviera. «Genova di ferro e aria, pulita. Brezza e luce in salita. Genova verticale, vertigine, aria scale. Genova e così sia, mare in un’osteria», ricorda Caproni in «Litania».

 

Narrativa. Maurizio Maggiani, Mi sono perso a Genova. Una guida, Feltrinelli, 2007

Sogno questa città da quando ero bambino. Da quarantanove anni, per l’esattezza. Posso essere così preciso perché ho cominciato a sognarla subito dopo averla vista per la prima volta. Era l’inizio della primavera del 1958. (M. Maggiani, Mi sono perso a Genova, p.7)

Genesi di un libro e poetica dichiarata in duecento e ventidue battute, spazi inclusi, per l’incipit di una guida che, in trentacinque parole, racchiude la meraviglia e lo stupore familiare del «raccontare lento, assimilazione lenta». La sera, finito di mangiare, quando non c’era più un pezzo di pane in giro, in casa Maggiani c’era chi, con un bel gesto della mano, allontanava il piatto, ripiegava il lembo della tovaglia, poggiava il gomito sopra al tavolo di castagno e iniziava a parlâ. Maggiani arriva a Genova da bambino per una degenza al Gaslini. La città delle opportunità gli si rivela attraverso il finestrino della Topolino, mentre si dirige all’Ospedale dei Bambini. La luce emanata dalla Riviera, la luce forte del mare, bruciava gli occhi e faceva piangere. Genovese per elezione, Maggiani sceglierà di raccontarla da adulto con una prosa pianissima, che riprende «l’estroso fanciullo» del montaliano «Epigramma». Una geografia d’affetti e luoghi minori, periferici, al confine tra sogno e realtà: Sampierdarena e le sue fabbriche, le acciaierie di Cornigliano, i carruggi stretti e piani, le crose in salita dal porto, il «mare – operaio». Non ci sono molti monumenti in questo libro, o almeno, non quelli che i genovesi, scontrosi e pudicamente generosi, mostrerebbero per primi a un visitatore ma piazze, vie, arterie e un’epica dei margini e di persone comuni elevate a eroi mitologici.

Mi sono perso a Genova, uscito per Feltrinelli nel 2007, è un prodotto editoriale ibrido e interessante. Non propriamente un romanzo, né una guida tradizionale; e nemmeno un libro fotografico, benché Maggiani sia anche un fotografo di notevole sensibilità. Centottanta immagini attraversano il volume dal centro storico alle alture, dalle stazioni ferroviarie alle fabbriche dismesse, compongono un «romanzo visivo» ancorato alla terra d’origine, in cui lo smarrimento, il perdersi del titolo, va di pari passo con il difetto congenito da correggere. Ci si perde per vedere meglio, suggerisce Maggiani: uno sguardo sentimentale, alterato e ravvicinato, per reggere una città grande, costruita tra mare e monti, che accumula e contiene «tutto e ogni cosa e non butta via niente». Maniman, non si sa mai.

La coabitazione e la parsimonia sono l’assillo del libro. Maggiani articola il materiale per blocchi tematici che costituiscono una piccola mappa concettuale della città, concentrandosi su frammenti e dettagli minimi per rivelare verità più grandi. La città delle stratificazioni e delle sovrapposizioni. La città del «passo» tra Levante e Ponente, tra porto e acciaieria, tra i due torrenti Bisagno e Polcevera. La città metafisica, delle luci e dei sipari. La città della Littorina, del Pendolino e del Caimano macinatore dell’Appennino, della casa in piazza sant’Anna. La «città della Sopraelevata» che corre sospesa sopra il Porto Antico, con lo sguardo ampio sui moli e sulla città vecchia.

L’ «abitatore della bellezza» compie un viaggio interiore e si serve della sua biografia di spezzino trapiantato, essendo nato a Castelnuovo Magra (SP), e trasforma la propria condizione di «residente vagante» in un metodo narrativo esplicito. L’attenzione si sposta alle relazioni affettive e d’affari, geografiche e culturali, al legame con la Genova sognata, la Genova dogale, la Genova degli orti e dei camalli. Genova che «continua ad essere un porto, un buon porto, e chi ci arriva non può che acquistare valore». L’autore è lo stesso de Il coraggio del pettirosso, romanzo che gli valse il Premio Viareggio e il Campiello nel 1995, de Il viaggiatore notturno, Premio Hemingway e Strega nel 2005. Riconoscimenti che lo collocano tra i narratori italiani più rilevanti del secondo Novecento e danno ulteriore peso letterario a un libro che potrebbe essere liquidato come una semplice guida illustrata.

