RONDINI - Melania Valenti su SOTTOZERO di Elena Mearini
![]() |
Elena Mearini, Sottozero, Marco Saya, 2025
Poesia da me sempre
seguita e letta con interesse, quella di Elena Mearini, che anche in
questa silloge, edita da Marco Saya Edizioni nel 2025, con prefazione di Antonio
Bux, presenta un tratto deciso e senza eccessi, in un universo familiare eppure
universale.
Ciò che ha
sempre attirato il mio gusto (perché non ho timore di affermare che anche chi
si appresta a portare su carta le proprie impressioni di lettura, ha un proprio
gusto), ciò che ha sempre attirato il mio gusto, si diceva, è la compattezza,
la densità di una scrittura che colpisce sin dal primo verso e che riesce con
maestria a trasmettere suggestioni variegate.
La silloge
inizia, e poi continua, con cospicui riferimenti alle parti del corpo:
Possiamo noi
ululare al
deserto degli occhi
come lupi
che implorano
un’iride
parlante
possiamo noi
sfinire le voci
nel verso
di bestia che attende
il miraggio
di uno sguardo
ombra d’uomo
tra le palpebre
come la poesia in
alto, che apre l’opera, della quale i lemmi evidenziati conducono subito il
lettore di fronte all’importanza dei verbi di senso, del vedere e del sentire,
degli occhi e della voce, che poi sottolineeranno tanti passaggi a seguire:
Ti guardavo
passare/da una stanza all’altra,
oppure
dove sono le
pietre/ di parole e quella voce,
o anche
e parole di
marmo/ mentre tu mi abbattevi la croce.
Tra ossimori di senso e similitudini allegoriche: Cadevi dal tempo/uguale al cielo, la poetessa si muove in un ambito che maneggia sapientemente, in modo affatto naturale e senza sbavature, mostrando una poesia sincera, senza eccessi, senza inutili abbellimenti, in una forma già matura e compiuta in sé.
Mearini scrive
di profezie, di destini, di croci, di preghiere, con un incedere simile al dialogo con un “tu” indefinito, un “tu” madre e padre, un “tu” che riporta
sulla pagina la memoria di esistenze familiari, il racconto di una vita reso azione,
non solo parola.
L’autrice
sceglie la totale assenza di punteggiatura, proprio a consegnare
definitiva importanza ad ogni distico, ad ogni verso, in una perfetta unione
tra significato e significante:
Mettimi
nel nido
dove il buio
si stringe
al buio
e la luce fa
calore
anche da
spenta
La memoria del
passato familiare sboccia in liriche che invocano, che guardano i propri cari
disfarsi:
[…] Vivevi
tra la cera e il marmo
in attesa di
cambiare forma
che narrano di
scomparse:
[…] perché
si dice che i muri
reggano bene
il vento
delle scomparse.
L’ambiente è
conosciuto, anch’esso familiare, domestico, pur immerso non di rado in una
natura amica, tra alberi frondosi e un mare che avvolge:
[…] il tuo
volto il tuo occhio
deserto
sarà mare
che tra gli scogli
mi culla
Ma accanto alla
memoria familiare, resa così essenziale con la sua poesia della sottrazione, la poetessa milanese giunge sul finale a
chiedere soccorso alla parola, così scarnificata, così tanto depurata da farle
scrivere:
Sarà pietra la parola
che tace
bianca
Perché in fin
dei conti
È ora che i
ricordi
escano di
casa
dobbiamo
fare
spazio
fare posto
a queste
stelle
così stanche
di non
morire mai


Commenti
Posta un commento