UMAMI, DHARMA E BARBABIETOLE - Pietro Edoardo Mallegni - Il fungo, il Tao e la chitarra di Joel

 

Pietro Edoardo Mallegni

«Fuori fanno trentaquattro gradi. L’estate: una dimensione meravigliosa per impiegati, ma per chi come me ha sposato il fuoco, per chi ha scelto la via della cucina, l’estate significa solo una cosa: soffrire.» «Ma come?! Un altro pezzo autoreferenziale, basato sulla critica delle tue scelte passate che oggi ti portano ad una rielaborazione cinica e ironica dell’esistenza, ossia “ottenere ciò che vuoi si trasforma automatico nel tuo inferno” ...Basta, appunto, fa caldo, esci da rompere i **** alla gente» «OK… e di che scrivo allora?» «A questo si riduce il tuo catalogo?  Parli di quanto è dura la vita oppure non sai parlare di altro? Un po’ pochino, non trovi?»  « …  allora un film…  un bel film». «La tua passione per il cinema è la semplice espressione di un rifiuto emotivo; hai realizzato che il mondo non è come lo avevi idealizzato. Smettiamola di prenderci in giro… Hai solo voglia di dire che hai bisogno di un concetto di inizio e fine, di un buono e di un cattivo. Che i cattivi perdono e i buoni vincono e come sempre» «… e come sempre L’Inghilterra domina».  «Altra citazione, possibile? È davvero possibile che sguazziamo tra un citazionismo scontato e una forma di patetismo autoreferenziale, su, dai, i professori alle superiori parlavano molto meglio di quello che potevi fare...  oggi è solo Bisque, sofferenza e Nino Rota in sottofondo che suona Il Padrino?» «...» «Guarda che glielo puoi dire che non sai come iniziare, mica sei Gadda, te lo puoi concedere». «Salve, sono Pietro e oggi purtroppo non so come iniziare questo pezzo... Anzi, sai che c’è?! Io lo faccio iniziare così... con una citazione.”

“Sta pasta c’hanno messo di tutto... speck, panna, mirtilli, se m’impegno ci trovo pure il conto” Grande Itala (BORIS). E ora, chiacchieriamo un po’ di giochi, di libri, di zombie e di fisica. Insomma, ci facciamo un bel minestrone: il piatto svuota frigo, il pezzo svuota cervello.

Per rintracciare le ragioni che sottraggono l’epilogo di una delle più significative narrazioni della cultura pop contemporanea al mero verdetto di un egoismo mostruoso, è necessario compiere un singolare accostamento intellettuale. Si tratta di calare i paradigmi di un celebre saggio del 1975, “Il Tao della fisica” di Capra, all'interno delle geografie di “The last of Us”, a mio parere, un videogioco che sfiora le dimensioni del capolavoro.

Il testo in questione è un’opera la cui affascinante tesi di fondo suggerisce una convergenza epistemologica tra le rivelazioni della meccanica quantistica novecentesca e le millenarie intuizioni del misticismo orientale, con particolare riferimento al Taoismo. Sebbene la comunità scientifica abbia, giustamente, evidenziato i limiti metodologici di Capra – ravvisandovi una certa ingenuità nel forzare rigorose equazioni per convertirle in suggestive metafore spirituali –, l'architettura concettuale del libro conserva dei punti di estrema rilevanza e interesse. Tra questi, spicca la serrata critica al riduzionismo di Cartesio e Newton: l'idea che si possa comprendere il Tutto analizzando le singole parti come se fossero ingranaggi indipendenti di un immenso orologio. Capra oppone a questo modello meccanicista una visione sistemica, organica e olistica, in cui la realtà cessa di configurarsi come una macchina composta di frammenti isolati, rivelandosi al contrario quale rete fluida e intrinsecamente interconnessa.

È precisamente in questo solco che si innesta la potenza narrativa di “The Last of Us”. La vicenda proietta lo spettatore in un’America apocalittica (mai che la fine del mondo sia a Castello d’Argile), devastata dalla proliferazione del Cordyceps, un fungo parassita che, mutando, ha ridotto l’umanità a un cumulo di creature ferali e infette. ZOMBIE.  In questo scenario si muove Joel, un contrabbandiere inaridito dalla perdita della figlia, incaricato di scortare la quattordicenne Ellie, la quale custodisce nel proprio sangue un’inspiegabile immunità al contagio. Nel corso di un viaggio transcontinentale, la vicinanza si trasmuta in un legame viscerale, restituendo a Joel la dimensione della paternità e offrendo a Ellie un baricentro esistenziale.

Il dilemma etico deflagra nell'epilogo, all'interno dell'ospedale presidiato dalle "Luci" (fazione ribelle tesa alla ricerca di un vaccino, che si discosta dai nuovi poteri politici e militari nati dopo il contagio). Nel momento in cui Joel apprende che l'estrazione del principio immunizzante comporterà inevitabilmente la morte della ragazza sul tavolo operatorio, si consuma lo scontro tra due visioni del mondo inconciliabili. I medici agiscono secondo il più puro utilitarismo razionalista e riduzionista: isolare la "variabile Ellie", sacrificarla per salvare il resto del sistema. È l'illusione di poter fare un calcolo matematico sul valore della vita. Joel, tuttavia, rifiuta l'equazione e, imbracciando le armi, compie un massacro del personale medico per salvare Ellie dal suo destino, condannando di fatto il resto del mondo a un'apocalisse perpetua.