L’irundologo in attesa del passaggio delle rondini nel deserto del Sahara stavolta si mette in viaggio per mettere a fuoco il proprio passato, alla stregua di un iridologo: nuovamente cantore di se stesso e del suo tempo. Un viaggiatore che procede per segmenti narrativi e prospettive sghembe inventate seguendo vicende dell’infanzia e fatti storici documentati. Un viaggiatore di traversate notturne, imbarcato a Cagliari in terza classe che, appoggiato al corrimano fradicio di guazza salata sulla passerella del ponte scialuppe della Tirrenia, aspetta l’alba. Quella prima volta da adulto Genova le appare «appena un’ombra d’increspatura, un’anomalia seghettata sulla linea del mare». «Un’ombra verticale, una fiancata di nave», lo era anche per Anna Maria Ortese. Un viaggiatore a piedi con le prospettive oblique di personaggi misteriosi in cerca di «pertugi di conforto».  Arnaldo, Aristo, Ettore, Mafalda, Rosella disseminano la città di ordine e leggiadria, di rose antiche e di scritte.  Storie laterali s’intrecciano alla trama principale del paesaggio urbano con una scrittura poetica che rifiuta la sintesi rassicurante del reportage turistico per abbracciare la complessità di un luogo mitico e leggendario, dall’aria burbera, che «non si può contenere in un solo sguardo». Lo sguardo del Giaguaro.

Maggiani sposta l’asse temporale alla città operaia e postindustriale del secondo dopoguerra, verso le acciaierie di Cornigliano, il vecchio Porto Franco, la centrale dell’Enel, il viadotto sul Polcevera, «progettato da chi sapeva che la pietà era già morta da un pezzo». L’odore dell’elettricità in corso Europa apre la porta ai sogni di Maggiani ai quali aggiunge, nel corso degli anni, qualcosa di nuovo: «grattacieli, tunnel, aerodotti, passaggi segreti». In questo percorso una dichiarazione di metodo: si narra meglio la città quando al ricordo personale s’inserisce la memoria orale dopo una lunga giornata di «fatica e patiri», la memoria di chi si è perso prima di orientarsi. Non nasconde le proprie origini contadine; anzi, mette la provenienza e l’economia lunigianese al centro del proprio metodo, trasformando il disorientamento infantile in un meccanismo narrativo maturo. Prima di raccontare la struggente bellezza del borgo marino di Santa Chiara dice come si guarda Genova. Dal Castelletto, ovvero «da quassù, da dove potrebbe sembrarti il Paradiso». La terrazza panoramica dell’elegante quartiere residenziale sulle alture di Genova si raggiunge con un ascensore in stile Art Nouveau, e offre una vista straordinaria sul centro storico e sul porto. Dall’alto puoi possederla e abbracciarla con la mente, gli occhi, il cuore e il corpo.  «Che Genova non è mai una cosa sola. Ma sempre due cose assieme, o tre, o quattro. Sempre in ogni suo luogo, circostanza e anima». Dalla terrazza di una cucina, su un piccolo pergolo cinto dall’odore di santoreggia, parte il viaggio di questo mese.

 

Poesia. Dino Campana, La Notte e Genova, in Canti Orfici, 1914.

 Sotto la torre orientale, ne le terrazze verdi ne la lavagna cinerea

Dilaga la piazza al mare che addensa le navi inesausto

Ride l’arcato palazzo rosso del portico grande:

Come le cateratte del Niagara

Canta, ride, svaria ferrea la sinfonia feconda urgente al mare:

Genova canta il tuo canto!

(Dino Campana, Canti Orfici)

 

Dino Campana è un vagabondo di Marradi, paese al confine tra la Toscana e la Romagna, che a Genova, per quanto si sappia da testimonianze documentarie, non ha mai avuto una casa, un indirizzo. Genova è una visione che compare all’interno dei suoi Canti Orfici (1914) e due componimenti la nominano esplicitamente: La Notte e, a chiudere l’intero volume, la poesia intitolata Genova, attraversata da un’allucinazione lucidissima. Pare che Campana sia passato per il porto ligure nel 1908, imbarcandosi per l’Argentina in uno dei tanti viaggi raminghi della sua gioventù.

