VOCI D’ALTRI ALTRI SGUARDI - Ermira Shurdha - Venezia e il segno dell’acqua

 

    Venezia, inverno 2026

 

Venezia nasce e si racconta attraverso l’osservazione come metodo di conoscenza. Città acquorea, ariosa e coraggiosa; il suo rapporto millenario con l’acqua è attualmente amministrato e tutelato dal Magistrato alle Acque, il Ministero dei Lavori Pubblici. Una contrattazione incessante con la laguna incostante dove l’acqua sale e discende, riflette e distorce, conserva e corrode. L’interazione sperimentale contro le forze della natura condizione indispensabile per la sopravvivenza fisica e la progettazione urbana. Se si approda al pontile di Santa Lucia di buon’ora, con il sole ancora indeciso se sporgersi o imporsi, il primo sguardo su Venezia toglie il fiato e comunica una città che non ha bisogno di ammirazione. Caotica e indipendente, vive in sinergia con la naturalitas del proprio ambiente. La fisicità, dimensione fondante della civiltà anfibia veneziana, si percepisce a bordo del vaporetto che come un pensiero lungo scivola lungo il Canal Grande. Cresciuta nella bellezza, ogni giorno accoglie ospiti nuovi. In movimento sull’acqua, si è pronti ad avviare una conversazione. Gli stili delle facciate dei palazzi sfilano in successione tra il veneto - bizantino, il gotico veneziano, il rinascimentale, il barocco. La sequenza non asseconda la logica urbanistica ma il desiderio di sopravvivenza e di libertà. Il Palazzo Vendramin Calergi vide Wagner morire una mattina di febbraio nel 1883 per un attacco cardiaco; Ca’ Pesaro, sede della Galleria internazionale d’arte moderna e del Museo d’arte orientale; Ca’ d’Oro, con la sua trina di marmo bianco che sembra uscita fuori dalle mani di una merlettaia; Ca’ Rezzonico, Museo del Settecento Veneziano; Ca’ Dario, palazzo disabitato e maledetto. Le storie custodite dentro le mura echeggiano nei canali e nei campi dei sestrieri veneziani.

L’acqua limacciosa al mattino riflette questo mondo a parte; lo restituisce capovolto, leggermente mosso, come se la realtà veneziana esistesse solo nella versione rifratta di sé stessa. Attraverso l’acqua Venezia guarda, pensa, sente, suona e profuma. Cassiodoro vede nell’acqua la forma originaria di un corpo urbano governato dalla logica mercantile, prima di trasformarsi in santa e predestinata; destino peraltro elaborato nell’acqua salmastra e nel comportamento degli uccelli acquatici. Brodskij pensa, ‘molto semplicemente, che l’acqua sia l’immagine del tempo’ di una cultura millenaria stratificata e leggibile a occhio nudo. Evans traduce la materia liquida nella struttura armonica di un ostinato che ricorda le fondamenta di pali invisibili e la struttura dei palazzi di marmo e oro costruiti sul legno sommerso. Ortiz racconta un viaggio interiore tra memoria, amore e accettazione in cui Venezia diventa palcoscenico di una ricerca della pace interiore e di un’ultima fuga d’amore. Nyberg trasporta l’odore delle alghe sulla pelle che, assieme a fico, elicriso, legni marini, ambra e vaniglia, diventano la storia di un esperienza olfattiva totale, ricostruita molecola per molecola. A Venezia, il crepuscolo si dissolve lentamente nello specchio navigabile, come se cedesse di buon grado la luce alla laguna che al mattino dopo gliela restituisce. I campi si animano, le osterie spalancano le finestre verso i canali, qualcuno suona in lontananza note che rimbalzano sulle facciate e ritornano mutate, rifratte, più nitide.

 

Narrativa · Cassiodoro · Variarum libri, XII XII, 24 · autunno 537 d.C.

 

Flavio Magno Aurelio Cassiodoro Senatore, un alto funzionario reale nato a Squillace in Calabria, ministro di Teodorico e poi di Vitige, nel 537 d.C. scrive in latino una lettera ai Tribuni Marittimi Veneziani che dovevano pianificare il trasporto di vino e olio d’Istria alla sede di Ravenna. Una lettera con una straordinaria descrizione dell’area palustre. Uomo di raffina cultura, in un’epoca di crollo degli equilibri, il magister del sovrano ostrogoto narra di un insediamento lagunare di pescatori e produttori di sale che nessuno avrebbe immaginato potesse diventare la Serenissima.

