FIORI DI LOTO - Maddalena Carbone - Nessuno è un territorio pacificato

 

Maddalena Carbone 

Homo sum, humani nihil a me alienum puto.

Sono un uomo, non ritengo a me estraneo nulla di ciò che è umano.

 

Probabilmente, questo è il più famoso verso di Terenzio, tratto dalla commedia dell’Heautontimorumenos (Il punitore di se stesso). Queste parole sono state recuperate da autori successivi che ne hanno dato una lettura più filosofica, trasformandole in una massima che celebra l’humanitas, cioè il rispetto profondo per l’essere umano in quanto tale, senza alcun pregiudizio. Va detto che una simile interpretazione non è propriamente corretta dal punto di vista filologico, poiché essa stacca il verso dal suo contesto originario. Nell’opera terenziana, infatti, Cremete dice che nulla di ciò che è umano lo impressiona, per difendersi dall’accusa del suo vicino di casa, Menedemo, protagonista della commedia, di essere un impiccione. In un suo studio, Maurizio Bettini definisce la battuta di Cremete «un elogio all’indiscrezione», ed è su questo spunto che voglio soffermarmi, tralasciando ogni altra implicazione filologica stricto sensu.

Se è vero che ogni opera letteraria parla alla sensibilità di chi legge, allora le parole di Terenzio ci invitano a non temere di far diventare vicino ciò che ci è estraneo. Nella storia di ognuno può esserci un dettaglio che ci parla e abbatte le barriere che ci separano: le fragilità altrui diventano uno specchio in cui scorgere la radice universale della nostra sofferenza, per non sentirci più incompresi.

L’estraneità non riguarda soltanto gli altri: l’uomo contemporaneo, infatti, è spesso estraneo anche a se stesso. Diviso, contraddittorio, incapace di riconoscersi interamente in una sola immagine, egli porta dentro di sé parti che si respingono e che pure si appartengono.

Dimidiato, mutilato, incompleto, nemico a se stesso è l’uomo contemporaneo; Marx lo disse alienato, Freud represso; uno stato d’antica armonia è perduto, a una nuova completezza s’aspira.

Questa citazione di Italo Calvino, che si trova nell’introduzione alla trilogia de I nostri antenati, si riferisce al racconto de Il visconte dimezzato. Il protagonista, Medardo, colpito in guerra da una palla di cannone, anziché morire sul colpo, si ritrova inspiegabilmente diviso in due metà, dotate di una propria volontà e coscienza. Le parti si cercano continuamente per potersi riunire nella totalità della persona del visconte, come accadrà effettivamente nel finale. Resta, però, un interrogativo: la ricongiunzione tra le metà del protagonista, una buona e l’altra cattiva, è una vera ricomposizione? Calvino ci offre una chiave di lettura tipicamente postmoderna: l’identità dell’uomo è in crisi, l’originario stato di grazia è perduto e il corpo può apparire integro all’esterno, mentre la coscienza rimane intimamente lacerata.

Ti ho già più volte spiegato che la mia anima è, per così dire, divisa in due.

Così si rivolge Anna Frank a Kitty, nel suo diario, nell’ultima pagina che scrisse prima di essere arrestata. Ogni volta che questo brano ricorre nelle antologie scolastiche, scelgo di proporlo ai miei alunni, che stanno vivendo il momento in cui scoprono di essere «un fastello di contraddizioni»: apprendono che crescere non significa trovare un’identità definitiva, ma perdere certezze e costruirne di nuove. Imparano, forse per la prima volta, che non tutto è bianco o nero, e che la persona che stanno diventando è fatta anche di quelle sfumature che ancora non sanno nominare. Cominciano a capire che nessun uomo è un’isola, ma che, allo stesso tempo, nessuno di noi è un territorio pacificato: il processo identitario è costante.

Forse, quel humani nihil a me alienum puto non parla soltanto degli altri, ma anche di noi, della nostra parte buona e di quella che vorremmo nascondere, delle contraddizioni che ci abitano e che non sempre sappiamo conciliare. Siamo tutti, in qualche misura, dimezzati e contraddittori; tutti impegnati, come il visconte di Calvino, a ricomporre e incastrare frammenti di noi. È proprio questa incompletezza, più di ogni nostra somiglianza, a renderci umani: individuando nell’altro ciò che ancora fatichiamo a riconoscere in noi stessi, scopriamo che ciò che è estraneo può esserci, al contrario, prossimo, che ogni narrazione umana, anche quella più distante da noi, contiene il germe di qualcosa che ci riguarda.

 


Commenti

Post più popolari