MARGINALIA - Milton Fernández - Il duende, l'anima inquieta della poesia

 

Milton Fernández

Ci sono parole che sembrano fatte apposta per non essere tradotte. Duende è una di queste. Possiamo avvicinarci a lui parlando di ispirazione, estasi, magia o talento, ma nessuna di queste parole basta davvero. Il duende è qualcosa di più sfuggente. È una presenza che si avverte, ma che sfugge a ogni definizione.

 

Federico García Lorca gli dedicò una delle sue conferenze più celebri, Gioco e teoria del duende, pronunciata a Buenos Aires nel 1933.

Per Lorca il duende non ha nulla a che vedere con l'ispirazione. L'angelo illumina. La musa suggerisce. Il duende, invece, combatte. Non scende dal cielo: sale dalla terra, «dalla pianta dei piedi». Viene dal sangue, dalle ferite, dalla memoria, da tutto ciò che ci rende fragili e profondamente umani.

Per questo il duende ci pone, prima di tutto, una questione di verità.

 

Non appartiene soltanto alla poesia. Attraversa ogni manifestazione autentica dell'esistenza.

Lo si incontra nel flamenco, quando il cantaor smette di cantare con la voce e sembra farlo con la sua intera vita. Lo si vede nella danza, quando il corpo dimentica la tecnica e diventa emozione pura. Lo si riconosce nella pittura, nella musica, nel teatro, ogni volta che un'opera smette di essere soltanto bella e diventa necessaria.

 

Ma il duende vive anche lontano dall'arte.

 

Può nascondersi in una conversazione che cambia il corso di una vita, in uno sguardo che dice più delle parole, in un silenzio condiviso, in una risata improvvisa.

E può abitare anche l'amore.

 

Non quello perfetto delle favole, ma quello carnale, inquieto, dove il desiderio non è soltanto attrazione fisica, bensì un abbandono reciproco. Quando due persone smettono di recitare un ruolo e si mostrano per quello che sono, con le proprie paure e le proprie ferite, anche lì può apparire il duende.

 

È questo il suo mistero.

 

Al duende non ammalia la perfezione. Anzi, spesso nasce proprio da una crepa: una voce che si incrina, una mano che trema, un verso che sembra scritto con il sangue più che con l'inchiostro. Dove tutto è impeccabile, il duende raramente si manifesta. Preferisce l'imprevisto, il rischio, la vulnerabilità.

 

Lorca sosteneva che il duende nasce sempre dal confronto con la morte. Non necessariamente con la morte fisica, ma con la coscienza del limite. Sapere che tutto è fragile, che ogni istante è irripetibile, rende ogni gesto infinitamente più vero.

 

In Spagna si dice spesso di un artista: tiene duende. Non vuol dire semplicemente che è bravo. Significa che possiede qualcosa che nessuna scuola può insegnare. Una forza che non appartiene alla tecnica, ma alla vita.

È forse per questo che il duende continua ad affascinarci. Perché ci ricorda che la poesia non nasce soltanto dalle parole, ma dall'intensità con cui vengono vissute.

 

In fondo, il duende è l'anima inquieta della poesia perché è l'anima inquieta dell'essere umano. È quel momento, rarissimo, in cui smettiamo di cercare la bellezza e troviamo, quasi senza accorgercene, la verità.

 

 

 

 


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