FRAGMENTA - Deborah Prestileo - Manzoni e Cohen: istruzioni per il buio

 

Deborah Prestileo

«No, prof., Manzoni no!». A dirlo sono loro, due delle mie studentesse più appassionate. Leggono, discutono, fanno domande, si lasciano coinvolgere. Se un romanzo le inquieta, lo dicono; se un personaggio le irrita, lo difendono o lo attaccano; se una pagina non funziona, non hanno nessuna difficoltà a dirlo. Con i libri hanno un rapporto vivo, curioso, persino litigioso: non li prendono per buoni, ci discutono. Eppure, quando sentono pronunciare «Manzoni», sembra che davanti a loro si materializzi improvvisamente tutto ciò che a scuola abbiamo deciso che Manzoni debba essere: romanzo storico, Provvidenza, conversione, umili, Seicento, lingua, peste, lieto fine. Un intero repertorio già confezionato con il cellophane. Eppure dentro I promessi sposi ci sono rapimenti e violenza, fame e guerra, tortura e ricatto, paura e arbitrio, corpi esposti alla peste, uomini schiacciati dal potere, coscienze smarrite, la disperazione di chi non trova più un senso e la crisi di chi non riesce più a credere. Non proprio il genere di materiale che ci si aspetterebbe da un libro condannato a essere riassunto nella formula «opera della Provvidenza». Ma forse la questione di Manzoni-a-scuola è molto più semplice di come la pensiamo: bisogna restituire a I promessi sposi il diritto di essere un qualsiasi romanzo che può annoiare, irritare, divertire, sorprendere e, perché no, persino appassionare. «Se riesce a farmi piacere Manzoni, le faccio una statua…» mi dice una delle due. «Va bene», le rispondo, «per me solo marmo di Carrara!».

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Da questa battuta, quasi per gioco, mi viene in mente Leonard Cohen. You Want It Darker, title track dell’omonimo album pubblicato il 21 ottobre 2016, è una canzone costruita su un linguaggio biblico e su una religiosità tutt’altro che pacificata. Già, perché Cohen non dice semplicemente it is darker, non constata che il mondo è oscuro. Dice you want it darker. L’oscurità viene messa in rapporto con una volontà. E quando compare una volontà compare anche una responsabilità. Chi vuole il buio? Che cosa significa volerlo? Quanto di quell’oscurità appartiene alle circostanze e quanto alle nostre scelte? E soprattutto: che cosa accade quando l’uomo scopre di non essere soltanto spettatore del male, ma di aver contribuito a costruirlo? Sono domande che possono entrare nella notte dell’Innominato. La sua conversione non è semplicemente la storia di un cattivo che diventa buono. Prima ancora di cambiare comportamento, l’Innominato attraversa una crisi di identità. Per tutta la vita ha costruito se stesso sulla possibilità di comandare agli altri: il suo potere consiste precisamente nel poter dire agli altri che cosa fare, ma dopo il rapimento di Lucia scopre che la propria volontà non gli obbedisce più. In particolare, quando tenta di impartire un nuovo ordine al Nibbio, dentro di sé avverte «un altro no interno più imperioso del primo». È una frase straordinaria perché introduce una contraddizione proprio nel luogo in cui l’Innominato si credeva più forte. L’uomo degli ordini scopre di avere dentro di sé una volontà che non obbedisce. Può minacciare, punire, disporre, comandare, ma non riesce a mettere a tacere quella parte di sé che improvvisamente fa resistenza. Il potere sugli altri non gli ha dato il potere su se stesso. Anzi, quanto più l’Innominato ha esteso il proprio dominio sul mondo, tanto meno riesce a sentirsi padrone della propria interiorità. Quello che aveva scambiato per libertà comincia a mostrargli il proprio rovescio. Per questo le sue domande segnano una frattura: «Se quell’altra vita [...] non c’è; [...] che fo io?», e subito dopo: «E se c’è quest’altra vita...!». L’uomo dell’imperativo entra nel territorio del condizionale. È il crollo di una certezza. L’Innominato, che ha sempre deciso per gli altri, non sa più che cosa decidere per sé e per la prima volta deve fare i conti con una domanda che non può risolvere con un ordine. È difficile non pensare, a questo punto, ad Agostino e al suo «cuore inquieto»: fecisti nos ad te et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te. Nelle Confessioni, l’inquietudine nasce dalla sproporzione fra ciò che l’uomo desidera e ciò che il mondo può offrirgli. Possiamo inseguire con tutte le nostre forze il potere, il possesso, il successo, la libertà e scoprire, una volta raggiunti, che non erano ciò che cercavamo davvero. L’Innominato sembra arrivare esattamente a questo punto. Ha ottenuto il potere, ma non la pace. Ha ridotto gli altri alla propria volontà, ma non riesce più a governare la propria. La sua crisi nasce dalla scoperta che ciò che possiede non gli basta.

