FLUSSI E VISIONI - Zeudi Zacconi - “IL NOSTRO CANTO D’AMORE”
Marina Abramović e Ulay, Rest Energy, performance art, Dublino 1980
Stare nell'amore senza
aggrapparsi all'amore.
Amare da un luogo
di libertà.
Può esistere un amore senza chiedere ad
un'anima di perdere se stessa?
I confini, le misure, la fusione.
Soluzioni dove gli elementi si concentrano, dove si disperdono. L'abbraccio di
agenti che si sciolgono l'uno nell'altro, l'uno per l'altro. I legami. Le
scissioni. Si ama da luoghi distanti o dallo stesso luogo? Si ama per
immersione o per affioramento? Si può essere e amare senza spegnere la luce
dell'altro, la sua missione, la sua fiamma? Siamo uno o due nell'amore? Siamo
interi o spezzati?
Universi che scelgono di camminare
insieme senza perdere ciascuno il proprio centro di gravità. Questa è la prova
più alta a cui l'amore chiama. Non si tratta di quanto amare, ma di come amare.
Si tratta di percorrere la strada del non attaccamento, poiché il bisogno
dell'altro è la misura esatta del rapporto che abbiamo con la nostra paura di
perderlo.
Ci hanno insegnato che l'amore va
meritato. E solo se ne siamo degni lo riceviamo. E questo è il grande inganno.
E da qui il grande dolore. La perdita viene vissuta come tale solo se abbiamo
interiorizzato il concetto di amore come premio. Amore che va e viene. Oggetto
di scambio che si riceve e si perde, che si dà e si toglie. E invece no. La
fonte dell'amore è radice interna, è mare dentro. Da noi tutto proviene e a noi
tutto ritorna. Senza rubinetti o intermittenze. Senza andare e venire – stare.
Quando si ama con attaccamento si ama da un luogo di dipendenza che genera dinamiche distruttive, poiché l'altro diventa il regolatore esterno del nostro sistema nervoso. Ci attiviamo e disattiviamo in base ai comportamenti che accendono in noi vecchie fuochi mai spenti. Equilibrio o controllo? Eppure è possibile costruire senza disperdersi, amare senza distruggersi. Inglobare la perdita senza temerla permette di essere liberi di scegliere ogni giorno l'altra persona. E solo nella scelta si è davvero vicini ad un luogo di libertà. E solo da quel luogo è davvero possibile amare.
Come potrei trattenere la mia anima
perché non tocchi la tua?
Come sollevarla da te a cose altrui?
Vorrei nasconderla in un luogo perduto nel buio,
in un angolo silenzioso e lontano
che non risuoni se vibrano le tue profondità.
Ma ogni cosa che ci sfiora – te e me –
ci tiene uniti come l’arco che, su due corde,
ne trae una sola voce.
Su quale strumento siamo tesi?
E quale suonatore ci tiene in mano?
Oh, dolcissimo canto.
[Rainer Maria Rilke, Canto d'amore]
Si immette così il dilemma della
fusione. Il conflitto tra desiderio di intimità e protezione dell’Io. Azzerare
i confini senza annullare l'individualità. Attrazione senza sovrapposizione.
Anime tese sullo stesso strumento musicale e suonate da una forza esterna e
superiore. Anime che non sono libere. L'unione profonda è benedizione o
prigionia? L'ossessione del possesso e l'appartenenza all'altro ci fanno
sentire davvero al sicuro o ci nutrono di un'illusione precaria in cui ci
sentiamo costantemente in pericolo?
Una tensione affettiva come una corda
costantemente tesa che ci tira e ci attira verso l'altro ma lontano da noi. Un
unicum totalizzante in cui si rischia di non riconoscersi più. Eppure così
estatico perdersi, così sollevante affidarsi. Il terrore dell’abbandono. Il
conforto dello smarrimento.
Ma l'amore si compie quando l’incedere verso
l'altro è passo dentro noi stessi. Quando
io sono io e tu se tu. E possiamo continuare ad esserlo stando vicini. E
stando vicini è senza ferirci. Così se il
dono/ è la ferita che ti porto, la ferita è ciò che siamo chiamati a risanare
per amarci senza divorarci. Per uscire dal luogo oscuro delle nostre paure.
C'è un luogo nell'altro in cui non possiamo entrare. È il luogo sacro della sua solitudine.
Amare non significa fin dall’inizio essere tutt’uno, donarsi e unirsi a un altro (poiché cosa sarebbe mai unire l’indistinto, il non finito, ancora senza ordine?); è una sublime occasione per il singolo di maturare, di diventare in sé qualcosa, di diventare mondo, diventare mondo per sé per amore di un altro, è una grande, immodesta pretesa a lui rivolta, qualcosa che lo presceglie e lo chiama a vasti uffici. Solo in questo senso, come compito di lavorare a sé (“di stare all’erta e martellare notte e dì”), i giovani potrebbero usare l’amore che viene loro dato. Essere tutt’uno e donarsi e ogni sorta di comunione non è per loro (che ancora a lungo devono risparmiare e radunare), è il compimento, è forse quello per cui oggi intere vite umane ancora non sono sufficienti. In questo però i giovani sbagliano così spesso e gravemente: che essi (nella cui natura è non avere pazienza) si gettano l’uno all’altro quando l’amore li assale, si spandono così come sono, in tutto il loro disordine, scompiglio e turbamento… Ma come fare allora? (…) Se resistiamo e prendiamo su di noi questo amore come fardello e tirocinio, invece di perderci in tutto quel gioco frivolo e lieve (…) allora forse un piccolo progresso e un certo sollievo saranno percettibili a coloro che verranno molto dopo di noi (…) E questo amore più umano (…) somiglierà a quello che noi lottando con fatica andiamo preparando, l’amore che consiste in questo: che due solitudini si proteggano, si limitino e si inchinino l’una innanzi all’altra.
[Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta]
La vertigine dell’unione simbiotica e il
tentativo di proteggere i confini della propria identità – tenere salde le due
estremità – quando le profondità emotive dell’altro scuotono le nostre. Vibrare
all’unisono. Temere di essere assimilati. Autoconservarsi senza nascondersi.
Preservare l’unione senza annullarsi. Senza fuggire. L’audacia della prossimità, il rischio del contatto emotivo.
Ma c’è un mistero che governa l’amore. Che fa suonare lo strumento su cui siamo tesi, perché possiamo esserne estesa e libera vibrazione che sappia entrare nelle crepe dell’anima. E produrre una melodia che soli non avremmo mai ascoltato: il nostro canto d’amore.

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