FLUSSI E VISIONI - Zeudi Zacconi - “IL NOSTRO CANTO D’AMORE”

 

 Marina Abramović | Art21

Marina Abramović e Ulay, Rest Energy, performance art, Dublino 1980

 

 

 

Stare nell'amore senza

aggrapparsi all'amore.

Amare da un luogo

di libertà.

  

Può esistere un amore senza chiedere ad un'anima di perdere se stessa?

 


I confini, le misure, la fusione. Soluzioni dove gli elementi si concentrano, dove si disperdono. L'abbraccio di agenti che si sciolgono l'uno nell'altro, l'uno per l'altro. I legami. Le scissioni. Si ama da luoghi distanti o dallo stesso luogo? Si ama per immersione o per affioramento? Si può essere e amare senza spegnere la luce dell'altro, la sua missione, la sua fiamma? Siamo uno o due nell'amore? Siamo interi o spezzati?

Universi che scelgono di camminare insieme senza perdere ciascuno il proprio centro di gravità. Questa è la prova più alta a cui l'amore chiama. Non si tratta di quanto amare, ma di come amare. Si tratta di percorrere la strada del non attaccamento, poiché il bisogno dell'altro è la misura esatta del rapporto che abbiamo con la nostra paura di perderlo.

Ci hanno insegnato che l'amore va meritato. E solo se ne siamo degni lo riceviamo. E questo è il grande inganno. E da qui il grande dolore. La perdita viene vissuta come tale solo se abbiamo interiorizzato il concetto di amore come premio. Amore che va e viene. Oggetto di scambio che si riceve e si perde, che si dà e si toglie. E invece no. La fonte dell'amore è radice interna, è mare dentro. Da noi tutto proviene e a noi tutto ritorna. Senza rubinetti o intermittenze. Senza andare e venire – stare.

Quando si ama con attaccamento si ama da un luogo di dipendenza che genera dinamiche distruttive, poiché l'altro diventa il regolatore esterno del nostro sistema nervoso. Ci attiviamo e disattiviamo in base ai comportamenti che accendono in noi vecchie fuochi mai spenti. Equilibrio o controllo? Eppure è possibile costruire senza disperdersi, amare senza distruggersi. Inglobare la perdita senza temerla permette di essere liberi di scegliere ogni giorno l'altra persona. E solo nella scelta si è davvero vicini ad un luogo di libertà. E solo da quel luogo è davvero possibile amare.

 

Come potrei trattenere la mia anima

perché non tocchi la tua?

Come sollevarla da te a cose altrui?

Vorrei nasconderla in un luogo perduto nel buio,

in un angolo silenzioso e lontano

che non risuoni se vibrano le tue profondità.

 

Ma ogni cosa che ci sfiora – te e me –

ci tiene uniti come l’arco che, su due corde,

ne trae una sola voce.

Su quale strumento siamo tesi?

E quale suonatore ci tiene in mano?

Oh, dolcissimo canto.

[Rainer Maria Rilke, Canto d'amore]

  

Si immette così il dilemma della fusione. Il conflitto tra desiderio di intimità e protezione dell’Io. Azzerare i confini senza annullare l'individualità. Attrazione senza sovrapposizione. Anime tese sullo stesso strumento musicale e suonate da una forza esterna e superiore. Anime che non sono libere. L'unione profonda è benedizione o prigionia? L'ossessione del possesso e l'appartenenza all'altro ci fanno sentire davvero al sicuro o ci nutrono di un'illusione precaria in cui ci sentiamo costantemente in pericolo? 

Una tensione affettiva come una corda costantemente tesa che ci tira e ci attira verso l'altro ma lontano da noi. Un unicum totalizzante in cui si rischia di non riconoscersi più. Eppure così estatico perdersi, così sollevante affidarsi. Il terrore dell’abbandono. Il conforto dello smarrimento.

Ma l'amore si compie quando l’incedere verso l'altro è passo dentro noi stessi. Quando io sono io e tu se tu. E possiamo continuare ad esserlo stando vicini. E stando vicini è senza ferirci. Così se il dono/ è la ferita che ti porto, la ferita è ciò che siamo chiamati a risanare per amarci senza divorarci. Per uscire dal luogo oscuro delle nostre paure.

C'è un luogo nell'altro in cui non possiamo entrare. È il luogo sacro della sua solitudine.

Amare non significa fin dall’inizio essere tutt’uno, donarsi e unirsi a un altro (poiché cosa sarebbe mai unire l’indistinto, il non finito, ancora senza ordine?); è una sublime occasione per il singolo di maturare, di diventare in sé qualcosa, di diventare mondo, diventare mondo per sé per amore di un altro, è una grande, immodesta pretesa a lui rivolta, qualcosa che lo presceglie e lo chiama a vasti uffici. Solo in questo senso, come compito di lavorare a sé (“di stare all’erta e martellare notte e dì”), i giovani potrebbero usare l’amore che viene loro dato. Essere tutt’uno e donarsi e ogni sorta di comunione non è per loro (che ancora a lungo devono risparmiare e radunare), è il compimento, è forse quello per cui oggi intere vite umane ancora non sono sufficienti. In questo però i giovani sbagliano così spesso e gravemente: che essi (nella cui natura è non avere pazienza) si gettano l’uno all’altro quando l’amore li assale, si spandono così come sono, in tutto il loro disordine, scompiglio e turbamento… Ma come fare allora? (…) Se resistiamo e prendiamo su di noi questo amore come fardello e tirocinio, invece di perderci in tutto quel gioco frivolo e lieve (…) allora forse un piccolo progresso e un certo sollievo saranno percettibili a coloro che verranno molto dopo di noi (…) E questo amore più umano (…) somiglierà a quello che noi lottando con fatica andiamo preparando, l’amore che consiste in questo: che due solitudini si proteggano, si limitino e si inchinino l’una innanzi all’altra.

[Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta]

  

La vertigine dell’unione simbiotica e il tentativo di proteggere i confini della propria identità – tenere salde le due estremità – quando le profondità emotive dell’altro scuotono le nostre. Vibrare all’unisono. Temere di essere assimilati. Autoconservarsi senza nascondersi. Preservare l’unione senza annullarsi. Senza fuggire. L’audacia della prossimità, il rischio del contatto emotivo.

Ma c’è un mistero che governa l’amore. Che fa suonare lo strumento su cui siamo tesi, perché possiamo esserne estesa e libera vibrazione che sappia entrare nelle crepe dell’anima. E produrre una melodia che soli non avremmo mai ascoltato: il nostro canto d’amore.

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