Se giudicato secondo i canoni della morale tradizionale, l'atto di Joel si configura come un crimine imperdonabile; se letto attraverso la lente del Tao, egli emerge invece come l’unico individuo capace di aderire all'autentico flusso della realtà. Capra, nel suo libro, insiste molto sul “Principio di Indeterminazione di Heisenberg”, il quale dimostra che l'osservatore non è mai distaccato dal fenomeno osservato, ma vi partecipa attivamente, alterandolo. Le “Luci” commettono l'errore di considerarsi "osservatori puri", scienziati distaccati che estraggono una cura da un corpo estraneo. Joel, al contrario, accetta la sua totale implicazione nel sistema: lui ed Ellie non sono entità separate, sono un nodo indissolubile della rete. Il fungo stesso non incarna il male metafisico, bensì l’espressione di una natura che riafferma il proprio corso dinamico. Laddove le “Luci” tentano di preservare un simulacro artificiale di società compiendo una violenza, Joel comprende che l’universo si sostanzia interamente nella relazione viva e presente con la ragazza. Distruggere il microcosmo dell'amore filiale in nome di un'astratta salvezza planetaria significherebbe, per lui, invalidare il senso stesso dell'esistenza.

Il medesimo concetto filosofico trova il proprio compimento nel secondo capitolo della saga, un'opera speculare che demolisce l'ultimo e più radicato dualismo della tradizione occidentale: la rigida dicotomia tra Bene e Male, tra Eroe e Antagonista. Costringendo il fruitore a esperire la narrazione sdoppiata nei punti di vista contrapposti di Ellie, accecata da un desiderio ossessivo di vendetta, e di Abby, la figlia di quel chirurgo che stava per uccidere la nostra protagonista e che Joel uccise. Piccola nota: nel primo capitolo di gioco Abby uccide Joel, diciamo prendendosela comoda. Soddisfacendo così la sua sete di vendetta. Un padre per un padre.

 Il racconto disintegra ogni pretesa di oggettività morale. La narrazione sposa una delle tesi esposte da Capra: la teoria del Bootstrap (o dell'autosostentamento di G.Chew). Secondo questa teoria, la natura non può essere ridotta a entità fondamentali o a "mattoni" primari; ogni particella esiste soltanto in virtù delle sue relazioni con tutte le altre. Non esiste un inizio autonomo, tutto si sostiene reciprocamente in una ragnatela di interazioni. Trasposta sul piano umano, la faida tra Ellie e Abby risponde perfettamente a tale dinamica: nessuna delle due possiede una "ragione primaria" o una superiorità morale intrinseca. Ciascuna esiste, soffre e colpisce solo in reazione alle azioni dell'altra. Se nelle battute iniziali. Abby appare come l'incarnazione della ferocia, la successiva immersione nel suo vissuto costringe a riconoscere che, nella prospettiva della propria umanità, ella rappresenta l'eroina legittima, laddove Joel ne è il carnefice implacabile.

Si compie così la perfetta traduzione narrativa del principio dello Yin e dello Yang: gli opposti non cercano di annientarsi, bensì fluiscono armonicamente l'uno nell'altro, recando ciascuno in seno il seme del proprio contrario. La distinzione netta tra giusti e malvagi si rivela perciò un'illusione consolatoria, un artefatto ideologico elaborato da chi detiene il privilegio di raccontare la storia, una volta che essa si è conclusa.

"Un uomo che non è passato attraverso l'inferno delle sue passioni non le ha mai superate. [...] Se incontriamo qualcuno che ci offende, dovremmo ringraziare Dio che ci ha mandato uno specchio."Carl Gustav Jung

Questo intreccio di polarità trova la sua paradossale risoluzione nell'immagine finale.  Ellie è a un passo dal compiere la propria vendetta stringendo le mani attorno al collo di Abby per annegarla nell'acqua bassa; eppure, proprio nell'istante del collasso definitivo dell'avversaria, nella mente della ragazza affiora un frammento di memoria improvviso: non il volto martoriato di Joel nel momento della morte, bensì la sua figura serena, seduta sotto il portico di casa mentre accorda una chitarra. Quel fermo immagine mentale non evoca una richiesta di sangue, ma risuona come un monito silenzioso. Joel, che per proteggerla aveva accettato di assumere le sembianze del mostro agli occhi del mondo, le rammenta che la cieca reiterazione del trauma non possiede alcuna virtù terapeutica per l'anima. Qualora Ellie decidesse di uccidere Abby, finirebbe per annichilire l'ultimo baluardo di umanità che proprio lui aveva inteso preservare a dispetto del destino del mondo.

Allentando la presa sul collo della sua nemica, Ellie sperimenta un'autentica illuminazione spirituale: rinuncia a forzare il corso degli eventi e accetta la natura interconnessa del dolore. Comprende che Abby non rappresenta il polo negativo da eradicare, ma un'altra sponda del medesimo fiume. In quel gesto di abbandono, spezza la catena del dualismo e cessa di combattere il flusso, accettando che la vendetta non è che l'illusorio tentativo di imporre spigoli geometrici a un cerchio cosmico che ammette soltanto curve. “Lasciar andare” diviene il primo, tragico passo del proprio Tao.

 

«E mo’, venitemi a dire che giocare alla Play brucia il cervello! CIAOOO»


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