IL SORRISO DEL SOLE - Ornella Mallo - Intervista ad Anna Fanciullo, autrice di “L’eco del tuo nome”
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| Ornella Mallo |
Il titolo dell’opera prima di Anna Fanciullo, “L’eco del tuo nome”, e il suo contenuto, soprattutto il finale, evocano una bellissima poesia di Costantino Kavafis, che recita così: “Ideali amate voci / di coloro che son morti o come i morti / sono per noi perduti. // A volte ci parlano in sogno / a volte esse vibrano dentro. // E con il suono, per un istante l’eco fa ritorno / della prima poesia di nostra vita, / come lontana nella notte una musica che dilegua.”
Questa poesia assembla tutti gli elementi ricorrenti nello scritto dell’autrice che mi accingo a intervistare, dalle voci di chi non c’è più alla musica che le evoca, e soprattutto il suo tema centrale, ossia il lutto, il più grave e innominabile che possa colpire un genitore, in particolare una madre: la perdita del figlio. Figlio che l’autrice protegge da qualsiasi tentativo di strumentalizzazione, possibile in una società come la nostra, che se da una parte rivela un atteggiamento ‘algofobico’ nei confronti del dolore, divulgando immagini di un sé sempre e comunque performante e vincente su tutto e su tutti, dall’altra parte mostra di speculare sulle tragedie altrui, sfociando in uno sguardo voyeuristico e pornografico.
Quello di Anna è invece lo sguardo autentico e privo di artificiosità di chi questo dolore non solo lo ha vissuto in prima persona, ma lo ha attraversato senza alcuna armatura difensiva, lasciandosene lacerare in ogni meandro della sua anima, senza nessuna inclinazione a crogiolarsi in esso, ma trovando semmai nella difesa dell’immagine del figlio e dei ragazzi che come lui sono rimasti impigliati nelle terribili maglie della tossicodipendenza, un senso alla propria esistenza.
Il libro si apre con una frase che risuona come un grido lacerante: «Erano le 6:40 del mattino. […] Una voce, brusca, tagliente come una lama, mi urlò senza filtri, senza il minimo riguardo: “Tuo figlio è morto”.»
Dalla cruda vivezza della resecazione del legame fisico, taglio che annienta l’animo della madre, si risale come in un’anabasi al ricongiungimento dell’autrice con il figlio nel sogno, raccontato nell’ultimo capitolo: il grido si trasforma in un sussurro, il tono si fa intimo ed elegiaco, denso di quella poesia che sgorga in modo immediato dalla vita. Scrive Fanciullo: “Ogni notte, quando il mondo si spegne e il buio si fa denso come un velo sulla mia anima, io attendo. Attendo con una fame che mi rode le viscere, una brama che la veglia mi nega. Attendo il momento esatto in cui la coscienza si fa nebbia, quando le difese della mente crollano, permettendo al mio spirito di librarsi. Perché è lì, solo lì, nel santuario profondo del sogno, che possiamo ancora sfiorarci. Tu ed io.”
Tra il grido e il sussurro, ci sono tutte le tappe intermedie in cui il dolore viene pian piano elaborato, ripercorse senza alcun scivolamento, da parte dell’autrice, nella retorica o nell’autocommiserazione, semmai riportate con estrema lucidità e competenza, date tutte le considerazioni inserite che rivelano una profonda conoscenza della psicoanalisi. Infine, lodevole l’ammissione, da parte di Anna, del sentimento della vulnerabilità che l’ha pervasa in tutto questo percorso, riconosciuto come sentimento umano di cui non bisogna vergognarsi, ma fronteggiare chiedendo aiuto se è il caso, per non lasciarsi sopraffare: il che ci porta a ricordare una bella citazione estrapolata dal saggio di Byung – chul Han “La società senza dolore. Perché abbiamo bandito la sofferenza dalla nostra vita”: “Una vita senza morte né dolore non è umana, bensì non morte”.
●Cara Anna, da cosa è nata l’esigenza di scrivere “L’eco del tuo nome”? Quali obiettivi intendevi perseguire originariamente? Nel tempo, questi si sono mantenuti invariati, o si sono allargati?
L’esigenza di scrivere un libro è sorta prima di tutto come un atto di sopravvivenza.
Durante i primi mesi, dopo la morte di mio figlio Giulio, il dolore era una presenza fisica devastante, un peso che rischiava di schiacciarmi.
Mettere le parole su carta è stato l’unico modo che ho trovato per dare una forma, una sagoma, ad un vuoto che altrimenti mi avrebbe divorata.
Originariamente, il mio obiettivo era strettamente intimo e riparativo: volevo difendere l’immagine e la memoria di mio figlio dalla narrazione stereotipata con cui spesso la società etichetta chi cade nella trappola della dipendenza.