Nato nel 1885, interrompe gli studi di chimica a Bologna dopo un primo ricovero psichiatrico a Imola già nel 1906. Un dettaglio che smentisce la vulgata secondo cui sarebbe stato l’amore a farlo impazzire: la fragilità psichica precede di un decennio l’avventura più nota della sua vita. Nell’autunno del 1913 porta a Firenze l’unica copia manoscritta delle proprie poesie, Il più lungo giorno, per consegnarla a Giovanni Papini e Ardengo Soffici, direttori della rivista «Lacerba». Soffici la smarrisce, e Campana, disperato ma lucido e determinato a correggere «alcune idiotaggini», la riscrive quasi interamente a memoria. Nasce così, stampato a proprie spese da un tipografo di Marradi nel giugno del 1914, Canti Orfici.

Nel 1916 incontra Sibilla Aleramo, l’errante. La relazione tormentata si consuma in meno di due anni, tra passione e crisi deliranti. Nel gennaio 1918 viene internato in maniera definitiva, prima al manicomio di San Salvi poi nel cronicario di Castel Pulci, dove morirà nel 1932 dopo quattordici anni di reclusione. In questi anni l’editore Vallecchi pubblica una seconda edizione dei Canti Orfici nel 1928. Per ironia della sorte la pubblicazione gli restituisce, seppure dietro le mura del manicomio, un riconoscimento che non avrebbe mai immaginato.

L’organizzazione strutturale e diegetica dei Canti Orfici riflette il modello della forma – sonata, bitematica (maschile e femminile) e tripartita (in esposizione-sviluppo-ripresa, con lo schema A-B-A’) e ricalca, mediante l’espressione musicale, il procedimento tricotomico della dialettica hegeliana, come evidenzia Leonardo Chiari in Appunti per un’analisi strutturale dei Canti Orfici.

 

Ma è sempre Genova il luogo privilegiato della partenza e del ritorno, e la seconda sezione tripartita (XVII-XIX) è come se riproducesse in micro-architetture più vaste: effettivamente, i CO terminano proprio con la lirica di Genova, come se dovessero ripartire virtualmente da capo (la sintesi è sempre nuovamente tesi) e precisamente dalla Faenza che schiude il libro, la Faenza archetipica dei «sogni dell’adolescenza». Molteplici, e inequivocabili, sono i nessi intertestuali fra la prosa che apre i CO, La Notte e la poesia che li conclude, Genova.

[…] Nel porto, reale e figurale, la lotta dei contrari massimali, come vita e morte, pace e guerra, viaggio e ritorno, luce e tenebra, si pacifica in unità. Il porto è la regione dello «stadio mistico», quel primo stadio dello spirito che in un unico atto di apprensione poetica intuisce, e sperimenta, l’unità dei contrari, e di tutte le cose. Ma sono quelle coppie di contrari, quelle forze manichee, multiformi e ambigue, quelle diadi inscindibili, proprio come partenza/ritorno, il vero cuore tematico dei CO.

 

I Canti Orfici sono il lascito poetico di Dino Campana e sono animati da sommovimenti gestaltici che segnalano un progetto legato a riti segreti, in una sorta di unità degli opposti ispirata dalle stesse tragedie della sua vita. L’indagine rigorosa tra fonti, forme e contesti, svela un artigiano della lingua che opera come un pittore sulla tela. I carruggi sono bui ma attraversati da una luce intensissima, il mare restituisce una sensazione di infinito che la notte, da oscura, si trasforma in stellata. Il poeta riconosce Amore identificata con la Chimera, presenza mitologica e ambigua, donna reale e proiezione simbolica che attraversa l’intero libro. Una nube vela una visione di grazia e scende verso la città. Il poeta osserva figure umane nella sera «ambigua e calda», una matrona siciliana dai grossi seni, erotica e materna; attraversa tutto il testo l’immagine di una fontana sotto una piccola cupola che getta acqua senza fretta, sormontata dal busto cieco di un «savio imperatore», Giano bifronte, il dio romano delle soglie e dei passaggi, capace di guardare contemporaneamente indietro e avanti. Una nota futurista e cupa chiude il testo: il «vomito silente» di una ciminiera industriale si addormenta nel silenzio del porto e il clima luminoso di una sera genovese resta sospesa tra visione e presagio.