 

[3] «Iuvat referre quemadmodum habitationes vestras sitas esse perspeximus. Venetiae praedicabiles quondam plenae nobilibus ab austro Ravennam Padumque contingunt, ab oriente iucunditate Ionii litoris perfruuntur: ubi alternus aestus egrediens modo claudit, modo aperit faciem reciproca inundatione camporum. hic vobis aquatilium avium more domus est. nam qui nunc terrestris, modo cernitur insularis, ut illic magis aestimes esse Cycladas, ubi subito locorum facies respicis immutatas.» (Cassiodorus, Variarum libri XII, XII, 24)

 

[Vale la pena ricordare come abbiamo visto disposte le vostre abitazioni. Le Venezie, famose un tempo e piene di nobiltà, confinano a sud con Ravenna e il Po, mentre ad oriente godono della bellezza del litorale ionico, dove l'alterno moto della marea ora copre d'acqua ora fa vedere l’aspetto dei campi. Qui voi avete la vostra casa simile in qualche modo ai nidi degli uccelli acquatici. E infatti ora appare terrestre ora insulare, tanto che si potrebbe pensare che le isole siano le Cicladi, dove improvvisamente si può scorgere l’aspetto dei luoghi trasformato. In modo simile le abitazioni sembrano sparse per il mare attraverso distese molto ampie, ed esse non sono opera della natura, ma della cura degli uomini].

 

L’immagine zoologica applicata all’architettura umana è illustrata con una tale disinvoltura da far invidia ai poeti. Fuori dalle abitazioni ci sono imbarcazioni al posto di muli, tetti di paglia sporgenti come isole di un arcipelago che pratica la navigazione fluviale tra le fossae per transversum nelle aree palustri dell’insediamento VII Maria. Il sistema rende navigabili i canali artificiali tra Ravenna, Altino e Aquileia quando le condizioni climatiche del mare sono ostili. Descrive, soprattutto, l’habitat veneziano nella sua forma primigenia, prima del consolidamento delle isole, del sistema di difesa dalle acque, delle pietra d’Istria, del marmo e dei tesori bizantini. A Venezia viene già coniata una moneta che le permette di vivere con la gestione delle acque e la produzione del sale.

Sorprende, innanzitutto, la qualità dello sguardo poetico che nota l’egualitarismo della laguna. Tutti hanno le stesse capanne su palafitte, mangiano pesce e lavorano le saline. Non aratri e falci, ma rulli per estrarre il sale. Il moderno profilo fusiforme era già presente nella visione di una società organizzata secondo la logica dell’acqua: mobile, orizzontale, senza gerarchie. Quando l’alta marea si ritira, le barene riemergono dal fondo, come se respirassero. È incredibile che ci sia gente ad abitare le paludi. Non importa se la terra non fosse solida, se dovevano tenerla insieme con intrecci di rami flessibili per non farla sparire sotto ai loro piedi dai flussi e riflussi. Questi lagunari sfuggiti alle invasioni barbariche non hanno palazzi o strade, né terme, teatri o chiese. Ricchi e poveri vivono insieme, annidati come uccelli palustri nei loro nidi pensili, in mezzo a torbiere e stagni in casoni fatti con paglia e canne. Semplici e fieri, hanno tratto insegnamenti dal mare che, generoso o crudele, porta via tutto in un attimo. Sono diventati dei bravi navigatori e conoscono ogni canale, secca o flutto al servizio della loro arte. Un giorno risalgono i fiumi che allagano la laguna e il giorno dopo sfidano il mare aperto, pure quand’è infuriato, e raggiungono rive lontane, oltre i confini dell’Adriatico. Sono diventati insostituibili nel trasportare le merci da Istria alla fortezza di Ravenna. E ne sono consapevoli! In questo modo di vivere egualitario, ordinato e sagace, Cassiodoro, magister officiorum, ci vede qualcosa che, forse un giorno, eguaglierà la potenza di Roma.

