RUGIADE. NOVITÀ SULLO SCAFFALE - Claudia Olivero - SANTA BREZZA DI RICCARDO OLIVIERI È UN ANTIDOTO ALLA VIOLENZA DEL RUMORE
![]() |
| Riccardo Olivieri, Santa Brezza, puntoacapo, 2026 |
Come
ci si rende conto di un’allergia o di un’intolleranza? I segnali sono chiari,
simili - i rimedi, al di là delle medicine, richiedono di allontanare
l’allergene dal proprio corpo, permettere di sfiammare. Ma cosa succede quando
questi episodi infiammatori sono causati da eventi e non da cose tangibili?
Quando la causa è un’ipersensibilità alla “normalità” della vita?
In
questi ultimi anni, e a una velocità sempre maggiore, c’è qualcosa che provoca
reazioni inattese in alcune persone. Questa cosa è il rumore – e non intendo
soltanto quello del traffico cittadino, o del locale estivo con il reggaeton
fino alle due di notte – ma il rumore delle parole, delle immagini, dei video che
popolano la nostra altera vita.
Chi è
bravo scappa, sfiamma, decomprime. Chi è forte lo fa, ci riesce.
E poi
ci sono gli altri, che non lo sanno o non ci riescono.
Non
sono qui a fare il processo alle intenzioni, anche perché mi ci ritroverei nel
bel mezzo, ma io so con certezza che il rumore, e in ogni sua forma – canonica
o mediatica –, mi stanca. Così appena posso vado a cercare il silenzio: che sia
in un bosco, vicino all’acqua o nella poesia, ogni occasione salva. Almeno per
un po’.
“E le
tue mani – al bisogno –/caleranno dalla prua/a bagnarsi”. Così, con un gesto
all’apparenza semplice e rituale, Riccardo Olivieri accosta la sua voce alla
delicatezza effimera della brezza, quella che dialoga con l’acqua grande del
mare, con l’acqua dolce del fiume. E questa voce sussurrata, mai invadente,
accompagna tutta la raccolta, Santa Brezza, pubblicata da Puntoacapo a
maggio 2026.
È bastata un po’ di pioggia
e l’erba ha popolato
ogni crepa della strada.
Cammini di ritorno a casa
e sei felice
Parla
molto di gentilezza, di sussurri, questa esile raccolta: esile come valore
supremo, voce del verbo ascoltare. In poche liriche Olivieri riesce a dire il
necessario, permeato sempre dalla calma, da una nota di delicatezza, da una
scelta lessicale e sintattica di cura. Qui il rumore non trova spazio, non
l’ego poetico, che rischia di mangiarsi la verità. In questa raccolta c’è
musica, c’è abbandono. “E qui, in un territorio invaso da ogni voce,/ci
dice:/ora, per ora, e – se siete bravi – per sempre,/ per favore, godetevela”.
Io
credo di essere stata piuttosto brava, questa volta, e nonostante le troppe
voci, credo di essermi goduta la sua!
Mi dicono di rose
ostinate,
nel tuo giardino.
Anch’io ne ho avute diverse
- a Meugliano. Erano
di quelle che non cedono,
non parlano,
profumano.
Sì, c’è stato un tempo così. Anche qui.
E poi
c’è l’acqua, azzurra verde infinita. Acqua che si insinua tra una poesia e
l’altra, esattamente come fa l’onda del mare tra i sassi. E lascia qualcosa,
una patina salata, che se si potessero mangiare, queste parole, ne resterebbe
il sapore anche sulla lingua. Oppure un regalo inaspettato, che si adagia sullo
scoglio, in attesa dell’onda successiva. E allora se si è veloci abbastanza e
attenti, si riesce a captarlo.
Pur con il passare degli anni
è sempre
la stessa visione,
le stesse tre ninfe bellissime
- costumi d’acqua -
che approssimano il mare.
*
Rientro a Torino
Devo passare qualche minuto all’acqua
per non impazzire, qualche minuto ancora d’Estate, e vortici
di disvelata nebbia, apriti una sola volta
ancora acqua di cielo per me,
e perdonami.
Mi
affascina sempre molto, e fa parte del suo immenso mistero, come siamo
immancabilmente soli davanti alla poesia: non importa se la leggiamo in
segreto, o se ascoltiamo un reading accanto ad altre venti persone: siamo soli!
E solo è anche chi la scrive - non fa differenza di chi o di cosa scriva.
Eppure questo essere soli, non è quasi mai solitudine, questo parlarsi dentro,
non è doloroso. Piuttosto sembrerebbe un escamotage. Per Olivieri forse è una
prova di fuga da un certo manichino, un alter ego presente fin dalla sua
raccolta precedente[1]. O
forse chissà, è con lui che vorrebbe scappare, lasciare il rumore, il giudizio,
abbracciare la vita.
D’estate il mio manichino
D’estate il mio manichino prende importanza,
si sente padrone del gioco,
mi dice ch’è sua la vacanza.
Forza – in ogni passaggio – la sua imprescindibile
presenza.
*
A toccare l’erba
Su una cosa siamo d’accordo
io e il mio manichino:
toccare l’erba, e
anche
la terra.
Quando lo facciamo
lui mi dice – Tu sei me –
io gli dico – Sì, io sono te.[2]
*
Che il mio manichino resista
lo chiedo da tempo, ma non mi basta.
Quando il mio manichino pronuncia una parola, quella è mia
non sua. Lo abito ma non so se sono lui.
Ha preso forme strane – ultimamente – il mio manichino,
colori di vecchio, argentei e più vicini alla morte.
Ma in fondo cos’è, la morte di un manichino? (Cos’è?) Io
non sarò con lui quando muore.[3]
Riccardo
Olivieri, nato a Sanremo nel 1969, dopo l’Università ha lavorato tre
anni in Piemonte, poi ha vissuto in Lussemburgo e in America Latina. È
rientrato a Torino nel 2000, vive e lavora come ricercatore di marketing.
Ha
pubblicato: Diario di Knokke, Il risultato d’azienda, Difesa dei sensibili,
A quale ritmo, per quale regnante, Restare vivi. La silloge Santa Brezza
è una delle quattro segnalate al Premio Gozzano – Sezione Inediti. Ha vinto ed
è stato menzionato in diversi premi letterari.


Commenti
Posta un commento