Per Dino Campana è la storia dell’umanità intera, non più la storia del singolo, delle sue peregrinazioni e del suo tormento, ma palingenesi dell’anima.

 

Cinematografia. Aldo Rossi, dal Teatro del Mondo al Teatro Carlo Felice

 

Sostituire il cinema con un’installazione artistica e un’opera di architettura teatrale può sembrare una forzatura. La scelta più coerente possibile con lo spirito dei progetti genovesi di Aldo Rossi, architetto milanese che a Venezia ha costruito gran parte della sua vita come professore e direttore della Biennale di Architettura. Un’intera carriera costruita attorno all’idea che l’architettura sia una messa in scena della memoria collettiva. Presentando il proprio lavoro sul Teatro Carlo Felice, Rossi ha scritto che l’interno di un teatro «separa il mondo della realtà da quello della finzione», una frase che potrebbe valere come definizione stessa del cinema.

Nel 1980, per la Biennale Teatro di Venezia, Rossi progetta e costruisce il Teatro del Mondo: una struttura lignea temporanea, ottagonale, sormontata da un tetto conico, montata su una chiatta e ormeggiata nel bacino di San Marco. Un oggetto che sembra uscito da un’incisione settecentesca; evoca i teatri d’acqua che punteggiavano le feste della Serenissima ma al tempo stesso contemporaneo nella sua natura effimera. Costruito per durare pochi mesi, viene smontato al termine della Biennale e trainato via mare fino a Dubrovnik, in Croazia. Un teatro che galleggia, che non ha fondamenta, appartiene contemporaneamente a Venezia e a nessun luogo: l’architettura come nave, la scena come vascello pronto a salpare. Nel 2004 fu ricostruito a Genova in occasione della designazione della città come capitale europea della cultura e smontato l’anno successivo.

Pochi anni dopo, tra il 1983 e il 1989, Rossi affronta un compito diametralmente opposto. Non più un teatro effimero destinato a navigare, ma un teatro distrutto da ricostruire in grado di restare. Il Teatro Carlo Felice, inaugurato il 7 aprile 1828 su progetto di Carlo Barabino, danneggiato dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale (è utile ricordare che Genova è stata la prima grande città europea a liberarsi autonomamente dall’occupazione nazifascista prima che arrivassero le truppe alleate) attende la propria ricostruzione per oltre quarant’anni, tra concorsi falliti, il progetto interrotto nel 1978 per la morte improvvisa dell’architetto veneziano Carlo Scarpa, e complicati disguidi politici e burocratici. È, infine, la ditta Mario Valle s.p.a. di Arenzano, con il progetto degli architetti Aldo Rossi, Ignazio Gardella, Fabio Reinhart ad aggiudicarsi l’incarico nel 1984, avviando i lavori nel 1987 e inaugurando il teatro quasi totalmente riedificato il 18 ottobre 1991. Un risultato che varrà a Rossi il Premio Pritzker, primo italiano a ricevere il più alto riconoscimento internazionale in architettura, l’anno prima del completamento del teatro dedicato a Carlo Felice di Savoia.

Il progetto genovese recupera con cura filologica ciò che restava dell’edificio ottocentesco, il pronao dorico e del portico in pietra di promontorio, decorato con i bassorilievi originali, e propone la ricostruzione, quasi letterale, del volume esterno prospiciente la piazza, mentre ipotizza un’immensa torre, circa il doppio del volume barabiniano, nel lato posteriore, un elemento del tutto nuovo e inequivocabilmente rossiano. Una torre scenica alta sessantatré metri, sormontata da una cuspide a vetrata che in alcune occasioni viene illuminata dall’interno. Rossi, nei testi raccolti dalla fondazione che porta il suo nome, spiega la logica di questo elemento dalla straordinaria potenza visiva. «La torre – faro», scrive, «attraversando i piani dei foyer portava la luce del cielo all’interno del teatro, e la luce interna, l’intimità del teatro nella notte genovese». Una torre – faro che funziona in entrambe le direzioni; fa scendere la luce diurna nelle viscere dell’edificio e fa salire, di sera, la luce artificiale del teatro fino a renderlo visibile dal porto e dai vicoli che scendono a picco sul mare.

