POESIA E ALTRE FORME - Massimo Maggiore - Il tempo ritrovato in estate tra viaggi e arte (parte prima)
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| Massimo Maggiore |
Se dovessero
chiedermi “cosa è il tempo libero?”, risponderei che il tempo è libero quando
si restituisce a se stesso. Non (più) unità di misura di eventi o estensione
che si debba riempire con effetti tangibili (che possono andare dal fare la
spesa a lavorare), ma spazio per stare con se stessi. Nel tempo libero faccio cose e vedo gente (cit.), leggo, passeggio senza meta, ma come
accadimenti che trovano in se stessi movente e soddisfazione: non strumenti per
ottenere qualcos’altro, ma evenienze pure. Per questo ad esempio spesso penso
che il vero “tempo libero” dovrebbe essere dedicato a far nulla, a liberare la
mente dal mondo, per poi farvelo rientrare come fosse nuovo quando il tempo riprende
ad essere una funzione.
Sul crinale
tra un tempo produttivo e un tempo libero, fine a se stesso, si collocano i
miei viaggi estivi. Diventano, quindi, fattori di conoscenza, non solo perché
visito luoghi diversi da quelli della mia dimora milanese (spesso mai visitati
prima), ma perché mi danno sempre occasione di scoperte artistiche nuove.
Quest’estate
appena trascorsa è stata per me foriera di incontri artistici particolarmente
arricchenti. In questo contributo parlerò del primo di questi incontri estivi,
in Italia, mentre dedicherò il successivo contributo agli incontri con l’arte
avvenuti in occasione del mio viaggio in Cina. Dunque, la prima di queste
esperienze è stato l’incontro con Mark Rothko a Firenze, di cui a Palazzo
Strozzi fino al 23 agosto scorso è stata ospitata una sua personale
interessante, ampia e rappresentativa del suo percorso artistico. Rothko è
senza dubbio tra i pittori più influenti dell’arte contemporanea, esponente
dell’espressionismo astratto nato e sviluppatosi negli Stati Uniti dagli anni
‘40 del secolo scorso.
Non parlerò qui
dei suoi notissimi quadri della fase artistica matura, fatti di campiture di
colore, spesso sfumanti l’una, nell’altra, di variabile nitore. Colori la cui
combinazione è il riflesso di uno stato d’animo, il mezzo espressivo di una
introspezione psicologica realizzata attraverso un dialogo tra colori, mai
scelti a caso.
Sono anni, da
appassionato d’arte, che mi chiedo se Rothko mi piaccia veramente. Quel che è
certo è che non mi ha mai lasciato indifferente. Tanto meno da quando scoprii
la composizione musicale che Morton Feldman dedicò alla Rothko Chapel (una cappella
laica realizzata essa stessa come opera d'arte moderna a Houston in Texas e che
alle sue pareti espone 14 dipinti neri, con sfumature, realizzati da Rothko) e
che ascoltandola ti conduce nelle profondità insondabili dell’io. Proprio
quello che lo stesso Rothko intende fare con la sua giustapposizione di colori
dal sapore fortemente metafisico.
La mia
relazione con Rothko ha preso una piega inaspettata quando, alla libreria di
Palazzo Strozzi, finita la visita alla mostra, ho visto e subito comprato una
copia del suo libro “The Artist’s Reality Philosophies of Art”: una serie di
brevi saggi, in cui Rothko scrive di varie questioni attinenti al processo
artistico in ogni sua forma e manifestazione, consentendoci di comprendere
meglio i riferimenti intellettuali da cui la sua opera è scaturita.
Questo testo è
stata un’epifania, perché consente al lettore di entrare nella testa di Rothko,
nei gangli del suo universo intellettuale. A me interessa in generale molto
l’artista che esprime il pensiero che la sostiene. Le riflessioni di Rothko
pongono temi comuni a qualsiasi forma d’arte. Anche se le sue riflessioni sono
esplicitamente riferite alla pittura, credo sia facile per chi legga i suoi
testi sostituire il concetto di pittura con quello di poesia in particolare,
per trovare che il senso rimane intatto.
