BLISS: DALLE COLLINE - Alessandro Falconi - Linee rosse spezzate e ricomposte
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| Alessandro Falconi |
La raccolta di poesie di Fabrizio
Lombardo, che gli ha guadagnato il titolo di finalista Premio Strega 2026,
Linea Spezzata, rivela un forse inaspettato, ma quanto mai calzante, legame a
doppio filo, quasi un legame di sangue, con tutta l’opera del cantore
rivoluzionario per eccellenza, primo tra i cubofuturisti, Vladimir Vladimirovič
Majakovskij e le sue liriche pregne di politica, di cui fu agente e cronista.
Scorti — e acquistati — entrambi, in una pigra gita in libreria, sembravano,
messi accanto, subito esercitare un certo magnetismo tra di loro — tant’è che
mi hanno scoraggiato dall’ulteriore acquisto di una raccolta di Hölderlin, da
tanto mira dei miei interessi poetici — ; ed effettivamente sembrano, queste
voci poetiche così distanti, vibrare all’unisono in un universo semantico che
avvolge dolore e speranza, amore e politica, rivelando tuttavia esiti
profondamente diversi: da un lato c’è il coro di “Vladimir Il’ic”: “Lenin! /
Lenin! / Lenin!”, dall’altro il sangue di chi picchetta la fabbrica e il dolore
di un padre operaio morto troppo presto; la magniloquenza e il sol
dell’avvenire e la cosa, mera, quasi montaliana, ridotta alla più scarsa e
terrena delle interpretazioni, che zampilla tuttavia di ricordi tinti in
seppia. Le biografie dei due poeti sono d’altronde opposte e questo si riflette
limpidamente nelle loro dissimili produzioni: si veda l’autobiografia del poeta
russo (“Io stesso”) in cui il capitolo riguardo l’infanzia e la giovinezza — in
modo in una certa misura oblomoviano — si intitola “paesaggio”, mentre è
ragionevole supporre, nel caso di Lombardo (e lo si evince dalle sue poesie)
che la sua esperienza sia in larghissima parte legata alla città natale di
Bologna, senz’altro anche come incubatrice di quell’impegno politico che fa da
sfondo a tutte le liriche raccolte in “Linea Spezzata”. L’interessante
dicotomia che ci si presenta di fronte alla lettura dei due poeti è sfaccettata
e detiene molteplici aspetti: se da un lato, intendo dire, quella di
Majakovskij è una poesia che a tutti gli effetti si astrae dalla realtà
materiale delle cose in un movimento ascensivo (o quanto meno riflessivo),
quella di Lombardo è tutta circospetta e circoscritta nella materia, è
incarnazione a pieno titolo di un materialismo che naturalmente non è fine a se
stesso, ma è teso alla rimembranza e al ricordo, ogni oggetto rivela la sua
natura di strumento di memoria, recipiente di ricordi. Quest’ultimo fattore
influenza in modo decisivo la visione politica che emerge dall’opera tutta dei
due, in quanto, dunque, Majakovskij non solo dimostra un impegno politico
costruttivo che non si ritrae dall’eccedere verso l’utopia, ma anche la
possibilità che il sogno della rivoluzione si avveri e si avveri nel programma di Lenin: la lontananza
dall’oggetto, o al più la sua idealizzazione, rivela la possibilità, garantita al poeta russo se non
altro dalle circostanze storiche favorevoli, di aprirsi a idee e inni di più
ampio respiro e speranza; di contro, emerge nella poesia di Lombardo, vincolato
e dominato dalla rimembranza suscitata dall’oggetto, una naturale inclinazione
all'abbandono del sogno politico, anche qui senz’altro storicamente
determinata: le poesie di Lombardo sono soffocate dall’opprimente violenza e
schiettezza della protesta e della lotta di classe italiane che, come ebbe a
dire Warren Buffet, “esiste e l'hanno vinta i ricchi” — più “realista
capitalista” del proverbiale re, e tutto a suo vantaggio, aggiungerei —. È quindi questa una cartina al tornasole di
importanza non banale per quanto riguarda non solo il modo di fare e vivere
poesia, ma anche come questa interpreti la politica nei suoi aspetti più
viscerali e concreti. E tuttavia è difficile e parziale non parlare di lotta di
classe e poesia senza contare due sfaccettature fondamentali della cultura
contemporanea, incarnate, vale a dire, dal punk e dal rap underground, da
sempre politicamente impegnati: quasi proverbiale è l’approccio dei 66cl a tal
proposito, band punk italiana — che ha, tra le altre cose, recentemente fatto
una tappa a Grosseto in occasione del Margini Fest — guidata dal frontman Emilio Paranoico, già
attivo come solista e in collaborazione con alcuni membri dei più famosi (anche
a motivo della celebre causa per apologia di terrorismo con cui hanno dovuto
fare i conti in tribunale) P38. In entrambi i casi, vale a dire i 66cl e i P38
si tratta di gruppi che fanno della nicchia che li apprezza il loro punto di
forza, trattando il proprio pubblico con evidente irriverenza, inneggiano al
brigatismo e alla lotta armata ogni qualvolta si presenti l’occasione, per
direttissima, non mancando di fare nomi (certo in termini poco lusinghieri) di
tanti dei personaggi politici che popolano l’Italia secondo e
terzo-repubblicana. La lotta di classe nelle produzioni dei due gruppi,
essenzialmente molto vicini e assimilabili, assume ancora un nuovo volto,
talmente estremo, sfacciato ed ostentato da rasentare il post-ironico: le
ambizioni e gli obiettivi che si prefiggono travalicano da un lato il successo,
la fama e il conseguente guadagno, ma dall’altro sembrano delegare anche
l’impegno dell'organizzazione della lotta di classe, che decantano nelle
proprie canzoni, ad altri, presentandosi di fatto allo sbando e inservibili
come figure di riferimento. E a tutti gli effetti l’inservibilità è proprio
l’elemento cardine della loro presenza artistica — posizione intrapresa anche
da altri artisti rap come Tony2milli e Yandie Gotam, tuttavia declinata
diversamente — : programmaticamente asimmetrici, non rifiutano il sistema (si
veda la loro presenza su piattaforme come Spotify), ne fanno parte tentando di
rendere quanto più difficile possibile la propria assimilazione aprendo così
un’ulteriore altra strada nell’interpretazione letteraria della lotta di
classe, distante da Lombardo come da Majakovskij e ricercante nella gioventù
drogata e sfibrata da un sistema preesistente e “preconsolidato” il proprio bacino di ascoltatori e, in un
certo qual modo “rinfrancatori”, con il tentativo non tanto di essere i nuovi
Lenin, quanto di avvicinare le personesotto la luce del sol dell’avvenire.
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