In questo doppio movimento verticale della piramide c’è un cono portante la luce, una sintesi perfetta delle due opere rossiane. Il Teatro del Mondo che galleggia, leggero, temporaneo, capace di partire per mare come una nave, e il Teatro Carlo Felice che affonda le proprie radici nel punto esatto in cui sorgeva l’edificio distrutto dalle bombe, rifiutando ogni delocalizzazione simbolica, ma che proprio attraverso la sua torre luminosa recupera qualcosa della leggerezza e della mobilità dell’altro progetto. Per anni Rossi ha lavorato sull’idea del faro come figura architettonica ricorrente nella propria teoria già formulata quasi vent’anni prima nel suo libro più influente, L’architettura della città (1966), testo fondativo del cosiddetto neorazionalismo italiano. Gli edifici urbani funzionano come depositi di memoria collettiva, «locus» capaci di conservare, attraverso tipologie ricorrenti come la torre, il faro, la colonna, un’identità che sopravvive alla distruzione fisica del singolo manufatto. Rossi unisce verticalità, luce e orientamento per chi si muove in mare; tre elementi che a Genova, città – porto per eccellenza, assumono un significato che va ben oltre la metafora.

Lo sguardo altro di Aldo Rossi, chiamato a intervenire direttamente sul tessuto urbano genovese, alla stregua dello sguardo cinematografico di un regista straniero che osserva Genova dall’esterno, non ha lo l’attenzione di chi la filma da turista o da ospite temporaneo. Nel caso del Teatro del Mondo è un’alterità che si fa progetto e lascia un segno permanente nel cuore della città, pur restando, nella sua genesi teorica, profondamente legata a un’opera nata a Venezia, come struttura mobile ed effimera. Il Carlo Felice, con la torre – faro tuttora visibile da Piazza De Ferrari, è un’estensione del Teatro del Mondo che ha deciso di gettare l’ancora, ma senza dimenticare come si fa a navigare.

 

Musica. Paolo Conte, Genova per noi, 1975

 

Prima di essere una canzone su Genova, Genova per noi è una canzone sulla paura di Genova. Paolo Conte, avvocato di formazione ancor prima di musicista, non è genovese: è nato e cresciuto ad Asti, in pianura, in una famiglia dove si respiravano vino e tartufi. La canzone nasce da un viaggio sotto la pioggia lungo la statale che collega l’entroterra piemontese al capoluogo ligure. Un tragitto che Conte compie più volte nella propria vita e che diventa il pretesto per una riflessione sull’alterità.

Pubblicata per la prima volta nel 1975 dalla voce di Bruno Lauzi, uscito per l’etichetta Numero Uno, prima che lo stesso Conte, che all’epoca era autore per altri interpreti, decidesse di inciderla in prima persona nel secondo LP omonimo, Paolo Conte, pubblicato per la RCA. Genova per noi costruisce la propria forza sullo scarto tra chi guarda e chi è guardato. Il soggetto lirico è sempre un «noi» che si avvicina alla salsedine della città con un misto di soggezione e attrazione che il testo restituisce attraverso immagini sensoriali forti. Annusarla con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così, con la circospezione di un animale randagio, quasi temendo di venire inghiottiti da un mare scuro e quel desiderio selvatico che si muove anche di notte sa di perdizione o deriva.

Nel testo affiora la macaia, che strizza l’occhio al repertorio lessicale zeneise. L’umore si carica di quel senso di stordimento, di noia e torpore tipico dei giorni grigi, con nuvole basse e un caldo pesante da togliere le forze. La macàia, foschia calda e umida carica di salsedine, è un fenomeno meteorologico che grava spesso sulla costa ligure. Ricorda il genovese schietto, che ride ræo, strenze i denti e parla ciæo, e il classico mugugno ligure. Le metafore poetiche restituiscono il dettaglio climatico colto ma anche un modo di essere e uno stato dello spirito che s’abbandona alla tristesse come alla tendresse. Scimmia di luce e di follia foschia, pesci, Africa, sonno, nausea, fantasia. Il sole che è un lampo giallo al parabrise.

