NULLA DI SERIO - Danilo Lombardi - Vivere nell’anima (I sentimenti sono più forti della memoria)

 

Danilo Lombardi


Siamo noi che troviamo le cose o sono le cose che trovano noi?

 

Sembra che la nostra vita si divida tra ricerca attiva e casualità. Spesso siamo noi a cercare e trovare ciò che ci interessa, con le nostre azioni e attraverso le nostre personalissime chiavi di ricerca, ma capita anche che siano le cose a trovare noi, per quella che chiamiamo casualità, coincidenza o caso fortuito

 

Leggendo le poesie di Wisława Szymborska trovai questa, o forse lei trovò me, non saprei dirlo. Del resto la grande poetessa, uno dei pochi premi Nobel meritati, proprio in questa poesia ha scritto: l’incertezza è più bella.

 

Amore a prima vista

 

Sono entrambi convinti

Che un sentimento improvviso li unì.

È bella una tale certezza,

Ma l’incertezza è più bella.

 

Non conoscendosi prima, credono

Che non sia mai successo nulla fra loro.

Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi

Dove da tempo potevano incrociarsi?

 

Vorrei chiedere loro

Se non ricordano –

Una volta un faccia a faccia

Forse in una porta girevole?

Uno “scusi” nella ressa?

Un “ha sbagliato numero” nella cornetta?

– ma conosco la risposta.

No, non ricordano.

 

Li stupirebbe molto sapere

Che già da parecchio

Il caso stava giocando con loro.

 

Non ancora del tutto pronto

A mutarsi per loro in destino,

Li avvicinava, li allontanava,

Gli tagliava la strada,

E soffocando una risata,

Si scansava con un salto.

 

Vi furono segni, segnali,

Che importa se indecifrabili.

Forse tre anni fa

O martedì scorso

Una fogliolina volo’ via

Da una spalla a un’altra?

Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.

Chissà, era forse la palla

Tra i cespugli dell’infanzia?

 

Vi furono maniglie e campanelli

Su cui anzitempo

Un tocco si posava sopra un tocco.

Valigie accostate nel deposito bagagli.

Una notte, forse, lo stesso sogno


Subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti

È solo un seguito

E il libro degli eventi

È sempre aperto a metà.

 

Sempre nel corso delle mie ricerche mi sono imbattuto negli scritti di uno psichiatra, Raffaele Morelli, di cui mi hanno colpito alcune considerazioni.

Lui sostiene, e come dargli torto, che abbiamo perso il contatto con l’anima, cerchiamo di confrontarci con gli altri e ci sentiamo inadeguati, perché tendiamo sempre ad omologarci a certi standard illusori.

Invece dovremmo vivere “nell’anima”, commettendo errori ma cercando di conoscerci più profondamente, seguendo i nostri sentimenti, senza smettere di immaginare, fantasticare, sognare.

Ma cosa succede alla nostra anima, speriamo immortale, quando il nostro corpo fisico invecchia, col passare degli anni?

Molti credono che la nostra anima, il nucleo della nostra interiorità, resti inalterata nel tempo.

Sin dal pensiero platonico l'anima è vista come la parte più pura e immortale dell'essere umano. In questa visione, la malattia è vista come un'afflizione del corpo materiale (soma), mentre l'anima (psychè) rimane incontaminata nella sua essenza spirituale.

La malattia e la sofferenza fisica, quindi, sono relegate al livello biologico e corruttibile del corpo. L'anima, essendo di natura spirituale, trascende la materia e rimane integra, pura e incontaminata dalle afflizioni fisiche.

In realtà la psicologia moderna e le neuroscienze hanno dimostrato una correlazione tra sfera emotiva e fisica. Le condizioni di salute, specialmente le malattie degenerative, possono alterare profondamente la personalità, la memoria e la percezione di sé.

Quindi la nostra anima è influenzata anche dalla nostra condizione fisica?

La psicologia clinica moderna ritiene, al riguardo, che anche in presenza di gravi patologie cognitive, la persona mantenga la capacità di esprimere emozioni, malgrado il decadimento del corpo.

Qualcuno si chiederà, si spera, il perché di questo preambolo.

Perché leggendo notizie, cercate o che mi hanno cercato, sono rimasto colpito dagli artisti affetti da malattie neurodegenerative, in particolare dall’Alzheimer. Artisti che malgrado la malattia sono riusciti, comunque, a proseguire nella loro attività creativa.

Ho già citato, in passato, Glen Campbell, il leggendario musicista, famoso per brani come Gentle on My Mind, Rhinestone Cowboy, By the Time I Get to Phoenix, e soprattutto Wichita Lineman.

Dopo aver ricevuto la diagnosi di Alzheimer, nel 2011, Glen ha continuato a comporre e ha scritto I'm not gonna miss you (Non mi mancherai), ispirato alla sua patologia, consapevole del fatto che in futuro non avrebbe riconosciuto i propri cari e la donna amata.