Di seguito
riporterò testualmente brani tratti da alcuni dei 21 saggi che compongono il
volume (traduzioni mie dall’inglese). Il primo è tratto dal saggio “L’arte
come una funzione biologica naturale”:
“Perché
dipingere, dopotutto? È una domanda che vale certamente la pena rivolgere a
tutte quelle migliaia di persone che, nelle grotte o nelle soffitte di Parigi e
New York, nelle tombe d’Egitto o nei monasteri d’Oriente, hanno ricoperto nel
corso dei secoli milioni di metri di superficie con i panorami delle loro
immaginazioni. Le speranze di immortalità e di ricompensa, oserei dire,
potrebbero essere addotte come loro motivazione. Eppure l’immortalità è
concessa con estrema avarizia, e sappiamo che in molte epoche i dispensatori
dell’immortalità ufficiale hanno deliberatamente negato i loro doni agli
artefici di immagini. Né un uomo d’affari ammetterebbe che le possibilità di
guadagno valgano mai un rischio simile…”
Quindi Rothko,
dopo un breve excursus che spiega come l’aspirazione alla “immortalità” sia
illusoria, anche se rapportata a coloro che furono grandi artisti nelle epoche
passate, propone una conclusione acuta e a mio parere bellissima:
“Eppure
l’idea dell’immortalità non può essere del tutto accantonata. Esiste un
diverso tipo di immortalità, quello che l’uomo ha istintivamente perpetuato
per tutta la propria esistenza …. È il concetto di immortalità biologica,
che implica il processo della procreazione, l’estensione di sé nel mondo dell’ambiente
percepibile, proprio come Shakespeare esprime nei suoi sonetti [non a
caso qui emerge la similitudine con l’afflato di un poeta – nota mia]. Ciò
mette in relazione il processo artistico con ogni altro processo essenziale: un
processo biologico e inevitabile”.
Dunque l’arte
come estensione “fisica”, vitale e inevitabile del sé oltre il sé. Questa
estensione, come ogni processo biologico che mira alla moltiplicazione
(procreazione) del sé, avviene e trova soddisfazione nel momento in cui l’artista
è in vita. Quindi qualcosa che non ha nella sua accezione più immediata nulla a
che vedere con il permanere dell’espressione artistica e del nome dell’artista
oltre la morte fisica dell’autore.
Poche pagine
dopo, nel saggio “L’integrità del processo artistico” Rothko approfondisce
questo tema e scrive:
“Abbiamo
visto che gli uomini insistono nel produrre arte come soddisfacimento della
necessità biologica di esprimere se stessi. L’arte è una delle vie che hanno
fornito mezzi soddisfacenti — ciò che qui possiamo chiamare un linguaggio — per
il felice compimento di questo impulso. L’arte, dunque, è una cosa ben
definita, una specie della natura, e, come ogni specie del mondo fisico,
procede secondo leggi proprie e definite. Possiede proprietà determinate,
che qui saranno descritte come gli elementi plastici. Attraverso il continuo
riassetto di tali proprietà, l’arte, come ogni altra specie, procede secondo
una logica attraverso stadi di cambiamento che possiamo chiamare crescita. Essa
cresce logicamente, in modo determinato, passo dopo passo, passando dalla manifestazione
di un insieme di caratteristiche a un altro, sempre in relazione con il proprio
patrimonio passato e, al tempo stesso, portando in sé la promessa del futuro.
[…] Vediamo
così l’artista svolgere una duplice funzione: in primo luogo, promuovere
l’integrità del processo di autoespressione nel linguaggio dell’arte; in
secondo luogo, proteggere la continuità organica dell’arte in rapporto alle sue
proprie leggi. Poiché, come ogni sostanza organica, l’arte deve trovarsi sempre
in uno stato di mutamento, che il ritmo di tale mutamento sia lento o rapido.
Ma deve muoversi”.
Quindi,
secondo Rothko, l’arte è il risultato organico di una storia evolutiva, portata
avanti dai singoli artisti come esponenti di un movimento collettivo, alla
stregua – direi – dei processi evolutivi delle specie viventi. L’arte quindi
conserva nel tempo una continuità plastica, rispetto alla quale i singoli
accidenti culturali, sociali, storici e personali-psicologici produrranno le
specifiche “voci” d’artista, ma all’interno di un processo biologico/organico
che rimane unitario.
