UGO FA COSE – Viola Bruno – LA FESTA DI UGO – LUGLIO (-11)

 


 

«L'infanzia è ciò che il mondo abbandona per continuare a essere mondo»

Christian Bobin, da Mozart et la pluie

 

Oggi è il mio compleanno.

Ne faccio sette.

I compleanni fanno un sacco di confusione.

Gli adulti parlano tutti insieme.

I bambini anche.

Solo che loro cercano di capirsi.

 

Tommaso voleva giocare.

Io volevo vedere i regali.

Alla fine abbiamo fatto tutte e due le cose.

A un certo punto

non si capiva più

quali giochi fossero miei.

Tutti stavamo giocando con tutto.

Giulia piegava la carta dei regali.

Anche quella già strappata.

Io invece guardavo cosa c'era dentro.

 

Abbiamo corso, ci siamo nascosti,

poi abbiamo inventato un altro gioco.

Tommaso ha detto: «Ho vinto.»

Io gli ho chiesto: «A cosa?»

Ci ha pensato. Poi ha riso.

Abbiamo riso tutti.

 

Un palloncino è scoppiato.

Gli adulti si sono girati.

Noi no.

Eravamo già da un'altra parte.

 

A un certo punto mamma ha detto:

«Venite.»

Quando dice così

vuol dire che è pronta la torta.

C'era la musica.*

Quella che mamma mette

quando sorride senza parlare

e poi balla anche un pochino.

La torta era un po' storta.

Mamma ha detto che era colpa del forno.

Secondo me le torte buone

non hanno tanta voglia di stare dritte.

 

Le candeline erano sette.

Le ho contate.

Poi le ho contate un'altra volta.

Erano sempre sette.

Tommaso ne voleva spegnere una.

Secondo me anche Giulia.

Quando ci sono le candeline

le vogliono spegnere tutti.

Gli adulti hanno iniziato a cantare.

Non tutti uguali. Per fortuna.

 

Ho chiuso gli occhi.

Solo un momento.

Mi ero già preparato il desiderio,

ma non ve lo posso dire.

Poi ho soffiato.

C'era ancora un filo di fumo.

L'ho guardato finché non è sparito.

 

Quando la torta è finita

nessuno stava più dove era all'inizio.

Nemmeno i giochi.

Nemmeno i regali.

Secondo me è questo

che succede alle feste:

diventano di tutti.

 

Dalla finestra si vedeva il prato.

Un palloncino era volato fuori.

Il vento lo spingeva sempre più lontano.

Sono uscito.

E ho iniziato a correre.

 

*

Per molto tempo ho creduto che il compito di una madre fosse custodire: un sonno, una febbre, una mano piccola che cerca la nostra nel buio.

Poi, quasi senza accorgercene, la vita cambia il significato delle stesse parole.

Ci si scopre ancora custodi, ma di qualcosa che non può più essere trattenuto.

Come i giardinieri: preparano la terra, annaffiano, proteggono i germogli dal gelo.

Accompagnano un albero finché il cielo diventa più necessario delle loro mani.

 

Ogni compleanno racconta, in silenzio, questa stessa storia.

Da bambini lo si aspetta come il giorno dei regali.

Poi arriva un tempo in cui si comprende che ogni anno ricevuto è anche un anno restituito.

Non perché ci venga tolto qualcosa, ma perché qualcosa viene affidato sempre di più alla propria vita.

Ogni candela spenta illumina un tratto di strada che non ci appartiene più.

Non è una distanza che separa. È quella che ci permette di camminare.

 

Per mesi ho creduto di accompagnare Ugo.

Poi, poco alla volta, mi sono accorta che stava accadendo il contrario.

Era lui a prendere per mano me, tutti noi.

Ci ha costretti a guardarci, con quella semplicità che soltanto i bambini possiedono.

Ma nessun bambino dovrebbe restare così a lungo nel ruolo di chi indica la strada agli adulti.

 

Credo che il suo ultimo insegnamento sia proprio questo:

nel sottrarci la sua voce, ci restituisce a noi stessi.

Perché ci sono maestri che insegnano parlando

e altri che insegnano andando via.

Non per essere ricordati, ma per riconsegnare a chi resta la propria vita.

 

Forse l'equivoco più grande è credere che i figli vengano al mondo per riempire i vuoti

degli adulti.

Li chiamiamo "nostri", ma nessuna vita appartiene davvero ad un'altra.

Ci viene soltanto affidata per il tempo necessario affinché impari a volare da sola.

Il sogno segreto di ogni madre è riuscire a sottrarre un figlio perfino al tempo.