Tracce di quest’acquapelago si trovano all’Isola del Lazzaretto Nuovo, un museo open air che offre passeggiate nel Sentiero delle Barene. Una ventina di arcaici moduli abitativi sulla motta, che ricordano la descrizione di Cassiodoro, persistono ancora tra Marano e Grado. Il Villaggio dei casoni di Marano lagunare è un microcosmo di 1400 ettari nella Riserva Naturale Regionale Foci dello Stella. Qui, dove il mare si mescola alle acque del fiume di risorgiva, si può ancora sentire l’odore delle alghe e del fango, il verso gli uccelli acquatici sui tetti di canne e il fruscio del vento.

 

Poesia · Iosif Brodskij · Strofe veneziane (1982) · Fondamenta degli Incurabili (1989)

 

Scrivo questi versi, seduto all’aperto su una sedia bianca,

d’inverno, con la sola giacca addosso,

dopo molti bicchieri, allargando gli zigomi

con frasi in madrelingua.

Nella tazza si raffredda il caffè.

Sciaborda la laguna, punendo con cento minimi sprazzi

la torbida pupilla per l’ansia di fissare nel ricordo

questo paesaggio,  capace di fare a meno di me.

(Strofe veneziane)

 

Iosif Aleksandrovič Brodskij, noto anche come Joseph Brodsky, si autodefiniva «ebreo, poeta russo e cittadino statunitense». Nasce a Pietroburgo ma ama l’Italia, paese d’origine della moglie, Maria Sozzani, un’aristocratica italiana di origine russa. Ama soprattutto Venezia, «semplicemente la cosa migliore che sia stata creata sulla terra». Processato, condannato ed esiliato nel 1972, premio Nobel per la letteratura nel 1987, per diciasett’anni è tornato nella città lagunare a trascorrerci un mese d’inverno, approfittando della pausa nelle università americane dove insegnava. Quasi un contratto di fedeltà, un appuntamento da non mancare. La tomba si trova al cimitero dell’Isola di San Michele, a costatare un legame indissolubile con la vicenda umana e artistica di un autore che sceglie il russo del paese d’origine per le poesie e l’inglese artificiale per la prosa saggistica.

 

Se a Sankt-Peterburg corrisponde architettura rigorosa e armoniosa / sembra un arazzo occidentale / palazzi che emanano freddo / immagini della popolazione che discordano con gli / insiemi ampi e spaziosi / ha un effetto eccitante / perde con l’assenza di persone, Venezia avrà architettura pittoresca e decorativa / sembra un tappeto orientale / palazzi che emanano calore / immagini della popolazione che armonizzano con le / calli strette e ammassate / ha un effetto distensivo / acquista con l’assenza di persone / (nella stagione turistica).

 

Fondamenta degli Incurabili, prosa poetica intrisa di grazia rara, si profila come ‘continuazione della poesia con altri mezzi’, costante omaggio al luogo prediletto dall’anima. Il titolo nella traduzione riprende l’antico Ospedale degli Incurabili nel sestriere di Dorsoduro, precisamente Fondamenta delle Zattere allo Spirito Santo, attualmente sede dell’Accademia di Belle Arti. Nei pensieri, le riflessioni e gli aneddoti di Watermark si concentra il ‘pensiero poetico’ brodskiano. Una filigrana, appunto, e il segno di piena dell’acqua che diventa il proprio elemento. Il capoverso finale di Fondamenta degli incurabili è da considerarsi pura poesia.

 

Ripeto: acqua è uguale al tempo, e l’acqua offre alla bellezza il suo doppio. Noi, fatti in parte d’acqua, serviamo alla bellezza allo stesso modo. Toccando l’acqua, questa città migliora l’aspetto del tempo, abbellisce il futuro. Ecco la funzione di questa città nell’universo. Perché la città è statica mentre noi siamo in movimento. La lacrima ne è la dimostrazione. Perché noi andiamo e la bellezza resta. Perché noi siamo diretti verso il futuro mentre la bellezza è l’eterno presente. La lacrima è una regressione, un omaggio del futuro al passato. Ovvero è ciò che rimane sottraendo qualcosa di superiore a qualcosa di inferiore: la bellezza all’uomo. Lo stesso vale per l’amore, perché anche l’amore è superiore, anch’esso è più grande di chi ama (p.108).

