L'INGRATO - David La Mantia - PLAUSI E BOTTE: Prima parte. La nenia dei dimenticati.

David La Mantia

C'è un fantasma che si aggira nella poesia italiana contemporanea, mai come adesso agguerrito.

Che un gruppo, anzi una setta, anzi no, un pugno di facinorosi decida il destino dei poeti.

Che fior di versificatori straordinari siano emarginati, dimenticati, cancellati.

Che tanti siano precipitati nella voragine della damnatio memoriae.

Poveri. Costretti a mendicare spazi, generosamente concessi da questi affossatori di speranze. Costretti ad accontentarsi qua e là di una menzione d'onore. A pubblicare per case editrici minori, mentre solo i raccomandati della setta ottengono attenzione, successo, pubblicazioni che contano.

Che una volta, quando non c'erano IA e complotti di salotto, là c'era verità e giustizia.

Ottimo.

Mi dispiace evidenziare in questo ragionamento almeno tre fallacie logiche.

In questo pezzo parlerò della prima.

Quelle che oggi vengono chiamate consorterie, una volta si chiamavano Giardini, Scuole, Eresie, accademie, circoli, club, gabinetti, movimenti, avanguardie. Luoghi chiusi, esclusivi, in cui pochissimi potevano entrare, luoghi in cui chi era dentro godeva di vantaggi non da poco. A Roma Mecenate e Messalla Corvino imponevano un gusto e i poeti da valorizzare. A Ferrara Pigna venne a lungo preferito ad Ariosto. Tommaseo preferì premiare modesti poeti gravitanti nel Viesseux piuttosto di permettere al "gobbo di Recanati"  di mettere le mani su qualche trofeo. D'annunzio aiutó Gnoli, Michetti, Costanzo e mille altri oggi scomparsi, ma rifiutò anche solo di parlare con Gozzano, Moretti, Saba. Anche i miei amatissimi Fortini e Calvino impedirono a Tomasi di Lampedusa e a Morselli di avere un qualche spazio per premiare poeti oggi dimenticati.

Inoltre Carducci salvò il culo al giovane Pascoli, tirandolo fuori dal carcere. Penna e Morante imposero la giovanissima Cavalli nel mondo della poesia. Voi direte "Eh, ma erano dei grandissimi". Ma allora, quando vennero aiutati, erano praticamente degli sconosciuti. Come quelli che sono stati dimenticati. La domanda più corretta sarebbe: "È lecito aiutare? È una cosa giusta farlo, se si crede in queste persone, in questi poeti?"

Quel che accade oggi, se accade, non è diverso da quello che è sempre accaduto.

Solo che si pubblica molto di più di un tempo, questo lo ammetto. Più quantità: probabile migliore qualità? Ecco, ci sono molti autorevoli commentatori che giudicano questo momento fertile di buona scrittura.

Io ho una percezione diversa. Emerge una scrittura di medio livello, orientata su due filoni principali, orientati da una parte all'etica della parola, con conseguente ricerca di musicalità, e significati nascosti, talora accostabili al sacro, intuibili da pochi eletti (la poesia non è per tutti, è aristocratica nel senso alto); dall'altra avanza una linea spesso biografica, orientata ad un mondo piccolo e domestico, contrassegnata da una semplicità di temi, soluzioni e termini.

Chiaro che si tratti di due mondi che certe volte si sfiorano, si carezzano, si annusano. Talora si meticciano. Ma resto della convinzione che, leggendo quanto viene pubblicato adesso, tra trentanni tutto sembrerà uguale, per ritmo, lessico, temi (quelli citati da Aldo Nove sono una buona base, con particolare attenzione ad amore, morte, spaesamenti...). Ecco, temo che tra trentanni o cinquanta la poesia di oggi non presenterà fenomeni, ma tanti onesti manieristi, buoni facitori di musica, innovatori a metà. Ma nessuna grande visione d'insieme, nessun Eliot, nessun Montale, nessuno sperimentatore alla Pagliarani o alla Sanguineti. Nessun Celan, nessun fuoriclasse.

Non lo saprò mai.

Questo è certo...

Commenti

  1. Giovanni Parrini06/07/26, 08:39

    È vero, nel mondo della poesia (ma dell'Arte in genere, io direi) le consorterie, i centri di potere culturale, politico ed economico, hanno determinato l'ascesa di certi artisti invece di altri, sicchè nihil sub sole novi, si direbbe. In realtà, però, una novità generale c'è, eccome! - cui tu accenni, peraltro - per lo meno riguardante quella che sarebbe la finissima arte della versificazione, ovvero la sua orribile, e anche ridicola, riduzione a fenomeno di massa: una sorta di mania che sta dilagando in maniera così impressionante da renderla destituita di ogni residua, seppur pallida, credibilità e, ovviamente, di qualsiasi effettiva incidenza culturale e sociale. Questa massificazione è, in parte, imputabile ai cosiddetti social (spazi pubblicitari privi quindi di alcun filtro qualitativo) e, in parte, alla proliferazione parossistica di pseudo editori che, facendo leva sulla vanagloria di tantissimi, adottano metodi di basso mercantilismo, fondati su un immorale rapporto monetario con chi scrive, finalizzato a garantire la pubblicazione di testi d'ogni genere, poi abbandonati a una triste sorte fatta proprio di nulla. Quali spiegazioni aggiuntive - d'ordine che definirei sociale/psicanalitico - all'abnorme diffusione della poesia mi parrebbero esserci il senso di isolamento acceso negli individui dalla feroce realtà del mondo odierno e, ovviamente, la più inveterata fra le naturali tensioni umane, cioè quella di essere notati, di emergere, insomma, dalla torbida marea esistenziale che, bisogna sottolinearlo, oggi risente parecchio di un subdolo e potentissimo materialismo, vale a dire, infine, della drammatica attenuazione di qualsiasi valore trascendente l'esistenza. Ovvio poi che la diffusione estrema comporti uno scadimento qualitativo verso un livello medio progressivamente indifferenziato, dato che, anche solo su un piano prettamente statistico, non è pensabile un livello alto e una quantità, del pari, alta per nessun "prodotto" dell'attività umana.

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