CRONACHE A MANAGUA - Davide Toffoli - Veronica Chiossi, IL COLTELLO SUL VASSOIO, Molesini 2025

 

Veronica Chiossi, IL COLTELLO SUL VASSOIO, Molesini Editore Venezia, 2025


Il coltello sul vassoio, il secondo libro in versi della poetessa veneziana Veronica Chiossi, è opera della maturità, coraggiosa ed efficace, dopo l’interessante esordio di Candeggina (Ensemble, 2019). Scrive Daniele Piccini nella prefazione: “In un libro di poesia, infatti, come fosse un film (di cui il singolo testo è il fotogramma), ha un ruolo decisivo la sequenza, la serie, il senso progressivo delle varie scene e delle loro inquadrature”. Ecco perché è quantomeno opportuno iniziare con una riflessione sull’immagine evocata dal titolo: Il coltello sul vassoio è una potente metafora che ci mette di fronte, servendoceli, due elementi contrastanti, che ben evocano e spiegano la natura del trauma e della rinascita dell’autrice.

Il coltello rappresenta l’arma, la ferita, la prevaricazione e il pericolo mortifero annidato in un rapporto tossico, mentre il vassoio rimanda a una dimensione domestica, all’accoglienza, alla cura e alla quotidianità che appartengono alla vita familiare o di coppia. Quasi come dire che “il dolore è servito”, perché l'abuso psicologico e il narcisismo non arrivano quasi mai da un nemico lontano, ma vengono serviti su un piatto d'argento proprio all'interno delle mura di casa o dalle persone da cui ci si aspetterebbe semplicemente amore. Ma a questa lettura non si può non affiancare un’altra prospettiva possibile: il coltello, lo strumento che recide, può essere letto come simbolo della parola poetica, della scrittura cruda, tagliente e spoglia di Veronica Chiossi che agisce come una lama chirurgica che serve a tagliare via il legame tossico, a ripulire e a curare la ferita. E, in quest’ottica, questo strumento di resurrezione personale viene messo a disposizione, sul vassoio appunto, di ciascun lettore.

Le prime due sezioni, significativamente, hanno lo stesso titolo, Inventario del disamore (I e II): la prima sequenza è dedicata infatti al padre morto, al sentimento di abbandono provato da adolescente, e il testo che la apre (“Le vertebre nude dei tubi in cucina, / la primavera a lutto di marzo”) è una versione rinnovata, asciugata e potata, de La valigia di mio padre che già appariva nel primo libro e che qua si conferma in tutta la propria potenza espressiva, dove si cercano le tracce di chi è fuggito via, andando fuori dal cerchio familiare: “Poi ho perso di gravità / (una sposa-bambina lasciata all’altare) / poi ho perso il mio nome // Ho sniffato troppe giacche / cercando l’aroma del tuo tabacco / e il tuo stesso velluto”. In questa prima scena si registrano una partenza, uno svuotarsi della casa, il trasloco definitivo dell’amato padre, con versi crudi e pesantissimi (“A casa invece dei baci / volavano ferri da stiro // Le impronte nei muri / trilobiti delle Dolomiti”), fino al finale disastro di quella relazione che mette a fuoco il tema di tutto il libro: “Così affilavo i miei sogni / al suo profilo, / incollavo la mia ombra alla sua ombra // Sulla diga del faro /
in quell’estate velata / di cicale mi inerpicavo / nel cuore di mio padre
”. L’immagine di questo inerpicarsi ci riporta alla mente The Colossus di Silvia Plath e la sua potente ed enigmatica esplorazione del dramma familiare e della imponente figura paterna.