Prevenire ogni caduta, accorciare le distanze. Fare in modo che nulla vada perduto.

Poi gli anni insegnano, con una pazienza che a volte somiglia alla crudeltà,

che la vita non ci domanda di fermare il tempo.

Ci domanda qualcosa di infinitamente più difficile: di avere fiducia.

Non tanto nelle nostre forze, ci sono giorni in cui non bastano.

Ma nella vita stessa.

In quella misteriosa ostinazione con cui ogni creatura cerca il proprio cielo.

 

Allora ho capito che il tempo non è un ladro.

È il modo che la vita ha scelto per insegnarci a lasciar andare.

Perché ci sono amori che chiedono di essere stretti forte.

E altri che, per restare veri, chiedono mani aperte.

La fiducia ha un suono curioso. Assomiglia al silenzio.

 

Per questo, a pensarci bene, i figli non ci lasciano mai davvero.

Sono gli adulti che, un poco alla volta, imparano a restituirli alla loro infanzia.

Ripensando a questi mesi, mi accorgo che, senza volerlo, qualche volta ho chiesto a Ugo più di quanto un bambino dovrebbe dare: le cose che sapeva insegnare,

lo specchio che sapeva porgere, la luce che gettava sulle nostre ombre.

Quasi dimenticando che, prima di tutto questo, c'era un bambino.
Che aveva il diritto di essere stanco, di sbagliare, di annoiarsi.
Di rincorrere un pallone senza che nessuno gli chiedesse di trasformarlo in una metafora.

 

Nel tempo ho imparato ad amare i compleanni in un modo diverso.

Perché, almeno per un giorno, la vita smette di chiedere spiegazioni.

Si accontenta di esserci. Di una tavola apparecchiata. Di una torta venuta un po' storta.

Di bambini che entrano ed escono senza mai chiudere davvero una porta.

Di risate che si sovrappongono fino a non capire più chi abbia cominciato per primo.

Forse la felicità ha sempre avuto questo rumore.

 

Oggi i bicchieri hanno lasciato piccoli cerchi sulla tovaglia.

Qualcuno ha dimenticato una fetta di torta a metà.

Sul pavimento ci sono ancora coriandoli che nessuno ha voglia di raccogliere.

Una sedia spostata, una finestra socchiusa che fa entrare l'odore di erba tagliata.

 

Per anni avrei rimesso in ordine tutto prima che arrivasse sera.

Oggi, invece, ho lasciato ogni cosa dov'era.

Per la prima volta mi è sembrato che anche il disordine potesse essere

una forma di gratitudine.

Come se la casa volesse conservare ancora per qualche minuto

il passaggio della felicità.

 

Per un momento mi sono allontanata dalle conversazioni.

Forse per cercare un po' di silenzio, forse soltanto per respirare.

C'erano ancora delle voci alle mie spalle.

Qualcuno rideva.

Un palloncino è scoppiato all'improvviso.

Per un attimo tutti si sono voltati.

Anch'io.

 

È stato allora che l’ho visto.

Ugo stava correndo.

Inseguiva un palloncino.

Correva come corrono i bambini quando nessuno li sta aspettando.

Davanti a lui il prato sembrava allungarsi a ogni passo.

Ogni tanto si fermava.

Poi riprendeva a correre.

Come se il mondo avesse finalmente il tempo dei bambini.

 

Mi bastava una parola.

Il suo nome.

L'ho sentito affacciarsi alle labbra con la naturalezza con cui una madre

richiama un figlio quando si allontana troppo.

 

Una sola parola.

«Ugo.»

Non l'ho detta.

 

L'ho guardato diventare sempre più piccolo.

 

Sono rimasta lì, davanti alla finestra,

con le mani ferme, gli occhi pieni di orizzonte

e il cuore gonfio.

 

Ugo corre.

Un punto scuro all'orizzonte.

Non si gira.

 

E in silenzio

ha iniziato a nevicare.


*







*Musica: La Jour d’Avant – Yann Tiersen

https://youtu.be/n-gkRf6bQhg?si=QaPyDGU4Nqki2gVh

 

*

Chi è Ugo?

 

N.B: l’immagine di Ugo è stata generata con intelligenza artificiale. Il bambino rappresentato non esiste, non corrisponde a persone reali, vive o esistite, ed è utilizzato a scopo illustrativo, narrativo e simbolico.

Se riconoscerete questo bambino, se vi sembrerà di averlo già visto,

è solo perché in realtà Ugo… esiste dentro ognuno di noi.

 

 

 

 

 

 

 

 

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