UMAMI, DHARMA E BARBABIETOLE - Pietro Edoardo Mallegni - Caro Giobbe non c’è nessun Dio. 2 su 3, è colpa nostra
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| Pietro Edoardo Mallegni |
Joseph Roth?! A
settembre? Proprio mentre l'italianità arranca a fatica nel trauma da rientro
tra sveglie, caselle mail esplose e la disperata elaborazione del lutto per le
ferie concluse! Un po’ come… come? Come lanciare una granata a frammentazione
nel mezzo di un gruppo di sostegno per depressi: è scortese, è palesemente
privo di tatto, ma è esattamente l'atto di “metaforico teppismo” di cui sento
il bisogno per sopravvivere alla routine. Dai, su, anche voi avete cercato di
attutire l'impatto con settembre aggrappandovi a saggistica motivazionale da
autogrill o a romanzetti pastello dai titoli rassicuranti che promettono “la
felicità in tre bonifici”, ma parliamoci chiaro: l'unica vera terapia
d'urto per piallare la patetica autocommiserazione da rientro consiste nel
cortocircuitare il sistema. Invece di cedere alla tossica positività
d'ordinanza con cui cerchiamo di indorare la pillola del ritorno in ufficio,
vale la pena affogare le nostre nevrosi nel totale, metodico e spietato
disastro esistenziale di Mendel Singer nel Giobbe di Roth: una storia
che prende la tragedia umana, la spoglia di ogni retorica da biscotto della
fortuna e ce la serve su un piatto d'argento, ricordandoci che l'universo sa
essere una macchina trita-nervi di rara precisione, ma anche che la tentazione
di mandare tutto al diavolo e diventare cinici è una trappola fin troppo
comoda, specialmente quando la realtà sta solo aspettando che ci dichiariamo
definitivamente sconfitti per servirci la contromossa più sfacciata e
imprevedibile di tutte.
Viviamo incastrati tra algoritmi che
pretendono di spiegarci come vivere, una precarietà esistenziale elevata a
sistema e la perenne sensazione di essere capitati nel posto sbagliato al
momento sbagliato. Se credete che questa inclinazione del destino a frantumare
ogni nostra residua certezza sia una nuova ricetta del ventunesimo secolo direi
che è il caso di aprire o riaprire il Giobbe dove Joseph Roth
prende un devoto maestro di religione di provincia, Mendel Singer e lo scaglia
senza troppi complimenti nell’ingranaggio tritacarne della storia. Il dramma si
sviluppa tra le mura soffocanti di una casa dove le relazioni familiari sono un
cantiere permanente di incomprensioni e risentimenti. La moglie Deborah,
indurita da una povertà che devasta lo spirito ancora prima del corpo; i figli
che incarnano, ciascuno a suo modo, la delusione delle aspettative genitoriali:
(che poi potremmo un attimo argomentare sul concetto che “i figli non sono
piante di pomodori”, ai quali dare concimi e acqua in funzione di un futuro
raccolto, ma forse sarebbe troppo, magari più avanti) Jonas, il gigante che
preferisce la rozzezza della vita militare alla pietà paterna; Schemarjah, il
furbastro pragmatico che intuisce prima degli altri la fine del vecchio mondo e
fugge in America; Mirjam, la figlia la cui ricerca di libertà e sensualità
viene bollata come scandalosa dalla morale chiusa dello shtetl. Ma il
vero corto circuito esistenziale della famiglia è la nascita dell'ultimo
figlio, Menuchim: affetto da una grave disabilità, deforme e muto, il bambino
viene percepito fin da subito non come una creatura da comprendere, bensì come
un macigno inaccettabile, un castigo divino, un peso morto che incrina
l'illusione di una rispettabilità familiare.