Anche per questo il darker di Cohen non è semplicemente “la notte”. Il buio diventa una condizione della coscienza, il momento in cui le parole con cui ci siamo raccontati fino a quel momento cominciano a non funzionare più. La forza può rivelarsi violenza, la libertà dominio, la necessità un alibi. Cohen porta questa ambiguità fino al limite quando scrive: «If you are the dealer, / I'm out of the game» e subito dopo «If you are the healer, / I'm broken and lame». Il soggetto non è più quello che distribuisce le carte. È dentro un gioco che non controlla. Può trovarsi davanti al dealer, oppure all’healer: a colui che decide le carte o a colui che può curare una ferita. In entrambi i casi, la posizione è la stessa: quella di chi deve riconoscere la propria vulnerabilità. Ancora più inquietante è la frase: «I didn't know I had permission / To murder and to maim». La parola decisiva è permission. Non soltanto il male, dunque, ma la sua giustificazione. Il momento in cui una persona riesce a raccontarsi che ciò che sta facendo le è consentito, necessario, autorizzato. È un passaggio fondamentale perché il male, per essere compiuto, non ha sempre bisogno di apparire come male. Può presentarsi come dovere, diritto, vendetta, necessità. Anche il potere dell’Innominato funziona secondo questa grammatica: ordina, minaccia, punisce, dispone. Gli altri diventano funzioni della sua volontà. La crisi comincia quando quella costruzione non regge più, quando Lucia non può essere soltanto la prigioniera che egli ha fatto rapire, ma torna a essere, davanti a lui, una persona. E allora la parola decisiva arriva proprio da chi possiede meno potere. «Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia». Durante la notte, quelle parole tornano nella mente dell’Innominato «con un suono pieno d’autorità». La loro forza non deriva dalla posizione di chi le ha pronunciate. Lucia non può imporre nulla all’uomo che la tiene prigioniera: non può minacciare, non può costringere, non può comandare. Può soltanto parlare e la parola che pronuncia non è vendetta: è misericordia. Per la prima volta l’Innominato si trova davanti a qualcosa che il suo potere non può ottenere e che la violenza non può produrre: la possibilità di essere guardato non soltanto per ciò che ha fatto, ma anche per ciò che potrebbe ancora diventare. La misericordia non dice che il male non conta, non assolve l’azione semplicemente perché chi l’ha compiuta può cambiare. Tiene insieme due cose che spesso preferiamo separare: la responsabilità e la possibilità. Il male rimane male; la vittima rimane vittima; il passato rimane passato. Ma una persona non rimane per sempre il male che ha commesso. È questa la vera radicalità della conversione dell’Innominato. Non diventa semplicemente «buono» al posto di essere «cattivo». Cambia il modo in cui guarda e si guarda.

La misericordia, in questo senso, non è debolezza. È una forma esigente di conoscenza che consiste nel vedere il male senza lasciare che il male diventi l’unica cosa che si vede. In You Want It Darker la luce non arriva a ricomporre ordinatamente le contraddizioni. Restano la vergogna e la gloria, la ferita e la guarigione, la responsabilità e il mistero. È forse questo che vorrei riuscire a far vedere alle mie studentesse quando protestano: che sotto il «romanzo storico», sotto la «Provvidenza», sotto la «conversione» e persino sotto quella parola ormai quasi intimidatoria che è «Manzoni», c’è un romanzo pieno di uomini che desiderano, sbagliano, esercitano il potere, ne diventano prigionieri e, qualche volta, riescono a cambiare. E allora la misericordia è la scelta di non considerare mai conclusa la storia di una persona, tenendo aperto ciò che il giudizio vorrebbe chiudere: la possibilità di un cambiamento, di una restituzione, di una vita che non sia la semplice continuazione di ciò che è stata. L’Innominato non è più soltanto l’uomo che è stato, ma non è ancora l’uomo che sarà. Rimane sospeso, vulnerabile, aperto. Forse è proprio questo che significa essere – sempre, ancora – perduti: non avere una forma definitiva, non essere arrivati alla fine di sè, non aver esaurito ciò che una vita può ancora diventare. «You want it darker»: più buio, dunque – perché solo quando il buio si fa più buio si può tornare a  pronunciare: «Hineni, hineni»*.


*Hineni, in ebraico «eccomi»: non soltanto esserci, ma essere finalmente presenti a ciò che ci chiama; stare davanti alla propria vita senza più potersi nascondere.


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