Musicalmente la canzone è un incrocio tra suggestioni jazz e chanson française, cifra stilistica che accompagnerà il cantautore per tutta la sua carriera e che in Genova per noi trova una delle sue più compiute realizzazioni. L’accompagnamento pianistico procede per tocchi impressionisti e fa risaltare il testo. La canzone è stata ripresa nel tempo da interpreti di eterogenea provenienza: si ricorda la voce limpida di Antonella Ruggiero, la «ragazza di Pegli», quella scapigliata di Enzo Jannacci e quella del brasiliano Chico Buarque, che ne firma una versione in portoghese. Segno che il tema dell’eterogeneità di una città-soglia che affascina e respinge attraversa confini linguistici e culturali con una facilità sconcertante.

Il finale, letto attraverso il tema dell’adozione nel guardare Genova, appare profetico. Conte chiede di tornare alla propria pianura, ai propri temporali, dove i giorni sono tutti uguali. Un desiderio di ritorno che conferma la forza destabilizzante e profonda della nebbia. Di colpo, la campagna piemontese sembra l’unico rifugio possibile da un sogno in cui ci si può perdere e non tornare più. È l’idea più onesta che si possa scrivere su una città che minaccia di essere unica del suo genere, forse l’ultima. Non c’è l’innamoramento senza riserve dei cantautori della scuola genovese, né un rifiuto superbo, ma una zona grigio azzurra sospesa tra fascinazione e terrore, in cui un visitatore si trova a muoversi quando incontra per la prima volta Genova.

Rata, ta, rata, ta…

 

Profumeria. L’Acqua di Genova, Stefano Frecceri, 1853

 

Il profumo di Genova è stato narrato, prima ancora d’esser distillato, da scrittori che hanno abitato e adorato la città ligure. Charles Dickens vi soggiorna due volte, nel 1844 e nel 1853, e la racconta in Impressioni d’Italia. Una visione febbrile, un coacervo di suoni, colori e odori che lo proiettano in un mondo alieno di palazzi maestosi a un passo dai banchi dei «besagnini», i fruttivendoli ambulanti, e degli «acquaioli», i venditori d’acqua fresca. Dickens, che abita ad Albaro alla «Pink Jail», villa decadente dalle sembianze di una prigione rosa, si lascia conquistare gradualmente dalla città ligure che cresce dentro chi la abita giorno dopo giorno. Alle pagine del viaggiatore inglese è dedicato uno studio critico, curato da Francesca Albini per Sagep nel 1995, sui colori, sapori e odori della città. Prima di Dickens, a metà Ottocento, anche Balzac era rimasto colpito dalla città e dalle sue donne. L’aria spessa e salmastra dei vecchi moli, carica degli odori del porto, sarebbe stata ripresa da Fabrizio De André, nella celebre Crêuza de mä: un’eco popolare che canta in zeneise l’immaginario che diverse anime straniere avevano colto secoli prima.

Senza scordare lo sguardo sinestetico del filosofo che a Genova trova un antidoto al freddo spirito del Nord Europa e una speranza alla sua sete d’infinito: Friedrich Nietzsche. «La più mediterranea delle città nordiche» gli offre uno dei panorami sensoriali più intensi mai trasferiti su una pagina di filosofia. Tra il 1881 e il 1882, in soggiorni ripetuti che occupano gran parte dei mesi invernali, Nietzsche, che viveva in condizioni di salute precarissima, con un fisico sull’orlo del collasso, emicranie devastanti e problemi alla vista, è costretto a dare le dimissioni dalla cattedra di filologia classica all’Università di Basilea e trova sollievo nella città ligure, in compagnia del suo «incomparabile» amico Paul Rée. Nel dicembre 1881, inizia la stesura de La gaia scienza e vive, nel gennaio 1882, «il più soave mese» della propria esistenza a Genova, al punto da intitolare l’intero quarto libro del Sanctus Januarius in memoria di quei giorni. Il «molle fiato marino» del gennaio genovese è la condizione atmosferica ideale a «rattemperare i suoi spiriti». In questo clima di serenità matura l’amor fati, uno dei concetti più celebri e vitalistici della filosofia nietzschiana. Un pensiero che nasce, letteralmente, respirando l’aria.