“… Potremmo
infatti voler sapere perché John e Joe, due uomini contemporanei l’uno dell’altro,
dotati di organi simili e sottoposti all’azione di ambienti simili, abbiano
tuttavia un aspetto e un comportamento differenti. Troveremo fattori capaci di
spiegare le variazioni che la costante assume in condizioni differenti. Purtroppo,
oggi non abbiamo ancora identificato un numero sufficiente di questi fattori,
né abbiamo elaborato un sistema di rapporti causali che possa contribuire a
fornire un quadro vero o completo. […] Per comprendere John o Joe, tuttavia,
dobbiamo innanzitutto comprendere che essi sono uomini e che, in ogni momento,
l’ambiente agisce su di loro attraverso gli organi essenziali alla loro specie
e attraverso le particolarità di tali organi in un determinato tempo e luogo;
che questi organi riceveranno soltanto determinate cose e ne respingeranno
altre, e che funzioneranno esclusivamente secondo le proprie modalità e nei
limiti delle proprie potenzialità, se devono funzionare affatto”.
Trovo
illuminante questa lettura evoluzionistica, biologico-unitaria delle forme di
espressione artistica e, direi, delle diverse forme d’arte. Ciascuna e tutte
insieme esprimono differenziazioni all’interno di una stessa specie naturale
che, attraverso tali differenziazioni, si evolve.
Infine, cito
parte di quel che Rothko scrive sulla chimera di tutti gli artisti, ossia la
Bellezza, a cui è dedicato il saggio “Beauty” all’interno di questa mirabile
raccolta:
“Si tratta,
in effetti, di una definizione [quella di bellezza n.d.t.] difficile da
tentare, perché la percezione della bellezza è certamente un’esperienza
emotiva. Ciò non significa esclusivamente quell’emotività umana fatta di
sentimento o sensualità, ma piuttosto che il processo comporta un’esaltazione
che ci viene comunicata attraverso il sistema emotivo. Questa esaltazione è
solitamente composta da sentimento, sensazione e, nel suo stato più elevato,
approvazione intellettuale. Non discuteremo qui le quantità relative o le
proporzioni appropriate in cui questi tre elementi, o eventuali fattori
ulteriori, debbano combinarsi, né se tutti debbano necessariamente essere
presenti affinché una persona possa fare esperienza della bellezza. A rischio
di risultare esoterici, possiamo descrivere l’esperienza come una reazione a una
sorta di giustezza, riflessa in un ideale di proporzioni, e come
un’appercezione dell’armonia, il cui riconoscimento produce un’esaltazione. Per
riaffermarne il carattere indefinibile potremmo dire che la bellezza si
conforma alle esigenze dello spirito. L’esperienza della bellezza può anche
essere un segno della ricezione dell’impulso creativo.
Il fatto
che uno o più di noi possano ricevere questa comunicazione proveniente da
un’altra persona — l’artista — attesta l’esistenza di una qualità astratta, una
qualità che l’artista cerca di raggiungere e che noi possiamo riconoscere. Il
fatto che vi siano disaccordi tra noi, o che ciascuno trovi questa
soddisfazione in luoghi differenti, non modifica le condizioni di questa
verità. Potremmo dire che tutte le leggi naturali sono sempre esistite e che
l’universo ha sempre funzionato in conformità con esse; l’incapacità dell’uomo
di comprenderle, o il fatto che egli le neghi quando vengono comprese per la
prima volta, non compromette l’universalità della loro esistenza in relazione
tanto allo spazio quanto al tempo. (Così, il fatto che non tutti siano in
grado di comprendere la relatività non ne confuta l’esistenza.)
[…] La
nostra definizione di bellezza, dunque, è quella di un certo tipo di
esaltazione emotiva che deriva dalla stimolazione prodotta da determinate
qualità comuni a tutte le grandi opere d’arte.
[…] Disponiamo
di varie spiegazioni circa l’origine e la natura di questa astrazione. Gli
psicologi affermano che la bellezza suscita una sensazione di piacere. Questo
piacere sarebbe strettamente connesso al nostro desiderio infantile di
sicurezza. Quelle forme o configurazioni che associamo al soddisfacimento di
questo desiderio di sicurezza ci procureranno per sempre quella sensazione di
completa soddisfazione. Nella misura in cui le prime nozioni di sicurezza del
bambino sono connesse alla forma della madre, le curve e i piani tattili del
corpo umano costituiscono l’origine di questa soddisfazione. L’artista
attinge a queste aree di sicurezza quando raffigura il corpo umano. L’amore per
queste forme umane viene poi trasferito a forme analoghe presenti nel mondo più
ampio.”
Direi che
chiosa migliore non potrebbe esserci: la bellezza al fondo ci riporta alle
condizioni dell’umano, fino al fondo dei “piani tattili del corpo umano” che
attraverso processi di continua astrazione e metaforizzazione ricerchiamo, se
ne sia o meno coscienti, in ogni rappresentazione del mondo.


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