FRANCIA-ITALIA: PONTI DI POESIE - Maria P. Mischitelli - Lucifero: angelo caduto o deluso? Una finestra sulle Microchimere
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| Maria P. Mischitelli |
La nostra cultura occidentale è costruita anche sull’immagine di un angelo che cade. È il non serviam di Lucifero. Ma se provassimo a guardare questa caduta non soltanto come un atto di arrogante ribellione, bensì come l’esito di una delusione?
Nella lettura che propongo, Lucifero percepisce nella propria condizione un’ingiustizia profonda. Lui, il «portatore di luce», si vede soppiantato dall’umano, dalla creatura fatta di carne e materia. La sua non è allora soltanto la rivolta di un angelo: è anche, simbolicamente, la ferita di un fratello che non accetta di cedere il posto all’altro. È la stessa radice della gelosia che ritroveremo in Caino contro Abele: il rifiuto del legame, la rottura della fraternità. La mia ricerca sulle Microchimere nasce proprio da questa ferita. Mi sento, in qualche modo, sorella di Abele, consapevole che il mio cammino di scrittura è un tentativo di riparare ciò che il gesto fratricida ha infranto: ricostruire l’umano là dove il caos ha tentato di cancellarlo. La Creazione non fu un semplice impulso del pensiero. Fu — ed è ancora — un dispiegarsi di Amore che chiede di incarnarsi. Quando Dio dice «Fiat lux», la Parola non rimane sospesa nel vuoto dell’idea: chiama la luce, coinvolge la materia, crea il reale. All’idea segue la materia; alla Parola segue il Gesto. È qui che, nella mia interpretazione, risiede una delle fratture di Lucifero: perdersi nell’astrazione del proprio orgoglio, immaginando che la perfezione possa risiedere nella purezza del pensiero, in un distacco che rifiuta la contaminazione della materia. Eppure il gesto del Creatore non conosce questa scissione: unisce Amore, Parola e fare. Creare significa uscire da sé per offrire esistenza all’altro; è un atto di generosità che non può esaurirsi nel pensiero. Il Fiat è movimento, impegno, relazione: lega il Creatore alla sua creatura. Ricordando le mie antenate, ho capito che, quando impasto il pane o scrivo, non faccio che ripetere – nel mio piccolo, a mia misura – qualcosa di quel gesto creatore. Quando facevano il pane o lavavano i panni, le mie nonne trasmettevano un amore che appartiene allo stesso soffio da cui nasce il mondo. Le mie parole sono come le pietre a secco dei muretti della Liguria e della Puglia, paesaggi che porto dentro di me come un Eden ritrovato. Ogni parola è una pietra che poso per ricostruire la bellezza che resiste, animata dal ricordo del sorriso di Joseph, dalla mano dolce di mia madre che mi cura: «Ne n’è nnende, mammà, ne n’è nnende, dop’ t’ passa tutt’». Quando il dolore sembrava insopportabile, lei mi accarezzava e sussurrava in dialetto: «Non è niente, figlia mia, non è niente… poi passa tutto». Il mio gesto è la mia risposta all’apocalisse: non soltanto a quella che minaccia il mondo intero, ma anche a quella, devastante e silenziosa, che può attraversare una vita. Se il mondo si sgretola per mancanza d’amore, io provo a rispondergli ricostruendolo, frammento dopo frammento, con la stessa tensione creatrice contenuta nel Fiat. La svolta: dal dolore alla riparazione Dante ci consegna l’immagine di un Lucifero immobile, imprigionato nel ghiaccio: «Lo imperador del doloroso regno da mezzo ’l petto uscia fuor de la ghiaccia; e più con un gigante io mi convegno, che i giganti non fan con le sue braccia». (Inferno, XXXIV, 28-31) È un’immagine potentissima: il male non è soltanto fiamma, ma immobilità, gelo, incapacità di entrare nuovamente in relazione. La figura dell’angelo caduto attraversa anche la poesia moderna. Victor Hugo, ne La Fin de Satan, immagina la caduta e la possibile redenzione di Satana all’interno di una vasta meditazione sul male, sulla libertà e sulla salvezza. Con Baudelaire il