IL DIARIO DI DAFNE - Ester Guglielmino – Sullo scrivere e altre cose inutili

Ph. da Pixnio.com


Dove corre questa cerva scritta in un bosco scritto?
Ad abbeverarsi a un’acqua scritta
che riflette il suo musetto come carta carbone?
Perché alza la testa, sente forse qualcosa?
Poggiata su esili zampe prese in prestito dalla verità,
da sotto le mie dita rizza le orecchie.
Silenzio – anche questa parola fruscia sulla carta
e scosta
i rami generati dalla parola «bosco».

Sopra il foglio bianco si preparano al balzo
lettere che possono mettersi male,
un assedio di frasi
che non lasceranno scampo.

In una goccia d’inchiostro c’è una buona scorta
di cacciatori con l’occhio al mirino,
pronti a correr giù per la ripida penna,
a circondare la cerva, a puntare.

Dimenticano che la vita non è qui.
Altre leggi, nero su bianco, vigono qui.
Un batter d’occhio durerà quanto dico io,
si lascerà dividere in piccole eternità
piene di pallottole fermate in volo.
Non una cosa avverrà qui se non voglio.
Senza il mio assenso non cadrà foglia,
né si piegherà stelo sotto il punto del piccolo zoccolo.

C’è dunque un mondo
di cui reggo le sorti indipendenti?
Un tempo che lego con catene di segni?
Un esistere a mio comando incessante?

La gioia di scrivere.
Il potere di perpetuare.
La vendetta d’una mano mortale.

[Wisława Szymborska, La gioia di scrivere, 1967][1]

 

È tempo di nuovi inizi, sarà che l’estate corrode le forze fino all’osso, sarà che l’afa prosciuga goccia a goccia ogni gloriosa aspettativa estiva, fatto sta che settembre ci riconsegna alla ciclicità del tempo, riallinea il corpo e la mente con la puntualità di un orologio. Nuovo anno, s’intessono progetti di scuola, di redazione, di famiglia, per fortuna – penso - di vita. Un’atmosfera di palingenesi insomma che, a dispetto dei 38° fissi all’ombra, corrobora e ristora. E allora, non so perché, ma mi è venuto da pensare a questa poesia della Szymborska, che ho sempre ritenuto illuminante e illuminata, non foss’altro per la trepidazione con cui mi trovo sempre a inseguire la corsa affannosa della cerva, per il battere pesante del suo cuore che mi urta di paura contro il petto, per le sue zampe fragili che mi ricordano tanto le mie gambe e per la gioia immota che deriva da questa epochè della ragione: sospensione salvifica che rimette in circolo la storia, confidando nella magia possibile d’una nuova avventura provvisoria.

D’altronde sono tempi difficili - mi ripeto fra le righe - e scrivere resta ancora una strada tra le poche ad appagare la nostra precaria idea di perfezione. È la ‘potenza’ del progetto – rimugino - che freme e sbuffa forte per diventare ‘atto’. Un’aspirazione arrogante o forse solo ingenua, per cui tu puoi tornare al tuo scrittoio, accomodarti su una sedia, squadrare dritta la parola e cercare di incastonarla nel migliore dei mondi possibili e dei modi consentiti. Da briciolo di terra in eterno movimento, da attore inconsapevole che non domina nulla e nulla possiede fino in fondo, puoi sperimentare la pienezza del controllo, sentirti padrone fino in fondo d’una storia e d’una forma. È in questa dimensione prodigiosa che nasce e si realizza chi venera il dio della scrittura. È sulla pagina che ogni tragedia può diventare meraviglia, che ogni avvenimento può diventare esercizio perfettibile del nostro stare al mondo.