È proprio qui che emerge la profonda,
tragicomica "miopia" del nostro protagonista. Quando la storia bussa
alla porta offrendo la via di fuga dell'emigrazione verso New York, inseguendo
la promessa di prosperità, Mendel compie la scelta del calcolo opportunistico,
spinto dalla fretta di salvare la reputazione di Mirjam, decide di abbandonarsi
alla soluzione più comoda: lasciare indietro il piccolo Menuchim. Incurante
delle profezie che lo invitavano a non separarsi dall'ultimo nato, Mendel sacrifica
ciò che gli sembra fragile, improduttivo e irrecuperabile in nome di
un'illusoria salvezza oltreoceano. Digressione: una metaforica meravigliosa
anticipazione dell’adesso, scegliere la via facile anziché l’impegno costante
e, così, sradicarsi del senso di pienezza che deriva dall’aver costruito
qualcosa anziché averla abbandonata. A voi l’arduo compito su quale aspetto
della vostra vita “passare la carta da lucido” e vedere che i confini di Mendel
sono gli stessi che vi siete disegnati addosso.
La nemesi, tuttavia, non tarda a
presentarsi: il “Nuovo Mondo” si trasforma in una discesa agli inferi che
spoglia Mendel di ogni coordinata. L'America non è la terra promessa, ma una
gigantesca centrifuga indifferente dove la tragedia precipita a ritmo di
battaglione: lo scoppio della Prima guerra mondiale divora Jonas, disperso nei
fanghi d'Europa; Schemarjah, cade sotto la bandiera americana; Deborah,
stroncata dal dolore per la perdita dei figli; Mirjam devastata dalla follia.
Ridotto a un'ombra che vaga tra i mattoni rossi di New York, Mendel tocca il
fondo dell'abisso: si spoglia di tutto, esasperato, brucia gli oggetti sacri,
maledice quel Dio che credeva amico e decide di abbracciare la rabbia e il
cinismo assoluto. Ma è esattamente nell'istante in cui Mendel dichiara la resa
definitiva, convinto che il mondo sia soltanto un brutto scherzo e che non ci
sia più nulla da salvare, che Roth, ribalta il corso della lettura con un
finale che ha il sapore sfrontato della fiaba. La salvezza riemerge sotto forma
di una melodia inattesa: un celebre compositore giunto dall'Europa porta con sé
un brano intitolato La canzone di Menuchim. Quel bambino abbandonato e
giudicato senza speranza non solo è guarito, ma è diventato un genio della
musica, ed è l'unico rimasto capace di tornare per riabbracciare il padre,
restituendogli la vita.
Al netto di ogni rielaborazione biblica e
di qualsiasi consolatoria velleità teologica, la verità più spietata che questo
testo ci rovescia addosso è che non c'è alcun Dio nell'alto dei cieli intento a
tessere la trama delle nostre sventure, né tantomeno un destino sadico accanito
ad personam: la realtà è che siamo quasi sempre noi, con la nostra miopia e la
fretta cieca, a posare un mattone dopo l'altro per costruirci da soli l'inferno
perfetto in cui finiamo per soffocare. Il miracolo moderno di Roth, privo di
pietismi e intriso di una geniale sfacciataggine, risiede proprio in questa
folgorante rivelazione: siamo incapaci di vedere che la redenzione non arriva
mai da dove ce l'aspettiamo, ma si nasconde proprio tra le pieghe di ciò che
avevamo giudicato come spacciato. La vita possiede una riserva di sorpresa e di
ironia infinitamente più vasta del nostro pessimismo. Quindi, ora, tutti
insieme e chi ne ha voglia si alzi pure in piedi “Maledire il cielo non serve a
nulla. Inveire contro un Dio inesistente è solo un ridicolo alibi. Bruciare le
proprie certezze è solo un esercizio catartico.” Oppure continuiamo a
crogiolarci nel nostro personalissimo martirio, la realtà smentirà ogni nostra
previsione, facendo bussare alla porta, esattamente, quello che avevamo
frettolosamente bollato come fallimento. E, a quel punto, saremo costretti a
chiedere scusa.
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