IL MARE E IL FARO - Giovanna Albi - San Francesco, ovvero la Perfetta Letizia del Pitocco

Giovanna Albi


Teramana per radici, adottata dalla Terra Umbra dagli anni ‘80, a parte un vent’anni tra Lombardia e Piemonte, in realtà apolide come Spinoza, non adatta a nessuna città o viceversa, sono obbligata intimamente a un tributo a Francesco d’Assisi, “intra Topino e il colle”, figlio del ricchissimo mercante Pietro Bernardone, e della bellissima francese, Pica, prima che scada l’ottocentesimo anniversario della sua morte, 1226.

Francesco, il Patrono d’Italia, il santo universale, la copia perfetta di Gesù...il figlio che nessuno vorrebbe.

A parte l’idolatria falsa del “poverello di Assisi”, in fondo eìdolon in greco è un vuoto fantasma, non trovo chi oggi potrebbe empatizzare con il pitocco. Pitocco, ptokòs in greco, è l’ultimo della scala sociale, il più povero tra i poveri, per gli stessi Greci.
Se per i Greci la povertà non era cosa di cui vergognarsi, ma certo da cui affrancarsi, immagine ricorrente nella propaganda ideologica ateniese, oggi quel valore, base della vita di Francesco e di quei dodici amici, “frati minori”, intimi apostoli, moltiplicatisi in 5000 alla sua morte, è cosa di cui avere massimamente vergogna. La povertà va nascosta.
Il che era non meno valido ai tempi di Francesco, “Il pazzo di Dio”, mai sottoposto a perizia, in quanto allora non esistente, ma certo trascinato al cospetto del console di Assisi, per il giudizio.
Se poi il Vescovo Guido comprese e lo coprì, nudo, col mantello, e nel 1228 fu fatto santo e non indemoniato, in quanto scelse come padre Dio, come sposa la Povertà, rinnegato dal padre biologico, oggi sarebbe internato in una struttura psichiatrica (che esiste!) e magari tenterebbero di curarlo inserito in un protocollo medico.

Sembra un paradosso, ma non lo è: questa è la fine di tutti i “diversi” in una società che vuole essere normata, tutti funzionali, ricchi, performanti e sorridenti per servizio foto.
Nel secolo del mostrarsi, ditemi che ruolo possa avere il Francesco Pitocco, certo “matto” per aver rubato al padre per dono ai poveri, rinunciando poi a tutto per sé. Un figlio da occultare bene.

Che il quattro Ottobre sia Festa Nazionale, non significa che agli Italiani convenga lo spirito francescano: una delle tante manifestazioni schizofreniche degli spilorci devoti del Santo.
Eppure, lui è incarnazione della Perfetta Letizia, di quei “poveri di Spirito” di cui è il Regno dei Cieli.

Questi nel Vangelo secondo Matteo sono chiamati proprio ptokoì.

Costoro non sono certo i codardi, come don Abbondio, in perfetta linea con tutti i tempi, che si fece prete senza vocazione per guadagnare agio e immunità, ma coloro che rinunciano a sé, cioè svuotano l’Ego e la psiche, psychè, per riempirsi di Dio, seguendo la Sposa Povertà.
Nulla di più fuori linea con i nostri tempi, in realtà fin dal Medioevo, se Dante nel canto XI del Paradiso loda Francesco attraverso Tommaso, denunciando così la corrotta Chiesa, traditrice del messaggio Evangelico-Francescano.

La lunga e dolorosa storia del Pauperismo, con la spaccatura tra Conventuali e Spirituali, con qualche Fraticello sul rogo e molte scomuniche...

Chi si priva di tutti i beni materiali e spirituali, odio, invidia, superbia, che tanto piacciono oggi, è perfettamente lieto: può osservare la Natura fuori di sé, intonare un Cantico delle Creature, con docile parola ammansire il lupo, simbolo del Potere, lodare la vita e la morte come attigue e contigue, Sorella Acqua e Luna, Fratello Sole.

Lui è quella ungarettiana “docile fibra dell’Universo” che si lava nell’Isonzo, il cui “supplizio/è quando/non mi credo in armonia”.

Quella Letizia, episodica nell’ ”Uomo di pena”, eccezionale Miracolo in Montale, è la perfetta costante beatitudine di Francesco, che, vuoto di sé, gode di tutto il creato, vero figlio di Dio, perché tutto ascolta.

Chi farebbe a cambio dell’assurdo suo rumore dentro, per ascoltare l’altro, nel mistico silenzio di Francesco?

Per assaporare la bellezza intorno, ponendo come culto la differenza e non il pensiero unico?
In tempi in cui siamo orci di odio e livore, invidia, e corsa all’oro, chiunque fugge da sé infangando l’altro. Ha forse paura di sentirsi dentro? Penso di sì.

L’uomo oggi ha bisogno di potenti immagini interiori, spesso violente, per fuggire l’horror vacui, quel vuoto che potrebbe essere ascolto di sé e dell’Altro.

Ringrazio Giotto che, col suo ciclo francescano, mi offre l’opportunità realistica di parlare con qualcuno che forse ascolta.

Riflessioni di una laica patente che ascolta e ricorda nella comune distrazione.

 


Commenti

  1. L'essere umano capace solo di obbedire e non disobbedire è uno schiavo della propria ignoranza grande filosofa del cuore ❤ come sempre meravigliosa e unica

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