La seconda sequenza incentrata sul disamore è dedicata all’uomo che inganna e allontana la donna diventata adulta e in questo caso non c’è possibilità alcuna di seguire una traccia o una traiettoria, si può solo deprecarne e farne a pezzi la figura. L’io della poetessa rimane solo, spaiato, proprio come accade nel grande quadro di Munch La danza della vita, dove la figura femminile si aggira solitaria mentre alcune coppie le danzano attorno. Ricorrono versi che richiamano un’idea di soffocamento: “Mi spingi mi torturi mi sbatti / mi affondi il capo nel cuscino / tua mano bacino soffocante”; “Il primo laccio del mondo / rimorchio che traina / e conduce a un approdo // Con ogni nuovo suono / con ogni sparsa sillaba / mi stringe nel suo nodo”.

Ci sono le date a scandire i testi di questa sezione e scorgiamo tracce inquietanti (“Splende il lato destro del letto / liscio, intatto”), soprattutto quando, costretta a un lungo viaggio di trasferimento, “Sei arrivata alla libreria Giunti / Guarda oltre l’ingresso / Lui ti aspetta. Sorride”. E ancora “A ogni tuo sguardo altrove / mi smembro, perdo un pezzo”; oppure l’incipit potentissimo in cui “La donna allo specchio / mi aveva dato tregua, / ora di nuovo mi guarda / come un’estranea”. Letti intatti, musica dei CCCP di sottofondo, cassonetti che puzzano, uomini che “Boia dio, che bea bestia!” davanti a una spilungona bionda. La vita è così. Niente trine e merletti. Al limite si può galleggiare, “pesce morto di piacere”. Il mondo vive, è abitato, produce, resiste, completamente ignaro di quello che la protagonista prova. Che pure “guarda tutto”.

La poesia della svolta è un’immagine nitida ed emblematica: “La terra ruota a luci rosse / sulla riviera del Conero / una donna sta seduta sola / nella sala ristorante // Capelli crespi, labbra sottili / piccoli occhi dietro gli occhiali / guarda noi, poi l’orizzonte // Il caffè continua a fumare nella tazza, / le cose si muovono come prima, / il coltello è fermo sul vassoio”. Si strizza l’occhio a Pagliarani: “Rido per l’ignoranza volgare / di ciò che mi accade // Parlo una lingua oscura / la lingua delle cose morte // Sono una lampada fulminata / nell’atrio di una stazione”. Colpisce forte l’invettiva ironica e tagliente: “Che tu possa bruciare nella vampa / che io ho acceso”. Ma lascia il segno soprattutto lo splendido intreccio di voci, suggestivo e straniante, il 13/08/2021, in stazione: “Lasciarmi sul binario 1 / Il treno regionale veloce / fuggire / proveniente da Bologna centrale / senza aspettare l’arrivo del treno / e diretto a Venezia Santa Lucia / questo è stato il tuo / delle ore 16.45 / <<Ma ti ho amata davvero>> / è in arrivo al binario 1 // Con la valigia rossa lucente / Non sono previste / l’abito bianco / fermate intermedie / il largo cappello / Attenzione! Allontanarsi / in stazione a Ferrara / dalla linea gialla / in piedi si muore”.

Tra tante coppie, “lei sconta la colpa di essere sola / il portiere guarda il suo bagaglio leggero / come un doganiere nella città della gioia”. “La “coppietudine” è un simulacro vuoto, una fortezza illusoria in cui ci asserragliamo. Come una borsa firmata, seppur contraffatta, è uno status symbol di comatosa normalità. Il contrario della coppietudine può ricordare la laguna: un sistema protetto, arricchito dall’acqua dolce dei fiumi, che esiste anche grazie allo scambio con l’altro, l’acqua salata del mare.

Chiossi usa la satira e l’ironia come strumenti di depurazione dalle ipocrisie sociali e dai traumi personali. Ridere, per l'autrice, è una sempre cosa estremamente seria: è ciò che permette di "galleggiare sulle sfighe" e di non sprofondare, trovando il lato esilarante anche nei momenti più drammatici, come atto ultimo di libertà e di resistenza. Un esemplare messaggio per tutte le donne: non ci si ferma alla cronaca del dolore; si ripercorrono le fasi del lutto fino all’accettazione, offrendo alle donne un richiamo alla speranza concreta di riappropriarsi del sé. “Il lutto va attraversato”, aggiunge l’autrice, “non può essere stordito, ammanettato, imbavagliato, (con qualsiasi mezzo lecito e illecito) ma se ne esce, sempre”.