Un testo straordinario restituisce l’odore della città attraverso la botanica spontanea. Piante di strada. Erbario di Genova tra muri, crêuze e marciapiedi, di Mariasole e Mario Calbi (Tuss Edizioni, collana Ligurine, 2021, con prefazione di Giuliano Doria, direttore del Museo civico di Storia Naturale “G. Doria), è un erbario illustrato dedicato alle «erbacce» che crescono nelle crepe dell’asfalto, tra i muretti a secco, ai bordi delle crêuze.  Mario Calbi le disegna, Mariasole ne raccoglie storia, leggende e usi: la bardana selvatica del Righi, che ricorda per parentela botanica la pianta all’origine dell’invenzione del velcro; il trachelio ceruleo che colonizza la scalinata davanti all’Albergo dei Poveri; la campanula napoletana fuggita da un vaso privato per comparire rigogliosa sul muraglione di fronte al Pronto Soccorso di corso Europa. Piante che la città ha adottato, lasciandole crescere dove il cemento concede loro uno spiraglio.

Molte di queste stesse erbacce compongono il prebugiùn, o preboggion, a seconda del dialetto, misto di erbe spontanee alla base della torta pasqualina e dei pansoti della cucina genovese. Sul nome esistono due spiegazioni concorrenti: la prima fa derivare il termine dal verbo ligure preboggî, in quanto scottate prima d’essere condite o usate come ripieno; la seconda racconta che la specialità viene coniata pro Buglionis, per Goffredo di Buglione, il condottiero della prima crociata che, ammalatosi durante l’assedio di Gerusalemme, sarebbe stato curato da una minestra di erbe selvatiche raccolte dai genovesi. Il prebugiùn compare già in un atto della Rota Criminale della Repubblica di Genova del 1628, e la sua festa, il 2 agosto, giorno di Sant’Eusebio a Sestri Ponente, conserva memoria della carestia del 1800, quando il blocco navale imposto alla città costrinse il governo cittadino a distribuire alla popolazione affamata minestre di erbe spontanee. Un piatto povero diventato nel tempo l’anima verde della cucina locale.

Esiste persino un flacone che conserva l’acqua di Genova. Nel 1853 il distillatore e profumiere genovese Stefano Frecceri, che aveva una bottega nella Strada Nuovissima, oggi via Cairoli, compose una colonia agrumata e cipriata a cui diede il nome di Acqua di Genova. Ne fece uso re Vittorio Emanuele II, che lo nominò distillatore di Sua Maestà; se ne profumavano Camillo Cavour e il suo uomo di fiducia Costantino Nigra; e se ne cospargeva, prima di ogni incontro con l’amante Napoleone III, la Contessa di Castiglione Virginia Oldoini, inviata da Cavour alla corte di Francia con l’incarico di garantirsi l’appoggio francese alla causa dell’unità italiana. Un profumo diventato strumento diplomatico del Risorgimento. Dal 1866 lo stemma sabaudo corona ufficialmente le creazioni di Frecceri, che nel frattempo sposta la distillazione a Sant’Ilario, nel Levante genovese, lavorando direttamente i fiori e le piante della costa. La fragranza colleziona ventiquattro medaglie d’oro nelle esposizioni internazionali tra il 1855 e il 1898. La piramide olfattiva si apre con le note di limone, bergamotto, arancia, neroli, scende verso un cuore floreale di assoluta di rosa bulgara, lavanda, rosmarino, gelsomino e fiori d’arancio, fino a un fondo di musk, patchouli, ambra e sandalo.

Riparto da Genova e porto con me una sequenza di sguardi, voci e profumi di velieri, di formaggio, caffè, cacao tostato, farinata, pesce fritto: il fondo muschiato della fragranza dal gusto ottocentesco mi fa compagnia. Mi chiedo in quale altra regione esistano così tante sfumature di verde, o se Genova, «mia città intera», per dirla con Caproni, sia semplicemente un luogo che non smette mai di offrire mille sfumature a chi ha la pazienza di cercarle.

 




Note bibliografiche su Maurizio Maggiani per la sezione Narrativa

Maggiani, Maurizio. Mi sono perso a Genova. Una guida. Milano: Feltrinelli, 2007 (Collana Varia; 91 p.; ISBN 978-88-0749061-3). Ristampato nella collana Universale Economica.