 

«Il Tempo è incarnato nell’immaginario brodskiano dalla polvere e dal colore grigio, capace nella successione di stanze vuote di «prendere il sopravvento sulla materia». Alla presenza umana sembrano consentiti due escamotage. Il primo è ridursi alle dimensioni dell’organo più autonomo, l’occhio, che funge da sineddoche per registrare la bellezza. L’altro escamotage, inteso a limitare lo scacco dell’inferiorità (e, forse, superfluità) dell’uomo rispetto alla bellezza, sta nel riconoscersi come parte intima, molecolare del paesaggio» (Alessandro Niero).

 

Era una notte di vento, e prima che la mia retina avesse il tempo di registrare alcunché fui investito in pieno da quella sensazione di suprema beatitudine: le mie narici furono toccate da quello che per me è sempre stato sinonimo di felicità, l’odore di alghe marine sotto zero.

(Fondamenta degli Incurabili).

 

A Venezia il tempo-alias-acqua si può appalesare come un essere vivente dotato di una temperatura e di un’intelligenza propria. Le fredde passeggiate mattutine e l’acqua cupa dei canali portano a galla la malinconia della pietra e i riflessi delle facciate scrostate di ocra e rosso veneziano. Questo sfaldarsi con una grazia composta ha il ritmo lento delle lezioni di lettura poetica nelle università newyorkesi alla fine degli anni ’70. Nell’immagine franta di Venezia convivono il Brodskij poeta russo e il Brodsky statunitense, traduttore, saggista e critico. Un osservante che si muove nella stagione astratta della città dell’occhio. A poco a poco, con la lenta navigazione di una chiatta, la città si metteva a fuoco Venezia d’inverno assume la sua forma più vera: spogliata del turismo, della maschera festiva, della luce calda dell’estate. Rimane l’essenza del sapere tecnico, la forza dell’ingegneria e della cultura, e il silenzio della laguna. L’occhio precede la penna e cerca l’eterno presente, la bellezza, innocua e sicura, che per lo sguardo è riposo e sollievo. Navigare all’alba è un viaggiare onirico in cui i palazzi diventano superfici geologiche di tempo umano e l’acqua granda concede agli strati sedimentati di sopravvivere. Venezia che «affiora dalla letteratura, o dall’inverno: aristocratica, un po’ fosca, fredda, in una luce scialba» si fonde e si confonde con la laguna.

 

«Il pizzo verticale delle facciate veneziane è il più bel disegno che il tempo-alias-acqua abbia lasciato sulla terraferma, in qualsiasi parte del globo. [...] È come se lo spazio, consapevole – qui più che in qualsiasi altro luogo – della propria inferiorità rispetto al tempo, gli rispondesse con l’unica proprietà che il tempo non possiede: con la bellezza. Ed ecco perché l’acqua prende questa risposta, la torce, la ritorce, la percuote, la sbriciola, ma alla fine la porta pressoché intatta verso il largo, nell’Adriatico.» (Fondamenta degli incurabili, p. 41)

 

Brodskij osserva Venezia con la lente di uno sguardo altro che riconosce nel «tempo alias acqua i nostri riflessi – alias amore per questo posto – e li lavora all’uncinetto o ai ferri fino a trasformarli in trame irripetibili». La filigrana e l’intreccio nel vuoto dei merletti di marmo, l’odore delle alghe marine gelate e lo scrosciare delle campane domenicali. Serviva un premio Nobel, ospite alla prima edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino nel 1988, a ricordare che è necesario leggere poesie per costruirsi una bussola e orientarsi nell’oceano della conoscenza.

 

Ricorda bene:

l’acqua, soltanto l’acqua, sempre e ovunque

resta fedele a se stessa, insensibile

ad ogni metamorfosi, liscia, distesa

là dove non è più terraferma. E tutto il pathos

della vita, l’inizio, il mezzo, il calendario

che si sfoglia, la fine, eccetera, svanisce

in spume lievi, eterne, senza tinte.

