A BACIO DI RIMA - Lina Maria Ugolini - CALURA e FRESCURA

 

Per vento in fiore e libri in posa 

Lina Maria ugolini

L’ombra in estate

il sole in inverno

a mendicare

sollievi passeggeri

nel tempo delle stagioni.

 

Frugare nella fronda giusta

nel giusto raggio

calura e frescura

in scialli e ventagli.

 

[esergo inedito al bacio]

 

 

 

Per le correnti di Finestre questo bacio dedicato a stati di benessere da cercare nella mutevolezza stagionale. Il freddo dell’inverno invita la calura, il caldo dell’estate invoca la frescura. Comanda il nostro corpo nel dialogare con l’aria, con aliti di scirocco, con sferzate di tramontana, con zefiro gentile, con brezze carezzevoli. Sensibili sono gli alberi, sapienti nel leggere i pensieri delle nuvole. Maestro è il pioppo cantato da Lorca in terra andalusa, mosse le sue fronde tra il mare verde dell’erba. Il corpo è carne vigile ma solo il pioppo sa che le cose del mondo passano e non tornano più. Il caro pioppo s’accorda al cuore. Nessuna veleta, il cuore umano gira senza vento.

Banderuola

Vento del sud,
bruno, ardente,
scendi sulla mia carne
e porti semi
di sguardi
brillanti col profumo
d’aranceti.

Fai arrossire la luna
e singhiozzare
i pioppi prigionieri, ma vieni
troppo tardi!
Ho già deposto la notte del mio racconto
nello scaffale.

 

Senza vento,
credimi,
gira, cuore;
gira, cuore.

Vento del nord,
orso bianco del vento!
Scendi sulla mia carne
tremante d’aurore

boreali
col tuo strascico di spettri

capitani
e ridendo

di Dante.
O pulitore di stelle!
Ma vieni
troppo tardi.
La casa dell’anima è coperta di muschio
e ho perso la chiave.

Senza vento,
credimi,
gira, cuore;
gira, cuore.


Brezze, gnomi e venti
di nessun luogo.
Zanzare della rosa
di petali a piramide.
Alisei filtrati
fra gli alberi rudi,
flauti nella burrasca
lasciatemi!
Il mio ricordo
trascina pesanti catene
e l’uccello è prigioniero
quando disegna di trilli
la sera.


Le cose che se ne vanno non tornano piú,
tutti lo sanno,
e fra l’illustre moltitudine dei venti
è inutile lamentarsi.
Non è vero, pioppo, maestro di brezza?
È inutile lamentarsi.


Senza vento,
credimi,
gira, cuore;
gira, cuore.

 

Federico García Lorca, Libro de poemas, in Tutte le poesie Garzanti, trad. Carlo Bo, pp.5-7

 

Veleta

Viento del Sur,
moreno, ardiente,
llegas sobre mi carne,
trayéndome semilla
de brillantes
miradas, empapado
de azahares.
Pones roja la luna
y sollozantes
los álamos cautivos, pero vienes
¡demasiado tarde!
¡Ya he enrollado la noche de mi cuento
en el estante!

Sin ningún viento,
¡hazme caso!,
gira, corazón;
gira, corazón.

Aire del Norte,
¡oso blanco del viento!
Llegas sobre mi carne
tembloroso de auroras
boreales,
con tu capa de espectros
capitanes,
y riyéndote a gritos
del Dante.
¡Oh pulidor de estrellas!
Pero vienes
demasiado tarde.
Mi almario está musgoso
y he perdido la llave.

Sin ningún viento,
¡hazme caso!,
gira, corazón;
gira, corazón.

Brisas, gnomos y vientos
de ninguna parte.
Mosquitos de la rosa
de pétalos pirámides.
Alisios destetados
entre los rudos árboles,
flautas en la tormenta,
¡dejadme!
Tiene recias cadenas
mi recuerdo,
y está cautiva el ave
que dibuja con trinos
la tarde.

Las cosas que se van no vuelven nunca,
todo el mundo lo sabe,
y entre el claro gentío de los vientos
es inútil quejarse.
¿Verdad, chopo, maestro de la brisa?
¡Es inútil quejarse!

Sin ningún viento.
¡hazme caso!
gira, corazón;
gira, corazón. 