Maggiani, Maurizio. Il coraggio del pettirosso. Milano: Feltrinelli, 1995 (Premio Viareggio, Premio Campiello).

Maggiani, Maurizio. Il viaggiatore notturno. Milano: Feltrinelli, 2005 (Premio Strega, Premio Hemingway, Premio Parco della Maiella).

Fondazione Palazzo Ducale per la Cultura, scheda della mostra Maurizio Maggiani. Mi sono perso a Genova, Loggia degli Abati, 2007; consultata su palazzoducale.genova.it.

Poesia: Dino Campana

Campana, Dino. Canti Orfici. Marradi: tipografia Ravagli, 1914 (edizione originale, stampata a spese dell’autore; testo composito di prosa e versi in quattro sezioni: La Notte, Notturni, La Verna, Varie e frammenti).

Campana, Dino. Canti Orfici. A cura di Fiorenza Ceragioli. Firenze: Sansoni, 1985; poi Milano: BUR-Biblioteca Universale Rizzoli, 1989.

Campana, Dino; Sibilla Aleramo, Un viaggio chiamato amore. Feltrinelli, 2015

Campana, Dino. Genova, in Canti orfici. https://it.wikisource.org/wiki/Canti_Orfici/Genova.

Cudini, Piero. «Un’idea di Campana. Percorsi e forme de “La Notte”», in Materiali per Dino Campana, a cura di Piero Cudini. Lucca: Maria Pacini Fazzi, 1986, pp. 63-107.

Chiari, Leonardo. «Appunti per un’analisi strutturale dei Canti Orfici», Centro Studi Campaniani. https://www.campanadino.it/index.php/affondi/309-appunti-per-un-analisi-strutturale-dei-canti-orfici

Onofrio, Marco. Dentro il cielo stellare. La poesia orfica di Dino Campana.  marconofrioscrittore.wordpress.com, «Dino Campana, “Genova”: una lettura critica», 25 novembre 2018; L’Ombra delle Parole, lombradelleparole.wordpress.com, 23 gennaio 2016.

Minima et Moralia, «Dino Campana: un genio da manicomio», minimaetmoralia.it, 2022.

ANSA, «Nuova luce sul manoscritto di Campana “perduto” da Papini e Soffici», ansa.it, 30.07 2026.

Cinematografia: Aldo Rossi

Rossi, Aldo. L’architettura della città. Padova: Marsilio, 1966 (prima edizione).

Fondazione Aldo Rossi, Teatro Carlo Felice e Teatro del Mondo, su fondazionealdorossi.org

Musica: Paolo Conte

Conte, Paolo. Genova per noi in Paolo Conte [secondo album omonimo]. Roma: RCA Italiana, 1975.

Lauzi, Bruno. Genova per noi / Vicoli [singolo 45 giri]. Roma: RCA, 1975.

CulturaIdentità, rubrica «Musica mia», «Genova per noi: la nostalgia del mare di un piemontese», culturaidentita.it

Profumeria: Acqua di Genova

Acqua di Genova. Civico20, «Profumo di Risorgimento oltre il tempo ed oltre la Storia: l’Acqua di Genova», civico20-news.it, 18 ottobre 2024. https://civico20-news.it/curiosita/profumo-di-risorgimento-oltre-il-tempo-ed-oltre-la-storia-lacqua-di-genova/18/10/2024/

Acqua di Genova. https://www.intercosmawest.it/it/prodotti/acqua-di-genova/linea-1853.html

Albini, Francesca (a cura di). Charles Dickens, Genova e dintorni: colori sapori e odori nelle pagine di un viaggiatore inglese. Genova: Sagep, 1995.

Calbi, Mario; Calbi, Mariasole. Piante di strada. Erbario di Genova tra muri, crêuze e marciapiedi. Prefazione di Giuliano Doria. Genova: Tuss Edizioni, collana Ligurine, 2021.

Dickens, Charles. Pictures from Italy, London: Bradbury & Evans, 1846.

Nietzsche, Friedrich. La gaia scienza e Idilli di Messina. Trad. it. di Ferruccio Masini, a cura di Giorgio Colli e Mazzino Montinari. Milano: Adelphi, 1977 (Piccola Biblioteca Adelphi, 54; ISBN 978-88-459-0332-8). 


 

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