 

Musica Jazz · Bill Evans · Peace Piece · Everybody Digs Bill Evans, Riverside (1958)

 

La leggendaria storia di Bill Evans e della composizione intitolata Peace Piece, registrata nell’unica seduta del 15 dicembre 1958 a New York per l’album Everybody Digs Bill Evans (Riverside Records, RLP 1129), è diventata Yellow Letters, un film premiato al Berlin Film Festival. Evans era in studio per incidere Some Other Time di Leonard Bernstein e comincia a improvvisare una intro al pianoforte. Qualcosa di «probabilmente immortale», secondo la definizione del suo produttore Orrin Keepnews, prese vita propria. Peace Piece, costruita su un ostinato di due accordi, Cmaj7 e G9sus4, rimane invariato per tutta la durata. La mano sinistra tiene fermo l’ancoraggio armonico di una triade di Do maggiore con l’aggiunta di una settima maggiore, un accordo dolce e sognante. La destra costruisce una linea melodica che passa da un semplice Do maggiore a un accordo di dominante complesso e carico di tensione, tipico del jazz. Evans procede improvvisando nella dimensione spazio temporale di un accordo ‘sospeso’ che termina dolcemente, sciogliendosi nel silenzio del blu.

Il collegamento con Venezia è strutturale. Penso al teatro della Fenice che ha una qualità acustica unica tra tutte le città del mondo, grazie alla forma a ferro di cavallo. Alle calli più strette, quelle tra il sestiere di San Marco e il campiello dei Squelini a Dorsoduro, corridoi di pietra dove il suono rimbalza sulle facciate, viene assorbito dall’acqua, arriva smorzato e di colpo amplificato dalle misure dei parametri acustici monoaurali T30, EDT, C80, D50 e IACC. L’ostinato di Peace Piece funziona esattamente come l’acqua sotto le fondamenta: sempre presente, uguale, invisibile. La melodia costruisce variazioni di complessità crescente senza cambiare mai la base. Il Palazzo Ducale, con i suoi archi gotici a ogiva e le logge sovrapposte pensate per filtrare la luce prima che l’occhio faccia capolino all’interno. La Basilica di San Marco, dai mosaici dorati e cangianti con la luce del giorno: cobalto profondo al mattino, oro abbacinante a mezzogiorno. Queste pietre richiedono una musica che sappia tenere insieme maestosità e armonia. Peace Piece lo fa attraverso la struttura dell’ostinato: equilibrio e semplicità in un solo pezzo.

In tarda carriera, Evans rifiuta di eseguire il pezzo dal vivo, convinto che fosse «l’ispirazione di quel momento soltanto». Suona Peace Piece in pubblico una sola volta, nel 1978, a Seattle, allo spettacolo della Bill Evans Dance Company. La magia del rubato al pianoforte stregò tutti.

 

Cinema · Paula Ortiz · Di là del fiume e tra gli alberi (2022)

 

La regista spagnola Paula Ortiz, nota per La novia (2015), versione cinematografica di Bodas de sangre di García Lorca, gira nel 2020 il riadattamento dell’omonimo romanzo di Hemingway scritto negli anni cinquanta, in piena pandemia, con le strade vuote, il Canal Grande deserto e piazza San Marco accessibile senza autorizzazioni speciali. Il lockdown si trasforma in condizione perfetta per fissare sulla pellicola una Venezia sospesa, che ospita il colonnello americano Richard Cantwell di ritorno in Italia per un’ultima battuta di caccia. È alla ricerca di un fucile e l’incontro con la giovane nobildonna Renata Contarini accende una fragile speranza nel cuore del colonnello.

Across the River and Into the Trees, in italiano Di là del fiume e tra gli alberi, fu stroncato dalla critica ma difeso da Hemingway con l’ostinazione di chi difende un amore giovanile ed eterno. La trasposizione cinematografica della Ortiz, con Peter Flannery che firma la sceneggiatura e Javier Aguirresarobe la fotografia, supera il romanzo. Aguirresarobe, collaboratore di Almodóvar, Miloš Forman, Woody Allen, sceglie il bianco e nero per il presente per descrivere i giorni veneziani del colonnello Cantwell (Liev Schreiber) e della contessina Renata (Matilda De Angelis). Il colore è riservato ai flashback della guerra. La scelta è dichiaratamente simbolica, con il bianco e nero a definire una luce dalla qualità fotografica quasi pittorica. I canali diventano lastre d’argento e il loro riflesso una domanda sull’identità di chi li guarda, le facciate dei palazzi perdono il colore e rivelano la struttura, i ponti diventano segni grafici puri contro il cielo pallido.