La luna, in entrambe le sequenze, appare spesso ma solo come amplificazione di un’assenza e mai rassicurante: “Il tuo studio un cratere lunare – senza la luna”; oppure “Guarda tutto / la cicatrice di luna al tuo posto, / fischiano i fuochi di Ferragosto”. Scrivere in versi significa rompere il silenzio e restituire dignità all’esperienza vissuta e ciò accade, nell’autrice, lontano da sterili intellettualismi e trovando una voce sfacciata e onesta, che sgorga inarrestabile e spietata, come necessità vitale. Si muove scardinando la rassicurante “coppietudine” e assume forme reali e sguardi spiazzanti come quello de “La gattocentrica / zitella (pl)acida”. Troviamo scelte coraggiose ed esiti sorprendenti: “Su un letto d’ospedale / attendo di tornare dura / il cuore è uno / il cuore non è osso / il cuore si snatura / si sfalda / la merda del cuore”, dove un’anafora nobile si trasforma addirittura in pura deiezione.

Le schiere vacanziere “suvvano l’asfalto / (…) / e ronde familiari / entrano falliche / nel Ferry Boat”. Per ciò che è perso in amore si avverte la sindrome dell’arto fantasma. E lo sguardo sulle coppie torna spietato, con disgusto baudelairiano: “A volte, le coppie son cose / come associazioni mafiose, / percorrono la domenica / nella coppietudine / messe in pieghe, scarpe buone / le rubano i raggi del sole / e guardano dritto di fronte a sé / qualcosa che lei non vede / con due occhi soli”. Ma, nel procedere cronologico degli eventi, si approda anche ad una sorta di dichiarazione di poetica: “Se scrivo è per evitare il reato / se crollassi come quella finestra / i denti come calcinacci a terra / per il pugno che non ti ho dato / con il maglio della mia mano”.

Nei versi di Veronica Chiossi ci imbattiamo in labirinti emotivi e reali, in un Nord Est in cui spiccano spazzatura, liquame, microplastiche, orrori cementizi, canadair che bruciano cherosene per spegnere incendi nascosti allo sguardo. Scrive appunto Daniele Piccini nella prefazione: “Queste non sono poesie per signorine comme il faut”. Contemporaneità e grottesco coincidono. Il dolore è oro e racchiude la salvezza, perché “Arrestato il fluire del sangue / sulla linea di doglia, come un Kintsugi / l’epidermide brilla, è una foglia d’oro: / da domani né io, né te, né lui, né loro”.

La terza sezione, Care caricature, si entra in un registro più palesemente comico, senza però rinunciare allo sguardo severo sulla realtà, perché quest’ultima offre infiniti spunti per sorridere (anche e, forse, soprattutto di noi stessi). L’umorismo e la satira sono strumenti capaci di mettere a nudo, smascherare e purificare anche le più remote e subdole ipocrisie della società. Si passano in rassegna personaggi risibili e reali: ginecologo, manager d’azienda, tecnico delle luci, vigile urbano, arbitro, “una cortese despota di 92 anni”, Alba Parietti, quelle donne che d’estate sono gole. Si tratta di un prezioso umorismo “di sopravvivenza”, che riconosce nel saper trovare sempre il lato esilarante un inestimabile strumento di libertà.

Segue la sezione Nord-Est, dove i personaggi sono il maestro vetraio di Murano, i praticanti di vela, le “Mutande bianche extralarge / vicarie degli uomini al sole / orti umani su balconi lontani”, e non mancano sguardi sferzanti sul reale: “Non è l’alta marea / a uccidere Venezia, / città plancton sfiorita, / spellata, sfinita // Non resta che invocare / l’eutanasia del mare / per chiudere agenzie / e alberghi parassiti?”; oppure “Nella sala d’attesa dell’ospedale / siamo cani randagi, scappati di casa / i volti slavati come il quadrante / che inchioda il tempo al muro”.

