RADIO BABELE - Daniele Zanghi - Due scritti di Armand Robin

 

Daniele Zanghi


A mie spese

Mi sembra già di percepire fino a che punto queste poesie tra qualche anno mi daranno di che sgridare me stesso: per mia fortuna, ho avuto, fin dai miei primi istanti, i cespugli, gli alberi, i cavalli, i contadini, eppure, quando nomino una fontana, sono quasi certo che, al momento di ascoltare le leggende della freschezza, il lettore senta ronzare, intrusi fra le erbe, i rumori finali del mio sforzo.   

Mi piace sognare una poesia che fosse una grande cosa semplice; non può di certo essere un bene che la bellezza abbia vergogna di essere umana. Da diverse generazioni, molti fra i poeti più autentici hanno scritto soltanto poesia per poeti; tale poesia ha la sua specifica grandezza, essa ha fatto nascere alcuni dei capolavori della nostra lingua, eppure bisogna ammettere che malgrado la sua bellezza non ha fino a oggi conquistato la fiducia degli uomini. Per quanto mi riguarda, ho avuto quotidianamente la coscienza che avrei dovuto lavorare di più: ho avuto la fortuna di vivere una vita difficile, anche se ho evitato di trarne vantaggio per addomesticare le difficoltà e non ho trasformato in scioltezza estrema per il lettore ciò che per me è stato interamente pena.

Con quanto compiacimento è stata denunciata la disaffezione del pubblico per la poesia! Non posso trattenermi, per quanto mi riguarda, di rivolgermi qualche parola diretta: la verità, semplice semplice, è che, mentre gli uomini, fedeli al loro bisogno più permanente, continuavano ad amare la poesia, noi poeti abbiamo fatto tutto il possibile per ben convincerli che non la volevamo più; noi poeti siamo i soli responsabili di questo divorzio tra il pubblico e noi; è importante che questo venga detto e ripetuto da noi stessi.


La mia vita senza me

Il tempo mi ha ringiovanito fin dentro la mia infanzia,
Non so più quanto ho sofferto, né perché,
Ma so, oggi che io sono trasparenza
E che a forza di oblio ritorno presso di me,
Quanto benedirò l’oggetto della mia sofferenza.

Ho ritrovato lo stagno e i boschi taciturni
Dove tutta la mia giovinezza e la mia sincerità sono cadute;
Temevo di scontrarmi là con un me stesso sconosciuto
Ma, dove l’alba pensava ridiventare comune,
Grazie all’amore umano nulla era stato perduto.

Quando fui ben lontano nel mio isolamento,
Non avendo altro paese al di fuori del rumore del fogliame,
Al culmine di ogni male tremavo un istante
E, passeggero fragile nel mio sangue di selvaggio,
Un canto di aspra dolcezza mi spezzò lentamente:

«Mie colline, sentieri miei, nessuno può ascoltarmi
Ogni essere che amavo ha scelto la sua menzogna
E non ho altro dio al di fuori dei più belli oggetti;
Voi soli festeggiate i passi che muovono coloro che sognano
E rispondete ancora quando i nostri passi fanno pena

«So che vi è un luogo lontano dalla mia esistenza
Dove potrò schiudermi in seno ai miei veri giorni,
Ma, poiché su voi soli dura e muore la Sua presenza
Io vengo attraverso i vostri echi e i vostri riflessi a salire
Il solo tempo dove senza me il mio essere vive e muta.

«Bambino diseredato dalla culla che la terra,
Prudente, fa germogliare a forza di piaceri,
Di risate, di baci, di abitudini, di smorfie,
Non appena dentro le case nasce il codardo e l’impuro,
Ho dovuto rischiare l’inferno per conquistare la grazia.

«Quando dall’uomo spezzato vuole nascere un semi-dio
I vostri petti di grani moventi fanno silenzio attorno a lui,
Ma non sospettano, per quanto il loro soffio è felice,
Che le più belle arature sono meno folte di nascite
Dell’immortale morte di un grido rimasto lode.

«Stranieri che un’immagine ha reso i miei soli amici,
La freschezza di un silenzio a frange di ramaglie,
Il palazzo di un linguaggio scintillante di foglie,
Di rose canine, di alba pacifica, di erbe, di gioie in lutto,
Parlano più forte di me che se fossi in vita.

«Non lascerò disperdersi in vane nuvole
La fragile venuta di quest’alba in cui piango,
Né dormire al sole tra le vostre pietre bianche
Questo voto, più che divino, di amare anche la morte,
Che solo fidanza un’anima con il suo senso effimero.

«La mia angoscia, è vero, non increspa il Tempo!
Non ho, per difenderLo, che una disperazione troppo corta,
Il mio amore non sarà che un culto di trent’anni,
Ma, forte e gaio per Lei, egli sente unirsi a lui
Degli alleati eterni: il sole e i venti.

«Guardando verdeggiare le pianure della Sua vita,
Ho sempre fatto la guardia come un buon contadino
Che teme che il suo gregge ritorni straziato,
Anche se l’ombra è tenera e tutti i giunchi ridono.
Io veglio su delle parole dieci anni sepolte.

«I mei canti più segreti nascono lontano da me stesso,
Sulle cime ultime da dove posso intravederLo
E lì mi abbandonano, volendo stare in preghiera presso di Lei,
Perché un po’ di ogni cuore L’ami come io L’amo
E che Lei sia felice tanto quanto ho sofferto.»

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Armand Robin (1912 Plouguernével – 1961 Parigi) è stato uno scrittore, traduttore, giornalista e uomo di radio. Scrittore libertario, imprevedibile, dopo un periodo in URSS molto deludente diventa anarchico. Bretone di nascita, i paesaggi e le leggende della sua terra ritornano spesso nei suoi scritti. Notevole è il suo sforzo di traduzione da lingue tanto distanti dal francese (russo, persiano, inglese, tedesco, italiano, polacco, ungherese). Abbiamo voluto includere in questo articolo lo scritto A mie spese, testimonianza profonda dell’adesione dell’autore al sentire naturale degli umani di tutti i giorni, di tutti i paesi.



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