Ortiz lavora principalmente con il 4:3 per il presente, il formato quadrato che comprime lo spazio orizzontale e rende le calli più strette, i canali più verticali, gli esterni più incombenti.  Per i ricordi della truppa massacrata sotto il comando del colonnello e per la morte del figlio il formato widescreen. La scelta, che divide la critica, ha una sua coerenza profonda. Il presente claustrofobico con il dolore trattenuto e celato dietro a una rigida carica emotiva restringe il campo visivo di Cantwell. Il cuore farà pace con la mente solo quando troverà la tomba con i resti della strage.

Il film gira nei luoghi più inaspettati. Ortiz sceglie di far accompagnare il colonnello in gondola al Gritti Palace, il lussuoso hotel nel Sestriere di San Marco che ha ospitato lo stesso Hemingway. Passa davanti alla Basilica di Santa Maria della Salute e prosegue sul canal Grande per entrare nel rinascimentale Palazzo Contarini Polignac a Dorsoduro 874. Indugia sulla torre circolare con scala a chiocciola in stile gotico di Palazzo Contarini del Bovolo del 1499, nascosta all’interno di un piccolo cortile. Non mancano i primi piani della Chiesa di San Francesco della Vigna, il Campiello dei Miracoli, l’affaccio sul retro della Chiesa di Santa Maria dei Miracoli, i portici di Palazzo Ducale, le Fondamenta Nuove a Cannaregio, la vista su San Michele e l’orizzonte aperto sulla laguna da Piazza San Marco.

Venezia, protagonista del film, è una città in cui il silenzio diventa presenza di un passato doloroso. Lungo il tragitto che lo porterà a Venezia il colonnello fa una sosta per ammirare i ruderi dell’Abbazia di San’Eustacchio a Nervesa della Battaglia, in prossimità del fronte del Piave. Un passaggio in macchina coinvolge anche la strada Napoleonica, vicina a Trieste, mentre il quartier generale delle forze anglo-americane è ricostruito in Friuli, presso Villa Kechler De Asarta (UD).

La Lavazza IncluCity Festival Jury ha assegnato al film il Jury Prize con la motivazione: «Fully set in Venice, the movie captures the city’s misty soul mirroring the characters’ inner struggles with its black-and-white photography». L’anima confusa è peculiarità della luce veneziana in certi mesi dell’anno; la nebbia densa dell’Adriatico filtra l’aria e fa apparire le cose più reali di quanto siano. L’aria mobile, ben nota a Canaletto: le luci della città e i colori puri che colpivano gli edifici vivono nei quadri delle ville e dei musei di tutto il mondo. La storia di Venezia, che viaggia sulle gondole scure come gli uccelli «navigano in un silenzioso e dondolante attimo di perfezione», per dirla con Cees Nooteboom, è anche «una storia contro la guerra sulla strada della morte, della vita e della bellezza, come esperienza cinematografica, necessaria al giorno d’oggi» (Ortiz).

 

Profumo · Véronique Nyberg · Gold Regatta · The Merchant of Venice, 2023

 

Véronique Nyberg, naso di Gold Regatta, cresciuta in un piccolo villaggio delle Alpi francesi, ha un dottorato in chimica organica e una formazione presso IFF, International Flavors and Fragrances, a Grasse. Alla creazione olfattiva si avvicina con il rigore metodologico della chimica: nelle sue composizioni parte prima dalla struttura molecolare per risalire l’esperienza sensoriale. L’ispirazione nasce una mattina sul Canal Grande. Naviga il bacino di San Marco fino alla stazione di Santa Lucia e respira gli odori di Venezia alle prime ore del giorno. L’alga rossa affiora sugli scalini dei palazzi a bassa marea; il salmastro dalle briccole – pali a strisce bianche e rosse che segnalano i canali navigabili – e dal vapore dall’acqua riscaldata dal sole, l’elicriso mediterraneo dalle terrazze dei palazzi. Gold Regatta sembra una partitura in blu e oro. Ha l’apertura salina dell’alga rossa e delicate note fruttate di fico, un cuore di legni marini e elicriso, una scia lunga e calda di ambra e vaniglia. La struttura è lineare e l’acqua, come filo conduttore, attraversa le tre fasi senza interruzioni. Sul flacone dorato, un’armatura a raso dal fondo rigido, spicca la fantasia lucida a rilievo dei remi blu, a richiamare le punte sporgenti delle imbarcazioni della regata storica, la famosa gara tra i sestrieri che celebra la Repubblica marinara e lo spirito conquistatore veneziano.