movimento cambia ancora. Nelle Litanies de Satan, Satana assume i tratti del vinto, dell’esiliato, di colui al quale è stato fatto torto: «Ô Prince de l’exil, à qui l’on a fait tort, Et qui, vaincu, toujours te redresses plus fort». «O Principe dell’esilio, a cui è stato fatto torto, e che, sconfitto, ti rialzi sempre più forte.» E il ritornello insiste: «Ô Satan, prends pitié de ma longue misère !» «O Satana, abbi pietà della mia lunga miseria!» Questa figura dell’esiliato e del ferito risuona oggi persino nella cultura popolare. Nella serie televisiva Lucifer, l’angelo abbandona l’Inferno per vivere sulla Terra. Dietro l’ironia e il gioco narrativo emerge progressivamente anche la ferita del rapporto con il Padre, il sentimento dell’abbandono, il bisogno di essere riconosciuto e la possibilità di trasformarsi attraverso il rapporto con gli esseri umani. La lingua del gesto: una metamorfosi del quotidiano Contro il caos dell’indifferenza e l’immobilità paralizzante della sofferenza, scelgo di opporre la via di San Francesco. Il suo non è soltanto un gesto di carità: è una metamorfosi radicale. Spogliandosi di tutto, Francesco trasforma la propria esistenza in un atto creativo continuo, capace di riconoscere il sacro nel frammento, nell’umile, nell’effimero. Come San Francesco trova il sacro nel quotidiano, io trovo la mia misura nel lavoro paziente della materia. La mia pratica di scrittura è anche un’eco dell’arte dei muretti a secco della mia Liguria e della mia Puglia: un’architettura fragile e tenace che sfida la gravità e il tempo, nella quale ogni pietra – pur tendendo naturalmente a cadere –viene raccolta e ricollocata dall’essere umano in un nuovo equilibrio. Come ho scritto: «Il mondo non smette di crollare e le mie parole sono le pietre a secco della Liguria con cui lo ricostruisco senza sosta.» Questa è, per me, la vera lingua del gesto: una metamorfosi profonda che, come il Fiat divino, capace di trarre la luce dall’oscurità, risponde alla distruzione del mondo con l’ostinazione della bellezza. Non si tratta di dominare la materia, ma di ascoltarne persino la tendenza a cadere, per offrirle, attraverso la cura, una nuova forma di stabilità. Questa santità del quotidiano diventa allora l’antidoto alla tentazione di Lucifero. Finché rimane rinchiuso nel proprio orgoglio, Lucifero si condanna all’immobilità: rifiuta di agire, rifiuta di creare, si irrigidisce nel gelo della propria delusione. Ma nel momento in cui la parola torna a essere poiein – fare, creare –, quando il linguaggio ridiventa gesto, mano che impasta, pietra che si posa, il ciclo della punizione può spezzarsi. Diventando creatore, Lucifero smette di guardare il mondo dalla propria torre d’avorio. Accetta di farne parte, di sporcarsi le mani, di lasciarsi trasformare. È qui che il pensiero di Italo Calvino incontra profondamente la mia ricerca. Nelle Lezioni americane, Calvino interroga continuamente la responsabilità della letteratura di fronte a un mondo che rischia di perdere forma, precisione e consistenza. La parola letteraria può allora diventare uno strumento per restituire alle cose la loro presenza, per stabilire nuovi legami tra il linguaggio e il mondo. È questo poiein – questo fare attraverso la parola – che mi interessa. Il Lucifero «deluso» può allora smettere di punire quando rinuncia alla propria separatezza e accetta la fedeltà all’umano. Le Microchimere non hanno ali: hanno mani che lavorano. Scrivere, impastare il pane, posare una pietra, custodire una memoria: sono gesti diversi di una stessa resistenza. Scrivere un verso diventa allora, per me, un modo di riparare il mondo. Una finestra aperta sulla bellezza che resiste. Nota: la serie televisiva Lucifer, creata da Tom Kapinos, è basata sul personaggio sviluppato per DC Comics da Neil Gaiman, Sam Kieth e Mike Dringenberg. |


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