Il link per ascoltarla:

 

Glen Campbell - I'm Not Gonna Miss You

 

Sono ancora qui ma allo stesso tempo me ne sono andato,

sei l'ultima persona che amerò,

sei l'ultimo volto che ricorderò

e soprattutto... non mi mancherai

 

Non saprò mai cosa provi,

tutte le cose che dico o faccio,

tutto il dolore e tutta la sofferenza,

una cosa egoisticamente rimane... non mi mancherai.

 

Quindi tutto è perduto quando le capacità cerebrali sono compromesse? Per fortuna studi recenti hanno dimostrato che, sebbene l'Alzheimer attacchi la memoria e le funzioni cognitive, l'animo umano rimane intatto.

La malattia cancella i ricordi, ma non l’impatto dei sentimenti e delle relazione sociali. I pazienti non possono ricordare la visita più recente dei propri cari, ma mantengono comunque i sentimenti. Perdono i ricordi ma conservano intatta la sfera emotiva e la capacità di percepire i sentimenti e le emozioni degli altri.

Ho cercato notizie sugli artisti colpiti da Alzheimer e ho trovato William Utermohlen, artista statunitense scomparso nel 2007, colpito precocemente dalla malattia, che decise di realizzare, negli anni successivi alla comparsa dei primi sintomi, dei suoi autoritratti.

Ritratti ben delineati agli inizi e poi con i tratti sempre meno definiti.




Questa trasformazione, secondo chi ha studiato queste opere, descrive ciò che accade ai malati di Alzheimer: difficoltà di percezione spaziale, di rappresentare dettagli e proporzioni.

Rimane, tuttavia, la forza emotiva e il forte impatto di queste opere, che rivelano una commovente creatività, espressa dall’artista soltanto in maniera diversa.

Perché si può essere malati, ma l’identità e la dignità delle persone restano intatte e meritano grande rispetto.

Ho conosciuto qualche anno anni fa Carlo Pellegrini, autore di un interessante progetto fotografico, Due, dedicato agli artisti de “La Tinaia”.

La Tinaia, fondata nel febbraio del 1975 all'interno dell'ex ospedale psichiatrico Chiarugi di Firenze, presso i locali di una casa colonica posta a ridosso della cinta muraria della cittadella manicomiale, è uno spazio di libera attività creativa per i degenti dell'ospedale.  




Il lavoro di Carlo Pellegrini, dedicato dalle bellissime immagini delle opere degli artisti, opere da ammirare e che sarebbe egoistico possedere, mi ha lasciato un ricordo indelebile.

Riporto la prefazione dell’autore all’opera, a proposito di maschere imposte dalla società.

Nessuno sceglie la famiglia di origine, il legame di attaccamento, il contesto in cui nascere e crescere, i talenti, i limiti. La vita non è determinata da noi, ma la seguiamo e ci adattiamo a quello che ci accade o ci capita, con i nostri strumenti e la nostra sensibilità. Noi tutti portiamo una maschera, facendo vedere al mondo una versione non vera di noi stessi. Ad alcune persone invece, la maschera è stata la stessa società a dargliela, senza il loro consenso e senza conoscerli. Questo è il caso delle persone con problemi di salute mentale, a cui è stata data la maschera del “pazzo” .

Su cosa dobbiamo riflettere? La persone affette da patologie mentali sono persone. Persone che hanno un animo, emozioni, sentimenti, capaci anche di esprimere la propria creatività durante la malattia e di vivere una vita di relazione, perché i sentimenti sono più forti della memoria.

Le famiglie che assistono persone con patologie mentali sono lasciate sole al proprio destino, si parla di emergenza strutturale in Italia, come se le malattie fossero eventi eccezionali, imprevedibili, di cui lo Stato non deve occuparsi, costringendo i familiari a farsi carico dell'assistenza quotidiana di queste persone.

Allora non perdiamo il contatto con la nostra anima (che purtroppo non è un accessorio indispensabile per le persone), viviamo nell’anima.

Quando decidiamo come impiegare le nostre esigue risorse, è cambiato qualcosa da quando Giovenale parlava di panem et circenses, oppure nulla è cambiato, perché lo Stato ha completamente smarrito la propria bussola morale, considerato come impieghiamo il denaro pubblico?

Possiamo definirci un paese civile, che impiega le proprie risorse in base al principio di solidarietà sancito dall’art. 2 della Costituzione, quando solo lo scorso 27 maggio 2026 la Corte di Cassazione ha stabilito che le spese di degenza dei malati di Alzheimer sono a carico del Servizio Sanitario Nazionale, e quindi dello Stato?

No.




Bibliografia:

Raffaele Morelli, 2025, Abbiamo perso l’anima, Mondadori.

Guzmán-Vélez E, Feinstein J, Tranel D., 2014, Feelings Without Memory in Alzheimer Disease. Cognitive & Behavioral Neurology.

Carlo Pellegrini, 2017, Due, Seipersei Edizioni

 

 

Fonti:

 

William Utermohlen (1933 - 2007) Website;

Catalogo della mostra alla The New York Academy of Medicine (2006);

Portraits from the Mind. The Works of William Utermohlen – 1955 to 2000;

 



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