NULLA DI SERIO - Danilo Lombardi - Vivere insieme (cosa può unire i popoli)
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| Danilo Lombardi |
Una volta andavano di moda i monologhi, le interviste, insomma i video, dello psicologo Umberto Galimberti, che venivano mostrati frequentemente sui social e sul web, o forse dipendeva solo dai miei personali algoritmi.
Adesso
va più di moda, forse, Crepet, applaudito da tutti ma davvero poco ascoltato,
se devo basarmi sui report degli insegnanti sui colloqui con i genitori. Ma
questo è un altro tema, da affrontare con cautela per non urtare la
suscettibilità di tutti.
Cerco
sempre di verificare, perché la realtà è complessa, nulla è semplice, e
dobbiamo dubitare da chi non dubita e non è in grado di ascoltare e comprendere
gli altri.
Tuttavia uno dei “monologhi” di Galimberti, in cui parlava delle cause della caduta dell’impero romano d’occidente, lo ricordo bene.
Galimberti
sosteneva di essersi ricreduto sull’argomento, e che la spiegazione contenuta
sui vecchi libri di scuola, che attribuivano alla decadenza dei costumi le
cause della caduta dell’impero, fossero più credibili rispetto alle motivazioni
di ordine economico.
Decadenza dell'Occidente - Monologo di Galimberti
Ormai
le nostre ricerche sul web sono basate sull’intelligenza artificiale, quando
nella società ci sono dei vuoti, vengono colmati in un modo o nell’altro, accade
ed è sempre accaduto in tutti i settori, purtroppo anche in politica.
Allora provate ad utilizzare l’intelligenza artificiale chiedendo: cos’è che tiene uniti i popoli, in modo da capire cosa accade quando questa condizione viene a mancare.
La risposta, tanto generica quanto inutile, è: un insieme complesso di fattori culturali, sociali, psicologici e storici che creano un senso di appartenenza e di destino comune, tra i quali si citano, tra gli elementi culturali e identitari, la lingua, le tradizioni e i miti condivisi, i valori e la morale. Tra i fattori sociali e politici: le istituzioni e le leggi, il "contratto sociale", i nemici o le sfide comuni, Tra gli aspetti psicologici ed emotivi: l'empatia e l'interdipendenza, Il senso di appartenenza.
Si conclude affermando che un popolo resta unito quando la percezione dei benefici e dei legami emotivi dello stare insieme supera le forze divisive degli interessi individuali.
I fattori economici sembrano scomparsi. Eppure, se cerchiamo di leggere
qualcosa sulle cause della caduta dell’Impero romano d’occidente, la crisi
economica viene citata come primo fattore determinante, e se vogliamo
proseguire in questa piccola ricerca senza pretese, non possiamo fare a meno di
notare che gli altri fattori citati (pressione fiscale determinata dalla
necessità di mantenere l'apparato statale e disuguaglianza sociale dovuta alla
concentrazione di enormi ricchezze in poche mani), sono riconducibili sempre a
fattori economici
Qualcuno potrebbe obiettare, senza trovare in me alcun dissenso, che i fattori economici, come la concentrazione delle ricchezze in poche mani, sempre attuale, più che unire rendono schiavi, e che una società basata su tali principi ottiene il consenso in maniera diversa dal senso di appartenenza o dagli altri aspetti psicologici o emotivi, magari facendo percepire l’inevitabilità di certe decisioni.
Se è vero che il PIL del mondo nel 2021 è stato di 94 trilioni di dollari circa, ripartito tra Stati Uniti (23 trilioni), Europa (18 trilioni) e Cina (16 Trilioni), con l’Italia a 2 trilioni circa, ebbene i 3 principali fondi di investimento, Blackrock, Vanguard, e State Street, i padroni del mondo tutti americani, gestiscono 20 trilioni di dollari, tutti riversati sui mercati azionari ed obbligazionari mondiali.
Quindi se vogliamo capire, intuire, cercare di sapere cos’è che tiene
uniti i popoli, forse dovremmo cercare altrove. Ed in questo non c’è,
ovviamente, alcuna avversione aprioristica per il mondo della finanza, meglio
essere tranquillamente e rassegnatamente radical, ma non chic con le magliette
firmate vendute a prezzi spropositati (per ingenerare l’illusione di una
bellezza inesistente, altro che avversione per la produttività, che di per sé
non presenta alcun connotato negativo) e che non dichiarano il luogo di
fabbricazione.
L’argomento, per molte persone in Italia, è di attualità, e tuttavia viene vissuto da gran parte della classe politica come inesistente o addirittura come indicativo di una pretesa superiorità rispetto ad altre etnie o religioni, rivendicata, invece, da altri.
Mi è capitato, poco tempo fa, di assistere per caso ad uno dei teatrini politici televisivi, che in genere non mi interessano e sono utili quanto la presenza di un criminologo in un processo penale, perché il livello delle domande poste al politico di turno è molto basso.
Non voglio attirarmi le ire del criminologo o della criminologa di turno, non ho detto che non siano utili (però lo penso, confesso), magari, nella fase delle indagini per individuare il profilo dell’autore del reato contro la persona, voglio solo rivendicare la necessità che nei processi valgano le prove e non gli intimi convincimenti di qualcuno, che con il ragionevole dubbio nulla hanno a che vedere.
Nella trasmissione in questione partecipava l’ultimo apparso sulla scena
politica, in grande ascesa, al quale l’agguerrita giornalista conduttrice
rivolgeva domande senza avere, tuttavia, la capacità di reggere il
contraddittorio, pur parlando di temi di attualità.