L’alga rossa è una scelta chimica. I composti bromurati e iodati sono gli stessi che rilasciano nell’aria salmastra l’odore caratteristico di laguna. Un odore che i veneziani non sentono più, standoci dentro, ma che i visitatori riconoscono come marchio olfattivo della città. Nyberg ricostruisce molecolarmente la laguna. Il legno trattato nell’asciugatura, impregnato di acqua salata, richiama le fondamenta invisibili della città. Migliaia di pali di legno di ontano, quercia e larice conficcati nel caranto mille anni fa a reggere i palazzi. Tutta Venezia galleggia su un bosco sommerso che marcisce in modo controllato: la salsedine impedisce ai batteri di proliferare, l’argilla permette alle fondamenta di pietrificarsi lentamente nel tempo. L’intuizione ingegneristica rende unica la laguna.

Gold Regatta odora della contraddizione tra il provvisorio e il permanente che coesistono nella stessa composizione. Il disegno del flacone fa riferimento a una trama broccata della tradizione tessile veneziana, visitabile presso il palazzo Mocenigo sulla Salizada di San Stae, sede del Centro Studi di Storia del Tessuto, del Costume e del Profumo. Ospita abiti e antiche collezioni tessili provenienti dalle raccolte Correr, Guggenheim, Cini, Grassi. Nelle sale del piano nobile si narra la storia della moda e del profumo sin dal Medioevo, i segreti di produzione, i capricci dei committenti e l’evolversi del gusto.

Nel Cinquecento, il profumo divenne sovrano e tra gli articoli più pittoreschi si potevano trovare i paternostri, rosari dai grani in pasta profumata; i moscardini, pasticche odorose per contrastare l’alito cattivo; gli uccelletti di Cipro, fragranti impasti da bruciare, i lisci e le manteche, sotto cui ricadevano vari preparati cosmetici; l’acqua nanfa, un distillato di fiori d’arancio, e le bionde, soluzioni per imbiondire le chiome delle veneziane. La sala del muschiere rievoca l’atmosfera di un laboratorio dove venivano creati saponi, oli, paste, polveri e liquidi per profumare stanze, corpi, abiti e accessori.

Le materie prime viaggiavano tramite le mude, fitte reti commerciali di convogli navali messi in assetto dallo Stato veneziano per fare di Venezia una delle capitali della profumeria occidentale. Essenze che si possono annusare lungo il percorso, persino quelle rare ed esotiche, come benzoino, zibetto, castoreo, ambra grigia, moscado, disposte su un tavolo al centro della sala 15. Una selezione di flaconi con balsami ed elisir è esposta nelle tre vetrine che concentrano tre secoli e tre modi di interpretare i profumi: lo splendore raffinato del XVIII secolo, le trasparenze in vetro colorato del XIX secolo e lo stile unico dei designer e dei nasi del XX secolo. Altri diciotto flaconi in vetro di Murano contengono le essenze di sei famiglie olfattive moderne, a disposizione delle narici e della curiosità del pubblico. L’antico organo da profumiere, protagonista della sala 18, contiene duecento flaconi di oli essenziali, schierati come spettatori seduti sulla cavea di un antico teatro. Tra moda e profumo è un progetto dell’azienda The Merchant of Venice: L’arte profumatoria veneziana del gruppo Mavive cura le ‘stazioni olfattive’ e i percorsi didattici per scuole e famiglie. Palazzo Mocenigo ospita anche una biblioteca, contenente il prezioso manuale di cosmetica I Notandissimi Secreti de l’Arte Profumatoria (G. Rossetti, Venezia 1555), primo ricettario dell’Occidente che cataloga con approccio scientifico più di trecento formule di cosmetici in uso nell’antica Venezia.

Da giugno a settembre 2026, Palazzo Mocenigo accoglie I venerdì del merletto, una serie di appuntamenti in cui le Maestre Merlettaie di Burano, di Pellestrina, di Chioggia e di Mestre daranno dimostrazione delle lavorazioni di merletto ad ago e fuselli. Un’occasione per scoprire dal vivo l’arte del merletto veneziano e le tradizioni che appartengono alla storia e all’identità della laguna. Come nacque il pizzo? Per merito di un’alga, proveniente dai mari lontani, portata in dono a una tosa.

