MARGINALIA - Milton Fernández - L'invenzione della primavera
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| Milton Fernández |
Qualcuno - non ricordo chi - parlò una volta del buio non come assenza, ma come tentativo fallito della luce. Ciò che vediamo come oscurità nel cielo notturno, diceva, non è mancanza: è qualcosa che ancora non ci ha raggiunti. Che forse non ci raggiungerà mai.
È stato Giorgio Agamben. Ora lo ricordo.
Nel suo Che cos'è il contemporaneo? riprende un dato dell'astrofisica che possiede una forza quasi poetica: l'universo è disseminato di stelle, eppure il cielo è prevalentemente nero. Non perché la luce non esista, ma perché una parte di essa viaggia da così lontano che non riuscirà mai a raggiungerci. L'espansione dell'universo allontana alcune galassie a una velocità superiore a quella con cui la loro luce riesce a colmare la distanza che ci separa. Il buio non è, quindi, il contrario della luce; è una luce che continua a viaggiare senza mai giungere.
È una delle immagini filosofiche più fertili che conosca. Perché ribalta un'evidenza.
Siamo abituati a pensare l'oscurità come un vuoto. Agamben ci invita a considerarla come una presenza differita, un'eccedenza, una promessa che il tempo non saprà mantenere.
Forse è proprio qui che comincia la poesia.
Il poeta è colui che si ostina a guardare il cielo senza lasciarsi convincere dal buio. Non perché lo ignori, ma perché intuisce che esso custodisce una luce a noi invisibile.
La sua materia non è ciò che appare, ma quello che insiste a esistere anche quando nessuno riesce a vederlo.
Per questo la poesia non descrive il mondo. Lo anticipa.
Ogni poeta vero possiede una forma particolare di intuizione. Non vede meglio degli altri. Vede più lontano. O più profondamente.
Coglie nel presente le incrinature da cui potrebbe nascere qualcosa che ancora non ha un nome.
La primavera non inizia quando sbocciano i fiori.
Comincia sotto terra.
Nel lavoro silenzioso delle radici, nella lenta risalita della linfa, nel seme che continua a trasformarsi quando tutto, in superficie, sembra immobile. L'inverno è soltanto il punto di vista di chi guarda da fuori.
La poesia appartiene a quel movimento sotterraneo.
Non registra la primavera: la inventa.
La parola latina "Invenire" vuol dire proprio questo: scoprire ciò che era nascosto. Il poeta non fabbrica una stagione inesistente. Rende visibile quella che sta maturando nel sottosuolo della realtà, quando ancora nessuno le attribuisce un volto.
Ogni poesia autentica è un atto di fiducia nella realtà invisibile.
È dire: so che qualcosa sta accadendo, anche se non posso ancora dimostrarlo.
Vale per l'amore. Per la giustizia. Per la speranza.
Per ogni rivoluzione.
Nessuna trasformazione collettiva nasce quando tutto è già evidente. Sboccia quando qualcuno riesce a vedere ciò che gli altri considerano impossibile. Prima di ogni cambiamento esiste un'immaginazione che prepara il terreno.
Forse è per questo che i regimi autoritari hanno sempre diffidato dei poeti. Non perché scrivano versi che non capiscono, ma perché alterano il rapporto con il tempo. Rendono presente il futuro. Introducono nel linguaggio qualcosa che il potere non controlla: la possibilità.
La poesia è una forma di disobbedienza cronologica. Rifiuta di credere che il presente esaurisca il reale.
Continua a cercare una luce che, secondo i calcoli, non dovrebbe arrivare.
Agamben scrive che essere contemporanei significa tenere fisso lo sguardo sul proprio tempo per scorgerne non le luci, ma l'oscurità.
È un'affermazione che spesso viene fraintesa.
Non significa coltivare il pessimismo. Significa avere il coraggio di non lasciarsi accecare dalle luci dominanti, per riconoscere ciò che ancora manca, ciò che è stato escluso, ciò che chiede di venire al mondo.
Inventare la primavera, quindi, è un gesto radicale. Non consiste nel negare l'inverno, né nel fingere che il gelo non esista. Consiste nel riconoscere che perfino lui contiene, nascosta, la memoria del fiore.
Il poeta non è un ottimista.
È qualcuno che si assume la responsabilità dell'invisibile.
Scrive quando il linguaggio appare insufficiente. Ama quando il mondo suggerisce di smettere. Semina quando il calendario garantisce soltanto neve.
Sa che molte delle sue parole non germoglieranno mai. Che alcune arriveranno troppo presto. Altre troppo tardi.
Altre ancora non troveranno nessuno disposto ad ascoltarle.
Eppure continua. Perché la poesia non è il mestiere della certezza.
È l'arte dell'attesa.
Un'attesa ostinata, che non reclama ricompense.
Forse la primavera non arriverà. Forse quella luce non ci raggiungerà mai.
Forse le stelle continueranno ad allontanarsi.
Ma ogni volta che un poeta scrive un verso, ogni volta che un musicista compone una melodia, ogni volta che un pittore aggiunge un colore che prima non esisteva, accade qualcosa di minuziosamente piccolo e infinitamente necessario: il mondo si ricorda, per un istante, di non essere ancora finito.
E questo, forse, è il vero compito dell'arte.
Non spiegare il buio.
Abitarlo.
Con la pazienza di chi sa che perfino l'universo, prima di diventare luce, è stato un lungo apprendistato dell’attesa.


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