Si avverte un pregevole lavoro di ricerca sulle sonorità della parola, sulle ricorrenti successioni consonantiche: “Mi sciolgo come loro / l’ostia di un umano litorale / mi scavo smorzando il mare / mi erodo, mi torno a fondare / fra le spine fitte dei cardi / sul cordone dei ricordi”. A tratti si fa strada un verso di forma e di andamento più prosastico. Poi si ripiomba su sguardi mai rassegnati su Venezia: “Le ossa degli alberi tremano, / via i maratoneti, il caos di polvere, / è l’ora in cui la luce s’insinua / fra le cosce del buio / e svela Venezia, / come una donna distesa / dopo l’amore”. Si cerca la mimesi di un linguaggio straniero (“la mia lingua italiana non è brava. / Ma i personali qui sono molto / gentili e pazienti. Grazie mille!”).

La quinta sezione è Bestiario contemporaneo, con i gabbiani che “al tramonto su Jesolo / beccano i rifiuti di noi umani / facendosi di citalopram o sertralina”, con i gatti che “sono fiori inceneriti sul prato / del museo militare”, con “l’occhio cavo di un pesce”, con maiali da allevamento intensivo.

Segue Animale analogico, con esergo da Valerio Magrelli (“La password, il codice utente, PIN e PUK / sono le nostre dolcissime metastasi”), dove il linguaggio della burocrazia si sublima in presenze di sardonica ferocia: “Mi ucciderà il Signore / Contabile dell’Utile // mi ucciderà il plotone / di citofoni e telefoni // deleganti e delegati / muniti di documenti // il Servizio clienti / le giacenze postali // i moduli cartacei / i moduli virtuali”.

La penultima sezione, composta da due soli testi, Esperimenti, è composta da un suggestivo tautogramma dedicato a Pasolini (P.P.P.), l’antimoderno per eccellenza, eppur grande visionario e interprete del presente e del futuro: “Personificata poesia paìs periferia / Palpebra pèsta pugile pietra penna / Pane profeta perenne padre”. E i due percorsi, additivo e sottrativi, Dopo l’ascolto di Terry Riley, nell’Alfa e l’Omega di “Io non penso che finirò”.

L’approdo è l’ultima sezione, ancora più essenziale in quanto composta da un unico, salvifico, testo, che racchiude il segreto dell’arte e della poesia: “Lui porta una torcia al buio / nella caverna della mia anima / mi mostra il graffito / prezioso e antico / inciso sulla parete / (io non sapevo ci fosse) / poi lo legge / e lo decifra”. Un’evocazione ancestrale delle prime pitture rupestri, ma anche una chiave di lettura del presente e una proiezione verso il futuro. Veronica Chiossi concepisce la poesia come strumento di cura per l’anima ferita. Nei suoi versi affilati il trauma diventa parola, riesce a dare forma al dolore e a trasformarlo in opportunità di rinascita.

Oltre ogni amore perduto, se ne annida uno decisamente più profondo, quello che riesce ad illuminare (magari per un inestimabile singolo istante) il graffito inciso nella caverna dell’anima. Questa capacità è soprattutto poesia con la P maiuscola e questo libro, combattendo a denti stretti e insegnandoci a farlo, trasmette a tutti noi gli strumenti necessari a resistere, a tenerci insieme senza andare in pezzi, a reinventare un presente e un futuro possibili. Afferma l’autrice in una recente intervista: “A volte penso che l’esaltazione amorosa sia solo un blando anestetico esistenziale che causa più malanni di quelli che dovrebbe curare. Eros insomma è il cugino scemo di Àgape, e il mondo ha decisamente più bisogno della seconda”. 


Veronica Chiossi - ph di Dino Ignani


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