VISIONI DALL’ULTIMITÀ MERIDIANA - Alessandro Cannavale - Ricordo del poeta Bruno Di Pietro

 

Bruno Di Pietro

Spesso, soprattutto in treno, ripenso alla recente scomparsa del mio amico Bruno Di Pietro. Lo avevo conosciuto solo pochi anni fa. Ci sintonizzammo immediatamente su poesia e politica. Ci sentivamo spesso al telefono e le nostre conversazioni erano inevitabilmente lunghe, come si conviene ai nati nel secolo scorso. Era un avvocato stimato e preparato, ma io l’ho conosciuto nella veste di raffinatissimo poeta. Gli si poteva chiedere tutto, di qualsiasi poeta italiano e dei relativi editori. Conosceva qualsiasi dinamica, alta e meschina. Bruno era un intellettuale completo, puro. Ritrovai, conoscendolo sempre più approfonditamente, il mio amore ancestrale per Napoli, dovuto sicuramente alla mia genetica. Pensavo, sentendolo discorrere, saltellando da Cassano a Sinisgalli, a come un accento si possa indossare con eleganza e disinvoltura. A quanto i luoghi debbano gratitudine alle anime che ne tramandano virtù e nobiltà.

Non so se per sincero ottimismo o se per una forma di scaramanzia, ogni volta che si parlava di un accertamento importante, lui rompeva gli indugi dicendo: sì, sì, andrà tutto bene!  

Bruno ha mantenuto questo rigore ottimistico fino agli ultimi giorni, beffando il male che imperversava, con la contraddizione dell’ottimismo. Mi diceva solo: Alessandro, dobbiamo batterci perché il livello delle cure sanitarie sia pubblico ed eccellente, per tutti.

Bruno conobbe Leonardo Sinisgalli a Montemurro, nel 1977. Per lui, un incontro fondamentale. Era impressionato dai versi del poeta-ingegnere. In particolare, da Lucania: «Lo spirito del silenzio sta nei luoghi/ della mia dolorosa provincia. Da Elea a Metaponto,/ sofistico e d’oro, problematico e sottile,/ divora l’olio nelle chiese, mette il cappuccio/ nelle case, fa il monaco nelle grotte, cresce/ con l’erba alle soglie dei vecchi paesi franati».

Quando compresi di essere al cospetto di un poeta vero, arrivai a proporgli di guardare alla collana Icone come a una possibile casa per i suoi versi. Temevo che potesse censurare la mia presunzione, invece reagì con entusiasmo. Ben presto, Bruno cominciò a parlarmi del progetto di Elea, del suo Parmenide. Il suo dirne, come un bambino che parla di un gioco bellissimo, mi trascinava.

Era giovanissimo, Bruno, negli anni Sessanta, mentre stava venendo alla luce la antichissima πόλις di Ἐλέα: la sua Velia. Come scrive Daniele Ventre, in un ricordo dell’autore: «E proprio la maschera del maestro Parmenide è la forma che l’allegoria dipietresca assume in Elea, alternando e a volte sovrapponendo la propria voce con quella dell’autore, o di un io esterno che molto gli somiglia. Un Parmenide sui generis, quasi intimista nella scoperta di un mondo che diviene e che nel suo divenire lo fa struggere di nostalgia e desiderio» (https://www.pangea.news/bruno-di-pietro-poesie/)

D’altro canto, Lucio Barizza, del Parmenide di Di Pietro, scrisse qui: «Parmenide è febbrile, visionario, vegliante. Non è il filosofo marmoreo dei manuali, ma una figura che trema nel delirio del divenire, che parla con gli avi, che cerca una luce nel taglio della memoria» (https://finestrelama.blogspot.com/2026/06/visioni-dallultimita-meridiana.html?m=1#more)

La poesia che chiude il ciclo di Elea, intitolata Incipit, ripropone la figura di Parmenide:


Ornava la spiaggia

da cui si scorgeva l’acropoli di Elea

il giglio di mare.

Aveva affrontato libeccio e maestrale

senza impallidire.

 

Allora noi bambini

si andava per canneti

a fare capanne improvvisate

e cerbottane

mangiavamo la sorba spontanea

e una radice dal sapore di liquirizia.

 

Era il tempo che la Porta usciva dalla terra

Parmenide ci osservava

paterno.


Quando mi arrivò il manoscritto di Elea, la nostra prima collaborazione, mi sembrava di conoscerlo già. Bruno mi aveva informato su così tanti aspetti e dettagli che il suo lavoro mi parve immediatamente familiare. I luoghi, la storia, la vita del poeta, erano tutti presenti, nei suoi versi brevi e luminosi, nelle figure adoperate con virtuosa eleganza, nelle chiuse sorprendenti. Versi ossuti e musicali che in molti vorrebbero saper scrivere. Persino la componente numerologica della sua raccolta era oggetto di sistematica e attenta disposizione. Come ho più volte confidato all'editore Alessio Rega, ammiravo in Bruno quello spirito incrollabile di giovanotto innamorato della poesia. Sospinse la promozione del proprio lavoro, appena apparso in collana Icone, con una grinta e una gioia che facevano bene al cuore. Dopo pochi mesi, mi inviò un file contenente i testi di tutte le recensioni e i saggi apparsi fino a quel momento. Aveva messo tutto in ordine, decine e decine di pagine critiche. Un giorno mi disse: peccato non averti conosciuto qualche anno fa: avremmo fatto tante cose insieme. E fu allora che lo incalzai con un accorato invito a chiudere il suo lavoro di ricerca sulla poesia meridiana. Era un suo obiettivo, quel saggio. Mi mostrò le copertine delle decine di libri che aveva compulsato sul tema. Ci siamo poi lasciati con l'impegno di pubblicare Impero, un lavoro a cui teneva molto. Nel corso di una delle nostre ultime conversazioni, mi scrisse, perentorio: domani ti dirò del mio progetto. E il giorno successivo non fece mancare la sua ulteriore comunicazione scritta: si trattava di un suo contratto di "assicurazione-vita", consistente nella pubblicazione di tutti i suoi lavori nella nostra collana, fino al 2032. Commosso, sorrisi davanti allo schermo: il nostro giovanotto stava ancora beffando la paura con il proprio ostentato ottimismo. L'ultima volta che mi scrisse, mi inviò il commento entusiastico di un suo amico poeta che aveva appena completato la lettura di Impero. E una foto, con il sondino al naso e il pugno chiuso. A corredo di questa sua ultima comunicazione, il video di un canto rivoluzionario.

 

1.

Arrivati in cima

incontrammo

l’infanzia della terra.


Ci dissetammo

ai serbatoi di acqua

della luna.

 


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