 

BIBLIOGRAFIA

FONTI PRIMARIE DI NARRATIVA E SAGGISTICA

Cassiodoro.XXIIII. TRIBUNIS MARITIMORUM SENATOR PPO. https://www.documentacatholicaomnia.eu/04z/z_0490- 0583__Cassiodorus__Variarum_Libri_XII__LT.pdf.html

Giardina, Andrea. Cassiodoro politico. Saggi di storia antica, 27. Roma: L’Erma di Bretschneider, (2006) ISBN 978-88-8265-368-2.

, Varie. 5 Roma: L’Erma di Bretschneider, 2014–2016. [Vol. V: Libri XI–XII, 2015; comprende la lettera ai tribuni marittimi, Var. XII 24.].

Giardina, Andrea; Cecconi, Giovanni Alberto; Tantillo, Ignazio. «Cassiodoro politico e il progetto delle Variae». In Teodorico il grande e i Goti d’Italia, vol. 2. Spoleto: Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo (CISAM), 1993, pp. 45–76.

POESIA

Bardascino, Alex. La Venezia eterna secondo Brodskij, https://www.elapsus.it/2014/11/la-venezia-eterna-secondo-brodskij.html

Brodskij, Iosif. Fondamenta degli Incurabili. Traduzione di Gilberto Forti. Milano: Adelphi, 1991 (1989). [Titolo originale: Watermark, New York: Farrar, Straus and Giroux, 1986].

—, Poesie italiane, a cura di Serena Vitale; Strofe Veneziane. Milano: Adelphi, 1996.

Niero, Alessandro. Brodskij tra Pietroburgo (nascita) e Venezia (doppia sparizione) https://share.google/7FwDkI3W87cZwI4RE

MUSICA JAZZ

Berlin Film Festival. https://variety.com/2026/film/news/berlin-film-festival-awards-ceremony-updating-live-1236669134/

Evans, Bill. Peace Piece. Composizione e registrazione in solo. Webster Hall, New York, 15 dicembre 1958. In: Everybody Digs Bill Evans. Riverside Records, RLP 1129, 1959. Produttore: Orrin Keepnews. [Incluso nella raccolta The Complete Bill Evans on Riverside and Fantasy, Riverside / Fantasy / Original Jazz Classics, 1994.]

Keepnews, Orrin. Note di copertina di Everybody Digs Bill Evans. Riverside Records, RLP 1129, 1959. Ristampate in: The Early Recordings: Bill Evans, Contemporary Keyboard, dicembre 1980.

Israels, Chuck. «Note analitiche su Peace Piece di Bill Evans». Testo critico pubblicato sul sito personale dell’autore (www.chuckisraels.com).

Pettinger, Peter. Bill Evans: How My Heart Sings. New Haven: Yale University Press, 1998. ISBN 0-300-09727-1.

CINEMA

Hemingway, Ernest. Across the River and Into the Trees. New York: Charles Scribner’s Sons, 1950. Edizione italiana: Di là dal fiume e tra gli alberi. Traduzione di Fernanda Pivano. Milano: Mondadori, 1950.

Ortiz, Paula (regia). Di là del fiume e tra gli alberi [Across the River and Into the Trees]. Sceneggiatura: Peter Flannery. Fotografia: Javier Aguirresarobe. Montaggio: Stuart Baird, Kate Baird. Produzione: Italia / Canada / Regno Unito, 2022. Prima mondiale: Sun Valley Film Festival, 30 marzo 2022. Riconoscimenti: Jury Prize, Lavazza IncluCity Festival 2022; Best Scenes/Set Design Award, Ischia Film Festival 2022.

 

PROFUMERIA

Arte Profumatoria veneziana https://www.themerchantofvenice.com/it/10-profumi

Museo del Profumo https://www.themerchantofvenice.com/it/content/6-il-museo-del-profumo

Museo di Palazzo Mocenigo https://mocenigo.visitmuve.it/

I venerdì del merletto 2026 https://mocenigo.visitmuve.it/evento/venerdi-del-merletto-2026/

Nyberg, Véronique (parfumeur). Gold Regatta. The Merchant of Venice, 2023. Famiglia olfattiva: Orientale legnoso. Piramide: note di testa: alga rossa, fico; note di cuore: elicriso, sale, legni marini; note di fondo: ambra, vaniglia.

Roques, Dominique. Il cercatore di essenze, Viaggio alle origini del profumo, Feltrinelli 2021.

 

 


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