Volevo restituirgli la sua dignità di essere umano, di ragazzo pieno di vita, sogni e fragilità, strappandolo all’etichetta della sua sofferenza.
Con il passare del tempo e durante il processo di scrittura, tuttavia, questo obiettivo si è notevolmente allargato. Ciò che era partito come un grido personale si è trasformato in un impegno verso l’esterno. Ho capito che il mio dolore non era isolato, ma rispecchiava quello di tante altre famiglie invisibili, spaventate e lasciate sole nella vergogna o nel silenzio.
Scrivere è diventato così un tentativo di rompere il tabù sull’algofobia della nostra società e al contempo, lanciare un ponte verso chi sta vivendo lo stesso calvario, affinché non si senta solo.
Oggi l’obiettivo del mio libro non è più la memoria del mio lutto, ma anche la speranza di offrire uno strumento di riflessione, uno specchio autentico che possa aiutare altri genitori ad attraversare il lutto per la perdita del proprio figlio.
●Qual è la soglia che divide l’indagine sul dolore dalla pornografica
speculazione su di esso?
-La differenza sta interamente nell’intenzione e nel rispetto della dignità umana.
L’indagine sul dolore nasce dal bisogno autentico di comprendere, di elaborare e di condividere una ferita per trasformarla in consapevolezza e conforto. Chiede empatia, pudore e silenzio; ascolta la sofferenza senza pretendere di esibirla o consumarla. Indagare il dolore significa accoglierlo nella sua complessità e dare voce alla verità di chi lo vive, senza scorciatoie drammatiche.
La speculazione pornografica, al contrario, trasforma la tragedia in merce di consumo, svestendo la persona della sua umanità per ridurla ad un caso di cronaca, ad una notizia sensazionale o ad una etichetta da giudicare. La soglia, dunque, è il limite del pudore: quando si smette di raccontare la vita di un individuo per iniziare ad usare il suo dramma come spettacolo, lì la ricerca di senso cede il passo alla speculazione.
●Cosa può fare un genitore per aiutare il figlio chiuso nella morsa della tossicodipendenza?
-Credo sia la domanda più difficile, quella che ogni genitore si pone ogni singolo giorno. E la prima verità, per quanto dura, è che non esistono ricette magiche o soluzioni semplici di fronte ad un abisso così complesso. Tuttavia , basandomi sulla mia esperienza, credo che ci siano dei passaggi fondamentali. Rompere la barriera del silenzio e della vergogna; il primo passo è superare lo stigma. Le dipendenze non sono una colpa morale o un fallimento educativo, ma una sofferenza profonda che si trasforma in malattia.
Smettere di nascondersi e di nascondere il problema è indispensabile per poter iniziare a chiedere aiuto.
●Pensi che lo Stato italiano in generale, e la Sicilia in particolare, offra strutture idonee a fronteggiare il problema? E se manca qualcosa, cosa manca?
-Di fronte all’emergenza delle dipendenze l’attuale sistema di risposta mostra profonde lacune strutturali, soprattutto in Sicilia.
Per fronteggiare davvero il problema è fondamentale la tempestività dell’intervento investendo sulla prevenzione e l’intercettazione precoce, avviando un lavoro capillare che coinvolga genitori ed insegnanti già nelle scuole primarie per riconoscere il disagio infantile e adolescenziale ben prima che sfoci nella dipendenza. A questo si aggiunge la necessità di garantire una reale continuità terapeutica e reinserimento sociale per scongiurare la ricaduta. Infine, è urgente assicurare un supporto strutturato alle famiglie , spesso lasciate sole ad affrontare un trauma che coinvolge l’intero nucleo.
In territori come la Sicilia, dove la carenza di strutture residenziali pubbliche di pronta accoglienza e l’assenza di centri dedicati alla doppia diagnosi, creano un vuoto assistenziale drammatico, ripensare la prevenzione e la rete di aiuto partendo dall’infanzia rappresenta l’unica vera strada per spezzare il ciclo della dipendenza.Nata e cresciuta a Palermo, Anna Fanciullo, è una madre con una missione.
Dopo la devastante perdita del figlio si è trovata a fronteggiare una violazione: l’uso non consensuale del suo nome e della sua immagine.
Rifiutandosi di rimanere in silenzio ha trovato la forza di difendere la memoria del figlio e proteggere la sua privacy.
Il suo libro “L’eco del tuo nome”, è più di una storia di dolore, è un atto di coraggio e una azione di protesta, una difesa della dignità del proprio figlio e di tutti coloro le cui vite sono trasformate in spettacolo pubblico senza il loro consenso.


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