Cerco di fare un esempio: un giornalista serio di fronte al politico di turno che invoca la tolleranza zero e il massimo rigore nei confronti di chi commette reati, dovrebbe chiedere a chi dobbiamo rivolgerla tutta questa fermezza, considerato che in Italia meno dell’1% della popolazione carceraria (un ventesimo rispetto alla Germania) è costituito dai c.d. colletti bianchi, autori di gravi reati nei confronti della collettività. Non è infrequente, in Italia, che un bancarottiere, che ha sottratto decine di migliaia di euro alla collettività e rovinato innumerevoli famiglie, se la cavi con una pena molto inferiore a chi ha rubato in un negozio o in casa delle persone (e non sto affermando che vadano trattati con benevolenza i ladri, ma che occorre mandare in galera i colletti bianchi, visto che negli altri paesi lo fanno).
"Gli spacciatori affollano le carceri e i colletti bianchi restano fuori" - www.corriere.it
Si potrebbe anche discutere del collegamento tra controlli ai quali sono sottoposti, in percentuale maggiore, alcune categorie di persone, e l’accertamento di illeciti a loro carico.
Si dovrebbe anche convenire sulla necessità di escludere dalla società civile gli autori di gravi reati contro la persona, ma sembra che su questo non siano tutti d’accordo (venendo per questo appellati di buonismo per mancanza di coerenza).
Ma non voglio divagare, uno degli argomenti trattati nella trasmissione televisiva riguardava l’esistenza, o meno, di una identità storica italiana.
Il politico di turno riteneva che il pilastro fondamentale della nostra identità storica fosse il cristianesimo, invece l’agguerrita conduttrice sosteneva che siamo un popolo di “meticci” e basta.
Forse a causa della maniera superficiale con la quale era stato trattato
il tema, malgrado il richiamo, volontario o involontario, alla storia del
nostro paese, evidentemente poco conosciuta da entrambi, ho ignorato
l’argomento sino a quando ho avuto la fortuna di incontrare, in occasione di un
mio viaggio musicale a Pompei (concerto all’Anfiteatro degli scavi) e religioso
(visita al Santuario), una guida eccellente, il Prof. Bruno Pisano.
Partendo dal famoso mosaico "Cave Canem" che si trova all'ingresso della Casa del Poeta Tragico, a Pompei, il Prof. Pisano offriva interessanti argomenti per capire cosa teneva unite le società nel I secolo d.C., e riteneva che dovesse privilegiarsi, nel caso in esame, l’intenzione di avvisare del pericolo i visitatori della casa, che comunque erano sempre bene accetti. Quindi una funzione di tutela, più che finalizzata ad allontanare le persone.
L'antica Pompei era legata profondamente all'Impero Romano, del quale divenne un’importante colonia, e di cui costituiva un importante nodo commerciale dal quale si raggiungevano i mercati di tutto il Mediterraneo imperiale.
Nell’antica Pompei quasi la metà degli immobili erano adibiti ad “esercizi commerciali”, trattandosi di una società inclusiva e aperta, che viveva di commercio ma retta dall’etica, come dimostrato dai contratti ritrovati, che testimoniano l'esistenza di un sistema legale rigoroso per registrare vendite, aste e prestiti, dove la parola data e il documento scritto avevano un valore sacro.
Una società, quella di Pompei del I secolo d.C., in cui le donne godevano di una notevole libertà e influenza nella vita, persino politica, della città.
Quindi una società aperta ma fondata sull’etica, come testimoniano i manifesti elettorali dipinti sulle facciate delle case: candidarsi era un obbligo, e coloro che ambivano ad essere eletti dovevano essere uomini retti ed onesti, in una società basata sul decoro e sulla solidarietà nei confronti della comunità.
Nell'impero romano l’etica era fondata originariamente sul mos maiorum (il costume degli antenati, il dovere, la severità e la devozione allo Stato), che costituiva un codice di comportamento definito “pragmatico”, perché il valore morale di un individuo si misurava con il contributo fornito alla famiglia, alla comunità e allo Stato.
Codice di comportamento che si è evoluto, successivamente, sotto l’influsso dello stoicismo greco, dove etica e politica coincidevano, mentre l’influenza cristiana, con il concetto di peccato, prima sconosciuto, arriverà solo negli ultimi secoli dell’impero.
Per comprendere tali aspetti basti pensare al concetto di ignominia, come la intendiamo oggi, che descrive una condizione di disonore di una persona che ha compiuto un'azione spregevole. Il termine deriva da in- (privativo) e nomen (nome, fama), ma nell’antica Roma non costituiva un giudizio di disistima sociale, era una vera e propria pena. E cosa c’era di peggio che perdere il proprio nome, per chi si macchiava di condotte riprovevoli.
Quindi se vogliamo tralasciare la nostra identità genetica e rivolgerci ai
tempi in cui popoli diversi, sia pure con tutte le limitazioni di una società
in cui l’appartenenza alle classi sociali più abbienti era determinante,
convivevano condividendo le stesse regole e gli stessi valori, forse il
richiamo all’etica sarebbe storicamente più appropriato, senza rivolgersi
necessariamente alle religioni rivelate, senza dimenticare la nostra storia e
senza strumentalizzare il nostro intimo credo religioso.
Bibliografia:
F. Ghedini, M. Salvadori, 2025, Essere donna nell'antica Pompei,
Artem. Napoli
Fonti:



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