OSSIDIANA - Olivia Balzar - Di immortalità, sogni e country music

 

Olivia Balzar


Il 25 agosto 2026 il mondo si è fermato. Negli Stati Uniti le bandiere sono restate a mezz’asta per una settimana intera per elaborare il fatto che Dolly Parton se n’è andata. Se ne è andata, è così che mi ha scritto la mia amica Evita con la delicatezza che si riserva all’annuncio della dipartita di una parente stretta.  “La nostra Dolly, se n’è andata”, mi ha scritto in punta di piedi.

Era una sera di questo agosto crudele e soffocante, faceva un caldo terribile, la mia amica Alice stava tagliando il prato, io la aiutavo strappando le erbacce. Quando ho letto quel messaggio non mi vergogno a dire che ho iniziato a piangere. Non riuscivo a fermarmi. L’idea che Dolly Parton non fosse più su questa terra mi stava spezzando il cuore. E lo ha spezzato al mondo intero.

Sono dell’idea che chiunque non si sia sentito colpito dalla notizia, è soltanto perché non la conosceva bene, pochi per una forma di snobismo, la maggior parte - soprattutto in Italia - perché vedono la musica country come qualcosa che appartiene ad un altro mondo e la figura di Dolly Parton come la quintessenza del concetto di americanata tutta lustrini ed esagerazione. Ma non è così. Per questo per una volta ho voluto fermare la mia rubrica Ossidiana che di solito si occupa di streghe e figure del folklore popolare attraverso la letteratura, per rendere omaggio ad una donna straordinaria che, attraverso il contributo che ha dato al mondo, mi ha insegnato tante cose, tra cui la libertà.


La sua vita incarna il sogno americano. Nata lo stesso giorno di Janis Joplin, ma nel 1946 ai piedi delle Smoky Mountains, Tennessee, in una casa senza luce né acqua corrente, Dolly Parton è la quarta di dodici figli. La sua famiglia, di fede pentecostale, è così povera che il medico che la fa nascere riceve come compenso solo un sacco di farina di mais. La sua infanzia sembra scritta da Dickens, ma la sua forza è proprio il modo in cui viene cresciuta da genitori analfabeti, ma di buon cuore che le hanno insegnato a guadagnarsi tutto e a non aver paura di niente. È proprio da questo contesto che la piccola Dolly con i suoi big dreams and faded jeans, inizia la scalata verso il successo. Combattendo contro l’egemonia maschile e maschilista dell’industria discografica con ironia e scelte ponderate, diventa la super star della musica country, una regina indiscussa, la fidanzata d’America. Ma lei ha le idee chiare: vuole condividere il suo successo col pubblico che la ama, con la gente del Tennesse, con chi non è stato abbastanza fortunato. Così costruisce un impero non dimenticando mai le sue radici e dimostra ancora che si può essere determinate senza essere arroganti, che senza una solida base di valori e di talento, poi crolla tutto.


Leggenda vuole che abbia scritto “Jolene” e “I will always love you” nella stessa notte.

Non importa se sia vero oppure no, ma la backwood Barbie arrivata con la valigia di cartone in una mano e i salmi di chiesa nell’altra, sapeva già di non essere una meteora e ha costruito intorno a sé un mondo destinato a rimanere in piedi e a crescere anche dopo la sua morte. Ci ha insegnato a non svendersi, a non scendere mai a compromessi, come è successo con la canzone “I will always love you” il cui potenziale era stato adocchiato da tutto il mondo discografico, ma Dolly non ha ceduto e ha combattuto per tenersi i diritti del suo pezzo, anche quando è stato lo staff di Elvis a chiederglielo. Ci ha insegnato a supportare gli altri artisti, soprattutto se emergenti, soprattutto se in ascesa, anche se non sono nelle proprie corde, come è successo con un giovane Eminem. In un mondo polarizzato, Dolly Parton ha saputo entrare in sintonia con i pubblici più disparati: i conservatori hanno ritrovato in lei le radici genuine dell'America rurale, mentre gli yuppies ne hanno ammirato il successo imprenditoriale e il riscatto personale, le femministe ne hanno esaltato la libertà di spirito, la determinazione e il tagliente senso dell'umorismo, mentre la comunità LGBTQ+ ne ha fatto un'icona di riscatto, di piena espressione di sé che non ha avuto paura di schierarsi rischiando di perdere consensi.

È così che si raggiunge l’immortalità: facendo costruire Dollywood, il parco divertimenti proprio nelle campagne dove è cresciuta, creando opportunità e centinaia di posti di lavoro dove la povertà era di casa, oppure dando vita all’Imagination Library, un colossale progetto internazionale che dà l’opportunità ai bambini di iscriversi e ricevere libri gratuiti dalla nascita fino ai sei anni, per renderli liberi già in tenera età.


La morte di un personaggio famoso crea una frattura sociale, ma non solo.

Quando muore una celebrità a cui eravamo legati, si avverte un senso di disorientamento e una solitudine sottile ma intensa. È un dolore difficile da definire e persino da ammettere a se stessi, poiché si scontra con il giudizio comune, che tende a sminuire la sofferenza per chi non si conosce di persona ritenendola superficiale o fuori luogo. Tuttavia, la tristezza per la perdita di un punto di riferimento pubblico è un'esperienza emotiva del tutto reale, sensata e profonda, gli psicologi americani dopo la morte di Dolly Parton hanno parlato di “depressione post-Parton” per raccontare il sentimento in cui si è trovata l’America intera dopo aver appreso la notizia. Per questo domani, in alcune parti del mondo sarà il Dolly Parton day, proprio il 9/25 (scritto all’americana) in onore della sua canzone “9 to 5” colonna sonora dell’omonimo film che con l’ironia e freschezza della commedia denunciava l’alienazione dell’individuo nella società capitalista.


Workin' 9 to 5, what a way to make a livin'

Barely gettin' by, it's all takin' and no givin'

They just use your mind, and then they never give you credit

It's enough to drive you crazy if you let it


che tradotto suona più o meno così:


Lavorare dalle 9 alle 5, che modo di guadagnarsi da vivere

a malapena si tira avanti, è tutto prendere e niente dare, 

usano solo la tua mente e non ti danno mai credito

è abbastanza per farti impazzire, se lasci che accada.


La sua è una storia che va raccontata, per questo oggi ho fermato tutto per parlarvene, anche se non ha a che fare con la letteratura, con la poesia, con le streghe, col folklore.

O forse sì.

Il coat of many colors, il cappotto che cucì sua madre le è scivolato sotto la pelle, si è fatto scudo intorno al cuore a ricordarle da dove veniva: sempre e per sempre, una ragazza del Sud che ricordava a tutti che non si sentiva assolutamente offesa dalle battute sulle bionde stupide perché era consapevole di non essere né bionda né stupida.


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