Quand’è iniziata la mia avventura dello scrivere? Non saprei dirlo, se ci penso mi rivedo bambina con un grosso quaderno e una penna colorata sotto un grande albero, ai pedi mi scorreva un fiume che guardavo con sospetto, intorno mi stringeva una natura fin troppo incolta per le mie ‘faunistiche’ paure. Eppure quella penna mi salvava, dalla noia, dalla malinconia, dalla percezione già precaria della gioia. Scrivevo storie per impastare in foggia nuova le vite delle eroine in cui mi rivedevo, per reinventare quello che non mi piaceva in mille possibili fatture. A cosa mi è servito scrivere? Davvero non saprei spiegarlo, forse a risarcirmi dal reale o forse a costruirmi un nido di favole di cui seguire le infinite tessiture. Di certo non mi è servito a cambiare il mio destino, e neppure la mia posizione. Probabilmente è vero ciò che oggi la maggior parte della gente pensa riguardo alla scrittura: molto meglio coltivare la concretezza dell’agire, vocarsi al pragmatismo perché scrivere non ti permette di incidere di fatto sul reale. Questi scrittori sfigati e sognatori! questi poeti narcisisti e detrattori dell’altrui! a che servono mai?

Oggi – si direbbe – veramente a niente, se basta googlare una delle tante fonti di intelligenza artificiale per trovare in breve soluzioni ad personam, per spiegare con chiarezza cosa senti, cosa vuoi, cosa devi dire. Niente più pomeriggi persi ad arrotondare le parole, a smussarne gli angoli, a seguirne la nitidezza dei colori. Scrivere è un’attività giudicata inutile, poco produttiva, economicamente non proficua, direi quasi antiquata. E allora mi viene da pensare di nuovo alla Szymborska e mi viene da chiedermi lei questa cosa come l’avrebbe vista. Anche perché, a tanti anni di distanza dalla cerva col muso di carta zuccherino, si trovò a tornare sul medesimo argomento con un testo che amo molto:


The Falling Man, fotografia scattata da Richard Drew il giorno degli attentati alle Torri Gemelle.

 

Sono saltati giù dai piani in fiamme —
uno, due, ancora qualcuno
sopra, sotto.

La fotografia li ha fissati vivi,
e ora li conserva
sopra la terra verso la terra.

Ognuno è ancora un tutto
con il proprio viso
e il sangue ben nascosto.

C’è abbastanza tempo
perché si scompiglino i capelli
e dalle tasche cadano
gli spiccioli, le chiavi.

Restano ancora nella sfera dell’aria,
nell’ambito di luoghi
che si sono appena aperti.

Solo due cose posso fare per loro —
descrivere quel volo
e non aggiungere l’ultima frase.

[Wisława Szymborska, Fotografia dell’11 settembre, 2002][2]

 

Era trascorso da poco l’11 settembre del 2001 (settembre sa ben essere strano…) e nella mente e negli occhi di ciascuno era rimasta forte e viva la sensazione che qualcosa di terribile ci avesse scelto come testimoni. Testimoni dell’imprevedibile, dell’assurdo che si realizza nel suo peggiore modo, della vita che si sgretola in un attimo nella disperazione. Una sensazione – non lo sapevamo ancora - destinata ad acuirsi nell’epoca a venire. Eppure anche davanti all’impossibilità lampante di rispondere al reale, la scrittura della Szymborska segna come possibile una via, un modo per bloccare il tempo, per salvare la memoria, per tutelare e prolungare la finitezza umana. Perché è evidente che si scrive per superare sé stessi, per contenere la paura costante della fine, per compensare la mortificazione umana dell’essere parziale. E allora - mi ripeto - forse anche oggi, mentre imperversa la scrittura taroccata dell’intelligenza artificiale, potrebbe ancora avere un senso incantare sulla pagina – come quel tale ebbe a dire - il “guazzabuglio” tutto umano d’ogni cuore.







[1] In Wisława Szymborska, La gioia di scrivere. Tutte le poesie 1945-2009 (Adelphi, 2009), testo polacco a fronte, a cura di P. Marchesani, traduttore L. Rescio.

[2] Ivi


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