Fuente Vaqueros, julio de 1920


Se interviene ancora il cuore, arena d’ogni conflitto umano, calura e frescura mutano d’intensità, nutrono stati epidermici estremi. In un sonetto di Francesco Petrarca creano antitesi. La passione di chi ama arde e gela, non concede tregua a colui che ne è invaso e pervaso:


Pace non trovo, et non ò da far guerra;

e temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio;

et volo sopra ’l cielo, et giaccio in terra;

et nulla stringo, et tutto ’l mondo abbraccio.

 

Tal m’à in pregion, che non m’apre né serra,

né per suo mi riten né scioglie il laccio;

et non m’ancide Amore, et non mi sferra,

né mi vuol vivo, né mi trae d’impaccio.

 

Veggio senza occhi, et non ò lingua et grido;

et bramo di perir, et cheggio aita;

et ò in odio me stesso, et amo altrui.

 

Pascomi di dolor, piangendo rido

egualmente mi spiace morte et vita:

in questo stato son, donna, per voi.

 

Francesco Petrarca, Canzoniere, CXXXIV

 

 

Ma per grazia di tocco esiste il ventaglio. Monile poetico che nell’ondulare allontana la calura e procura frescura. Oggetto teatrale e simbolico sul quale raccontare molte storie.

Vi lascio in soffi queste due, augurando in lettura (e commiato di rima) una serena villeggiatura.

 

«Il ventaglio tenuto in mano da Marcel Proust nella calura, portava sulla pagina steccata una pittura d’insetti, a ricordare come dai tempi antichi tali minuscole creature disturbassero spesso gli uomini, nel posarsi ronzando sul cibo, svolazzando nei pressi di braccia, naso o capelli. Il ventaglio sapeva come cacciarli via, garbato quanto crudele nell’istinto di schiacciarli. Era appartenuto a un caro amico di Marcel, Robert de Montesquiou, dandy e fine letterato. A Proust quel ventaglio assecondava il pensare, la posa di un ozio volta a evocare un tempo appartenuto in appiglio a qualcosa… Scrutava gli insetti sparsi dalla punta del pennello, posati su steli di fiori di tarassaco: vespe, mosche, libellule, maggiolini. A ciascuno la corolla di un soffione. Marcel osservava e si osservava allo specchio. Alzava il pavese a dividere e coprire il volto per metà. Sbirciava la propria stanza con un occhio. Richiudeva di scatto il ventaglio a rintracciare con l’orecchio il brusio masticato delle stecche d’avorio. Condotto dalle intermittenze del cuore gli apparve il barone di Charlus. Uscì dall’ombra del tempo per ricordare al ventaglio d’essere il sovrano delle cose transitorie».

 

Vanno e tornano i cattivi pensieri

tornano e vanno i desideri.

Nel ventaglio pari ondeggiamento:

la verità è nel vento... nel vento...

 

 

«Ci fu un tempo in cui i vecchi dicevano di dormire con le porte aperte. Accadeva perché in quegli anni chi governava l’Italia aveva vietato l’uso dei ventagli. Il Duce condannava quelli della stampa, la cui lingua, si diceva, ventolava troppo. In passato era venuta proprio ai giornalisti l’idea di consegnare un ventaglio di carta al Presidente del Consiglio, firmato di pugno da ciascuno, un ventaglio bianco e leggero al pari d’un foglio di giornale.

Sbuffavano come piroscafi gli onorevoli in parlamento nella calura del mese di luglio. Nella consegna di quel ventaglio l’invito ad andare al mare, godere da bravi scolari delle vacanze estive con la promessa di ritrovarsi in aula a settembre.

 

“L’estate la faccio solo io!” Comandava il Duce nel ventennio. “I ventagli restino alle donne, alle quali spetta di ravvivare il carbone nel focolare, fare figli, prendersi cura del marito e della casa.”

 

Eppure in un’estate di quegli anni qualcuno osò mostrare un ventaglio, aperto per poco, chiuso con stizza, consegnato alle guardie di un gerarca. Lo possedeva Sandro il partigiano: un ventaglio pennellato con un’unica parola, fiorita tra il grano e i papaveri.»

 

Ascolta ventaglio un canto che vola:

la Libertà è una e una sola.

 

 

Lina Maria Ugolini da Ventagli, per voce e musica


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